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La felicità come «attività dell'anima secondo virtù»

La felicità come sappiamo - è qualcosa di desiderabile per se stesso e non in vista di altro; essa è, come dice Aristotele, qualcosa di autosufficiente (autdrkes) e perfetto (téleion). Autosufficiente e perfetta è solo quella che Aristotele chiama l'«opera (o attività) propria dell'uomo», cioè l'esercizio di facoltà propriamente ed esclusivamente umane, l'uomo è come perfetto e superiore a tutto il resto del mondo naturale. Ma ciò che contraddistingue l'uomo dagli altri esseri viventi è la facoltà razionale: saremo allora felici se agiremo con razionalità in campo pratico, morale e politico; e se eserciteremo la ragione nello studio e nella conoscenza teorica. Perché l'uomo sia felice, tuttavia, l'esercizio della facoltà razionale deve avvenire a livello di eccellenza (areté). Aristotele chiarisce questo punto con l'esempio di un flautista, per cui il bene supremo e la felicità consistono nell'esercitare con perfezione e - diremmo noi virtuosismo l'attività che gli è propria in quanto flautista, ossia - suonare il flauto. Per l'uomo, in quanto animale razionale, la felicità consiste nell'esercizio eccellente o virtuoso della ragione o, con altre parole, in un funzionamento perfetto della ragione. È appunto questo il significato della definizione di felicità a cui perviene Aristotele: la felicità è «attività dell'anima secondo virtù». L'applicazione di tutte le nostre facoltà in una visione di espansione.

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