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Flexible

Protagonista del riscatto dei neri attraverso l’arte fu Jean-Michel Basquiat (1960-88), che a sedici anni già tappezzava la metropolitana newyorkese col proprio linguaggio energico e "primitivo”, nascondendosi dietro la provocatoria sigla “SAMO” (acronimo di SAMe Old shit, “La solita vecchia merda”).
I soggetti in cui si traduce l’attacco di Basquiat al mondo borghese e perbenista sono un misto di ricordi infantili, personaggi dei fumetti, figure mostruose e caricature di uomini mediocri, posti sullo sfondo di paesaggi metropolitani, di mappe di luoghi esistenti o immaginari, cui si sovrappongono commenti liberi, indicazioni stradali e talvolta numeri, parole o codici misteriosi simili a scarabocchi.
In Flexible (“Flessibile”, 1984), opera dipinta con tratti veloci su una superficie di fortuna (un piano di assi di legno assemblate), è chiaro il debito verso l’art nègre e il suo universo tribale popolato di riti e miti ispirati a una civiltà primitiva. La figura è una sorta di maschera grottesca dagli arti fluidi, con braccia lunghissime, filiformi, erede di un certa cultura visiva africana e delle rappresentazioni rupestri di uomini guerrieri o spiriti fluttuanti.
Dopo un incontro fortuito con Andy Warhol, che ne apprezzò la grafica genuina, Basquiat entrò a far parte della Factory, realizzò con lui diversi lavori a quattro mani e siglò accordi con importanti galleristi. Alla velocità del suo successo corrispose quella della sua caduta: l’avventura di questo enfant prodige della pittura di strada s’interruppe a soli ventotto anni per un’overdose di eroina.
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