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Educazione e legge

Come si acquista allora la virtù? La risposta di Aristotele è che l'educazione deve costringere ad acquisire buone abitudini. Se infatti è dapprima difficile vincere le proprie inclinazioni naturali, una volta divenuti abituali, i comportamenti virtuosi costano meno fatica. I ragionamenti, dunque, non sono sufficienti a rendere virtuosi gli uomini. La massa può essere indotta ad astenersi dalle azioni malvagie solo dalla costrizione e dalla paura: essa, infatti, obbedisce più al castigo che al ragionamento e agli ideali morali. Per questo, sono necessarie non solo rigorose prescrizioni pedagogiche, ma anche e soprattutto buone leggi. Ciò vale specialmente per i giovani, che fanno più fatica a vivere nella moderazione e nella fermezza e tendono a ricercare solo ciò che è piacevole. Più ancora che l'autorità paterna, le istituzioni cittadine e le leggi pubbliche, oltre che esortare alla moralità, hanno la forza di costringere alla virtù chi è riottoso e di espellere dal consorzio civile gli incorreggibili.

Aristotele è cosciente, quanto Platone, della dimensione comunitaria dell'educazione: l'uomo è animale sociale e lo scopo della paidéia è quello di consentire all'individuo di raggiungere la virtù e la felicità nella società in cui vive. L'educazione rappresenta il fulcro dello stato: come l'osservanza delle leggi e dei costumi è un efficace mezzo di educazione morale, poiché infonde rispetto per le istituzioni e crea uno spirito di concordia nella città, così, reciprocamente, una corretta educazione rafforza la coesione della polis.

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