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Conferenza di Rio de Janeiro del 1992


Grazie alla conferenza di Rio de Janeiro del 1992 venne avviato un programma d’azione planetario nello sviluppo sostenibile. Contestualmente viene sottoscritta la Convenzione quadro dell’ONU sui cambiamenti climatici (UNFCC): si tratta di un accordo internazionale multilaterale che impone l’unico obbligo di riunire periodicamente gli stati aderenti al fine di discutere le problematiche inerenti l’ambiente. Le due conferenze delle parti più importanti sono la COP 3 di Kyoto del 1997 e la COP 21 di Parigi del 2015.
Il protocollo di Kyoto fissa paletti quantitativi a cui i firmatari devono attenersi. Prevede l’impegno a ridurre le emissioni del gas serra del 5,2% rispetto al 1990 entro il 2012. Definisce per ogni zona industrializzata un target diverso e personalizzato. Questo vincolo non è stato accettato da molti Paesi che non lo hanno ratificato (non sono riusciti ad arrivare subito alla soglia minima di ratifiche per farlo partire: esso si raggiunse nel 2005). Essendo stato 8 anni inattivo il protocollo di Kyoto ha perso valore. Meccanismi di flessibilità: la soglia va raggiunta globalmente e non è così importante l’azione del singolo Paese. Joint implementation: le imprese possono realizzare i propri progetti in un altro Paese per aiutare quest’ultimo a raggiungere il proprio vincolo (operazioni a somma zero). Clean development mechanism: imprese possono realizzare i progetti in Paesi in via di sviluppo che non hanno vincoli (Kyoto vincola solo i Paesi industrializzati infatti: ha tagliato fuori Cina e India ed è stato un fallimento a lungo termine perché Kyoto non è riuscito a prevedere gli sviluppi essenziali di questi Paesi). Emission trading: un Paese che va oltre il suo vincolo di emissioni può vendere il suo surplus a Paesi che non riescono a raggiungere il proprio obiettivo (questo incentiva i Paesi a dare di più per avere introiti economici). Con Kyoto l’Unione Europea diventa un leader dello sviluppo sostenibile (è l’area più virtuosa). 2007: UE ha obiettivo 20-20-20: entro il 2020 deve ridurre del 20 % le emissioni e produrre da (fonti) rinnovabili al 20%. Vista la brama dell’UE la quota è stata alzata ulteriormente. Gli USA hanno fatto la loro legge sulla sostenibilità (non avendo firmato Kyoto) ma non l’ha rispettata. A Durban ci si chiede cosa fare con i Paesi emergenti: vanno vincolati? Molti di questi Paesi hanno emissioni elevatissime. L’accordo di Parigi del 2015 non impone vincoli ai singoli Paesi (che hanno più gradi di libertà) ma un macrobiettivo: mantenere l’incremento della temperatura al di sotto dei 2° C e si prova ad arrivare al più a 1,5° C spronando i Paesi a fare tutto il possibile. Il protocollo entra in vigore dopo solo 1 anno. Ogni Paese ha presentato un proprio piano di sviluppo non vincolante su cosa avrebbe potuto fare per ridurre le emissioni. Gli USA lo hanno firmato con Obama per poi congelarlo con Trump. Cina e India si impegnano a ridurre la carbon intensity (perché possono raggiungere l’obiettivo aumentando il prodotto interno lordo senza ridurre le emissioni essendo la carbon intensity il rapporto di essi). Secondo le previsioni dell’OCSE e dell’IEA questo non è sufficiente. Basterebbe meno dell’1% del prodotto interno lordo globale per mitigare notevolmente la situazione globale (il prezzo che si pagherebbe per non aver fatto nulla sarebbe molto più elevato: la riduzione del PIL globale fino al 20%).
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