pexolo di pexolo
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L'eudaimonia aristotelica

La critica di Aristotele a Platone può essere letta in base alla dialettica tra proprio e comune (propedeuticamente utile anche per capire molte riflessioni della modernità). Se consideriamo il tema del palo di segnalazione dell’autobus di Sartre, diversamente da quel paradigma l’antichità ci restituisce un paradigma per il quale la politica è un fine intrinseco (essa non è una realtà esterna arbitrariamente messa di fronte a me) e che costruisce una unità, un bene in grado di rendere compiuta la vita di un uomo. Qui si apre il grande problema che divide Platone da Aristotele, il maestro dall'allievo, ossia la questione se l'eudaimonia (la felicità nella sua accezione di compiutezza della mia natura), per raggiungere la quale la politica è così essenziale, è qualcosa che si deve concepire come solitario o come condiviso: la felicità è un traguardo che spetta al singolo, o che il singolo non raggiunge mai in maniera individuale, solitaria? È qualcosa che riguarda il singolo individuo per se stesso? Platone e Aristotele concordano sul fatto che senza la politica non è possibile raggiungere il bene di ciò che siamo. La prima divisione tra i due comincia ad esserci quando per l’uno (Platone) questa organicità tra singolo individuo e comunità è tale da confondere i due piani, da far prevalere una dimensione per la quale un passaggio intermedio è rendere tutto comune (abolizione della proprietà privata: fare in modo che non ci sia più distinzione tra mio e tuo, tra familiare e politico→condivisione delle donne, eugenetica dei figli: è uno strettissimo connubio tra eros e politica), ma questo passaggio è propedeutico alla conquista della verità, che è la conquista del saggio, cioè una conquista solitaria della felicità. Essa è infatti una conquista contemplativa, non pratica, che avviene nell'azione. Aristotele costituisce un paradigma alternativo, dentro alla comune cornice di una politica come fine intrinseco della natura umana, perché da un lato (→lettura tradizionale) arriva a dire che si è esseri umani solo dopo che si è cittadini e perché lega questo tema all'esercizio essenziale della cittadinanza: se non esercito funzioni giudiziarie e deliberative non sono pienamente uomo. Qui sta, per Aristotele, il raggiungimento della compiutezza di me e non in una contemplazione della verità.

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