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Volontà e desiderio come "motori" dell'agire

Il ruolo attribuito alla volontà rappresenta un ulteriore fondamentale aspetto per cui la filosofia pratica di Aristotele si distingue dall'intellettualismo etico. Come sappiamo, per l'intellettualismo il male viene compiuto involontariamente, a causa dell'ignoranza di ciò che è bene. Secondo Aristotele, invece, la conoscenza del fine buono non è sufficiente a determinare l'agire virtuoso, che invece richiede il concorso della volontà: se non siamo animati dalla volontà di agire in vista del raggiungimento di un fine buono, pur sapendo che esso è bene, non potremo conseguirlo. E se l'agire virtuoso dipende dalla volontà, da questa, e non dall'ignoranza, dipendono anche le disposizioni viziose, di cui dunque siamo responsabili.

Per agire virtuosamente, tuttavia, non è necessario negare il desiderio e neutralizzare le passioni. Aristotele anzi - lontano in questo dal rigorismo tipico di molti scritti platonici — è convinto che provare desiderio e "volere" qualcosa siano tendenze tra loro affini, entrambe naturalmente radicate nell'anima umana e incaricate di un compito essenziale: quello di spingere l'uomo ad agire.

Possiamo allora aggiungere la seguente precisazione intorno alla nozione aristotelica di virtù etica: essa consiste nella disposizione, conseguita mediante lungo esercizio, a volere fini buoni. Volontà e desiderio, tuttavia, pervengono all'eccellenza e si attuano come virtù solo nella misura in cui si conformano a una regola, imposta dalla ragione.

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