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Nel modo comune di pensare l'arte si è soliti contrapporre due concezioni principali: l'arte come creazione e l'arte come imitazione. Chi dice creazione sottolinea l'assoluta libertà dell'artista, che non ha modelli e regole fisse da seguire o sa subordinarli alla propria volontà e inventiva, al proprio genio e ispirazione. Chi dice imitazione sottolinea la dipendenza dell'arte dalla natura o dalla realtà in generale.

1. Tra antico e moderno L'idea dell'arte come creazione è relativamente recente, risale infatti al Romanticismo. L'opposta visione, che vincola la produzione artistica alla mimesi, ossia all'imitazione di un modello, ha una storia assai più lunga, avendo dominato nell'anti. chità e per buona parte dell'epoca moderna. Una delle metafore che meglio esemplificano questo modo di concepire l'arte è

quella dello specchio. La troviamo in Platone, che paragona la capacità mimetica dell'artista a quella di un uomo che faccia girare uno specchio da ogni lato, ottenendo in tal modo l'esatta visione della natura circostante e di se stesso (Repubblica, X, 596). L'arte come rispecchiamento della realtà è la definizione prediletta dai teorici del realismo estetico ed è stata ripresa anche in età contemporanea.

2. L'arte dei primitivi Quando si osservano i primi esempi di mimesi artistica di Homo sapiens, le pitture rupestri che decorano le pareti delle caverne della preistoria europea (come quelle di Lascaux in Francia o di Altamira in Spagna), si è colpiti dal realismo delle immagini. Mandrie di animali o singoli particolari di figure zoomorfe (buoi, bisonti, cavalli, cervi) popolano l'immaginario di questa umanità nomade, dedita alla caccia e alla raccolta, che ancora ignora l'agricoltura. Verrebbe da pensare che l'uomo delle origini, come il bambino, si limiti a copiare gli oggetti che gli stanno intorno, per dare sfogo a un istinto ludico innato. In realtà, il bisogno artistico dell'uomo primitivo è già frutto di una lunga elaborazione culturale, che affonda le radici nel senso del sacro. La pittura primitiva si collega a credenze magiche, all'immediata identificazione dell'immagine dipinta con l'oggetto rappresentato l'animale selvaggio viene effigiato sulla parete della caverna, per favorirne la caccia o la cattura. Possedere l'immagine di una cosa, in questa mentalità, equivale a esercitare un potere sulla cosa stessa. Queste antichissime raffigurazioni sono la commovente testimonianza del profondo radicamento antropologico dell'arte.

3. Dalla magia alla poesia

Un residuo di tale mentalità religiosa sopravvive in età storica: nella Grecia arcaica è comune l'idea del poeta come indovino e interprete del sacro. L'aedo omerico, il poeta itinerante che frequenta le case dei nobili, allietandone le feste e i conviti con il canto, incarna quest'idea. Protetto e ispirato dalla Musa, il cantore è la voce del dio che si manifesta agli uomini. Egli dà forma e figura concreta a un mondo eroico, in cui si conserva la memoria collettiva della stirpe. Il suo compito è duplice: tramandare il ricordo dei tempi passati, incitando all'emulazione delle imprese degli eroi, e insieme allietare, con la dolcezza del canto, il pubblico. I suoi strumenti sono la parola e il canto: la prima nasce dall'ispirazione e traduce i contenuti del suo ammaestramento, il secondo rafforza il saggio, agendo sul sentimento, sul valore emotivo della narrazione. Il poeta commuove e ammaestra: senza uno di questi due elementi la sua mimesi risulterebbe imperfetta. Lo sviluppo e la trasformazione di queste idee, fino al costituirsi, a opera dei filosofi, di una problematica estetica, relativa al bello e all'arte, si svolge nella Grecia Classica.

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