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La pressione tributaria

Il prelievo tributario sottrae una determinata quantità di reddito alle disponibilità finanziarie dei contribuenti, i quali subiscono un sacrificio perché, correlativamente, devono rinunciare al soddisfacimento di bisogni individuali. La finanza pubblicali obbliga a sostituire le loro libere scelte con le coattive determinazioni dell'ente pubblico: in ciò consiste il peso (la pressione) dei tributi. La pressione tributaria (P) può essere misurata mettendo in rapporto l'entità del prelievo dei tributi (T) con l'entità del reddito nazionale (Y), secondo la formula:
P = T / Y
Questo rapporto indica la parte di reddito nazionale che ogni anno viene prelevata mediante l'imposizione dei tributi. Il concetto di pressione tributaria può essere inteso in senso ristretto, considerando soltanto le imposte e le tasse; oppure in senso più ampio, considerando anche i contributi obbligatori per i servizi sociali (come, in particolare, i contributi previdenziali). Si parla, in questo caso, di pressione fiscale complessiva. La rilevazione dei dati sulla pressione tributaria ha molta importanza nello studio degli effetti macroeconomici della finanza pubblica, perché il dato della pressione tributaria viene posto in correlazione con quelli relativi all'offerta e alla domanda complessive, e così è possibile valutare le conseguenze dell'imposizione sull'equilibrio del sistema economico, In linea generale si può dire che un aumento della pressione tributaria provoca una contrazione della domanda globale: il prelievo riduce il potere d'acquisto delle famiglie e delle imprese e fa diminuire la spesa privata per consumi e per investimenti. Se è contenuto entro limiti non troppo elevati, l'aumento della pressione tributaria può avere l'effetto positivo di combattere un'eventuale inflazione da domanda e può costituire un efficace strumento di politica congiunturale nelle fasi di espansione del ciclo economico, quando occorre frenare la domanda globale che tende a diventare eccessiva. Ma se diventa troppo accentuata, la pressione tributaria può produrre conseguenze negative. Si determinano infatti reazioni da parte degli operatori economici.

Le imprese tendono a scaricare sui prezzi di vendita l'onere dei tributi a cui sono assoggettate; le famiglie, vedendo il loro reddito decurtato dalle imposte, cercano di ricostituirlo chiedendo aumenti salariali e in genere maggiori compensi. In conseguenza di questi comportamenti può determinarsi un'inflazione da costi. Inoltre bisogna osservare che, quando la pressione tributaria incide eccessivamente sui redditi familiari, la propensione al risparmio tende a diminuire. Le famiglie, abituate a un dato tenore di vita, non sono disposte a ridurre oltre un certo limite la loro spesa per i beni di consumo e, piuttosto, rinunciano a risparmiare. Diminuendo la formazione del risparmio, viene a mancare la condizione essenziale per gli investimenti e, nel lungo periodo, ciò può determinare una carenza di strutture produttive che ostacola lo sviluppo della produzione e del reddito. È importante quindi che gli organi della finanza pubblica sappiano individuare qual è il punto critico oltre il quale l'aumento della pressione tributaria comincia a produrre effetti negativi. Questo problema è oggetto di studio già da tempo. Negli anni Quaranta lo statistico Colin Clark aveva sostenuto che la situazione dovesse cominciare a considerarsi critica quando la pressione tributaria raggiungeva il 25% del reddito nazionale. Studi più recenti (Friedman, Peacocke Wiseman) hanno messo in evidenza che il punto critico della pressione tributaria non può essere determinato in assoluto, ma va individuato in concreto. Esso dipende in realtà da molteplici fattori: quali sono le risorse produttive disponibili nel Paese e in che misura vengono impiegate; in quale modo il reddito nazionale è distribuito tra le varie categorie di cittadini; fino a che punto i servizi pubblici sono efficienti e soddisfano i bisogni collettivi; e, soprattutto, a quale tipo di spese lo Stato destina il gettito dei tributi. Quest'ultimo elemento è forse il più importante. Gli effetti della finanza pubblica sull'economia nazionale non si possono valutare adeguatamente se non vengono messi in correlazione entrambi i suoi aspetti, quello del prelievo e quello della spesa, in quanto le conseguenze dell’uno possono essere bilanciate dalle conseguenze dell’altro e viceversa.

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