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Contemplazione della verità e felicità pratica

Contemplazione e teoresi mantengono dunque anche in Aristotele una collocazione privilegiata rispetto alle altre attività umane, a testimonianza del persistente collegamento di Aristotele con la tradizione platonica. In Aristotele, tuttavia, questo privilegio è bilanciato dalla netta distinzione tra virtù della ragione pratica e virtù della ragione teoretica e dalla chiara rivendicazione dell'autonomia della prima dalla seconda. Infatti per lo Stagirita l'eccellenza dell'attività teoretica, se rende la vita del filosofo la migliore e la più felice delle vite possibili, non è però sufficiente a fare di lui un saggio o buon politico, anche se può contribuire a migliorarne la capacità di deliberazione. Il filosofo può bensì partecipare alla vita della città ed eventualmente assumere incarichi politici, ma sulla base della sua saggezza, e non perché la conoscenza del bene assicuri, come vuole invece Platone, la capacità di governo e il diritto di guidare i propri concittadini. Da tale autonomia della saggezza rispetto alla sapienza trae vantaggio anche il filosofo, il quale non è più costretto a discendere nella "caverna" della vita politica quotidiana, ma può godere senza condizionamenti della felicità mentale, che solo l'attività di studio e di conoscenza è in grado di assicurare. Di questo ritrarsi del filosofo nello studio e nella scuola si giova del resto anche la città bene ordinata: essa permette al filosofo una vita di studio, assicurandogli ciò che gli serve per vivere (primum vivere, deinde philosophart), e ne ottiene in cambio i risultati della ricerca, che spetta poi al politico saggio utilizzare al servizio della polis.

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