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Tra verità e provocazione


Numerose sono le esperienze “Neopop” che negli anni ottanta hanno inteso riproporre un immaginario popolare. In questo contesto, alla fine del decennio, sono emersi due artisti che hanno usato forme di esasperato realismo per rappresentare contraddizioni, fragilità e vizi della società di fine millennio sfruttando un sistema dell’arte sempre più interessato al valore spettacolare dell’opera per divenire vere e proprie star internazionali.

La nona ora


Insieme a Hirst, l’italiano Maurizio Cattelan è considerato l’artista più provocatorio della nostra epoca. Oltre ad aver utilizzato anch’egli nelle sue opere animali impagliati, sulla scia degli iperrealisti Cattelan ha approfondito l’uso della plastilina, della resina, del silicone per creare figure umane sintetiche, protagoniste di installazioni sempre in bilico fra tragedia e ironia.
La nona ora del 1999 è una delle sue opere più discusse: mostra il pontefice dell’epoca, Giovanni Paolo II, colpito da un enorme meteorite e accasciato a terra. Realizzata a grandezza naturale, in lattice, cera, tessuto, con scarpe in cuoio e pastorale in argento, la figura di Wojtyla diviene simbolo della fragilità che può annidarsi anche nella più alta guida spirituale, nell’emblema stesso del potere divino in terra. Fragilità che può riferirsi alla natura di uomo del pontefice, ma anche alla caduta dell’autorità che incarna, in una critica verso i dogmi del cattolicesimo.
Il masso nero che schiaccia il papa rappresenta il peso del male generato dai peccati che egli ha preso su di sé e di cui, in un certo senso, è rimasto vittima. Emblematico il titolo scelto dall’artista, che rimanda all’antica suddivisione della giornata, nel mondo cristiano, in funzione della preghiera comune: la morte di Gesù sarebbe avvenuta proprio alla “nona ora” (le tre del pomeriggio).
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