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Desiderio e ragione

Il concetto di felicità-virtù viene approfondito e articolato sulla base della dottrina delle facoltà dell'anima, che, negli scritti di etica, Aristotele riprende in rapporto allo studio dell'agire umano. Nel De anima, come sappiamo, Aristotele considera tre facoltà: nutritiva sensitiva e razionale. La facoltà nutritiva non ha alcun rapporto con la ragione; la sua eccellenza non ha dunque significato etico, ma solo biologico e consiste nello svolgere bene (come avviene quando si è in buona salute) le funzioni di assimilazione degli alimenti e riproduzione proprie dell'uomo come di ogni vivente.

Vi è poi la sensitiva: facoltà preposta alla conoscenza sensibile, essa ha però anche un versante pratico, che è la capacità di provare desideri e passioni. Per questo motivo, negli scritti etici essa viene chiamata da Aristotele facoltà desiderativa (corrisponde grosso modo a ciò che noi chiamiamo il carattere di una persona). Pur espressione di una facoltà non razionale, nell'uomo desideri e passioni partecipano della ragione, come avviene quando essi obbediscono al suo comando. Per esempio, l'obbedienza alla ragione si ha quando una persona controlla il proprio carattere passionale e riesce a dominarsi oppure quando vince la propria pigrizia.

Le facoltà dell'anima legate alla ragione e che, per questo motivo, ci interessano da un punto di vista etico, sono in conclusione due:

1. la facoltà desiderativa, o carattere, sulla quale la ragione può esercitare la propria influenza e che - a certe condizioni - obbedisce alla ragione;
2. la facoltà razionale, che ha una funzione autonoma e direttiva.

Aristotele suddivide conseguentemente le virtù in due gruppi: le virtù etiche (da ethos, "costume", "abitudine"), proprie di una facoltà desiderativa che si sottopone al governo della ragione, e quelle dianoetiche, proprie della facoltà razionale.

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