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Effetti negativi dello sviluppo industriale nel XX secolo


Tra il 1951 e il 1970 il reddito mondiale è circa raddoppiato, mentre il consumo annuo di energia è passato da 2.5 a 7 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio (tep), con un incremento medio annuo del 5%. In particolare, il PIL pro capite (= PIL totale / popolazione) è considerato un indicatore significativo del livello economico di una Nazione o di un’area.
La crescita della domanda di elettricità è stata ancora più rapida, oltre il 7% annuo in questo ventennio. Il numero di automobili alimentate da benzina è salito a livello mondiale da 90 milioni nel 1960 a oltre 200 milioni nel 1972.
Contestualmente, il mondo industrializzato ha raggiunto un livello di ricchezza senza precedenti e ciò ha contribuito ad un’enorme pressione sulle fonti energetiche e sulle altre risorse naturali. Fino agli anni settanta dello scorso secolo, però, si provvedeva solo ai bisogni per i quali la domanda era alta, ignorando le esigenze che non giungevano ad esprimersi sul mercato in modo efficiente. Questo sistema ha dato vita a un vero e proprio sviluppo disordinato, nell’ambito del quale in alcuni settori è stato raggiunto un elevatissimo livello di innovazione, mentre altri sono rimasti poco sviluppati. Per questo motivo, nel 1970 il segretario generale delle Nazioni Unite, U Thant, ha affermato che se non si fossero adottati provvedimenti entro breve per eliminare questo progresso difforme, gli effetti sarebbero stati incontrollabili. Già nel 1968, il manager della Fiat Aurelio Peccei aveva convocato a Roma i «saggi» per discutere dello sviluppo disordinato, degli sprechi e del deterioramento ambientale. Dopo tale riunione venne fondato il «Club di Roma», tra i quali soci vi erano Aurelio Peccei, Alexander King, Saburo Okita, Hugo Thiemann, Eduard Pastel e Carroll Wilson. L’idea del Club di Roma fu quella di creare una modellistica globale per ideare soluzioni alternative per lo sviluppo dell’economia e della società.
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