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Un regime di cambi amministrativi


Il Gold Exchange Standard non garantiva però la piena stabilità dei cambi come il Gold Standard. Ora infatti erano le Banche centrali ad assumersi l'onere di mantenere stabile il tasso di cambio definito dagli accordi di Bretton Woods, attraverso la vendita e l'acquisto di valuta estera sui mercati. Così, per esempio, se la domanda di lire era alta e la moneta italiana si rivalutava oltre le 625 lire per un dollaro, la Banca d'Italia si affrettava a farne crescere l'offerta fino a che il tasso si fosse riportato al valore pattuito. AI contrario, se la domanda di lire era bassa e la moneta perdeva valore, la Banca d'Italia la acquistava per riportarla al tasso stabilito a Bretton Woods.

La fine di Bretton Woods

Per tutti gli anni Cinquanta la bilancia dei pagamenti americana rimase in attivo, così che nessuno poteva dubitare della capacità degli Usa di cambiare i dollari in circolazione in oro. A partire dagli anni Sessanta, però, le cose cambiarono e le importazioni americane iniziarono a superare le esportazioni, senza contare che anche il bilancio dello Stato segnò passivi considerevoli, che venivano puntualmente pagati in dollari, visto che questi valevano come riserva internazionale. La situazione andò via via peggiorando, finché fu chiaro che i dollari in circolazione nel mondo superavano ampiamente il quantitativo che poteva garantire agli Stati Uniti la convertibilità del biglietto verde in oro pattuita a Bretton Woods. Così, il 15 agosto 1971, gli Stati Uniti dichiararono definitivamente sospesa la convertibilità tra la loro moneta e l'oro; da quel momento in poi il sistema monetario internazionale è ritornato a essere basato su cambi flessibili, sebbene si siano create aree valutarie in cui i cambi sono fissi, come per esempio in Europa, all'interno dell'Uem.
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