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Il modello di specializzazione internazionale del lavoro


Già Ricardo, con la teoria dei costi comparati, aveva messo in evidenza i vantaggi del commercio internazionale sul benessere dei sistemi economici. Tuttavia, volendo considerare gli effetti del commercio internazionale sulle economie sottosviluppate, non si deve dimenticare che l’attuale modello di specializzazione, che attribuisce ai Paesi ricchi la produzione di beni industriali e di servizi, lasciando ai Paesi poveri la produzione di prodotti agricoli e risorse primarie, non è frutto del libero agire delle forze di mercato a parità di condizioni iniziali, ma piuttosto la conseguenza di un processo storico nel quale hanno avuto un ruolo determinante la conquista e la colonizzazione, da parte dei Paesi occidentali, di vaste aree del Sud del mondo.
Resta allora da chiedersi se, nel mondo contemporaneo, lo scambio tra Paesi ricchi e poveri possa in qualche modo avvantaggiare lo sviluppo di questi ultimi. La risposta a tale quesito richiede un esame sia del meccanismo di formazione dei prezzi nelle diverse aree, sia dell’elasticità della domanda rispetto al reddito per le due diverse tipologie di prodotti.


[s]Il problema delle ragioni di cambio internazionali[/s]

Per quanto riguarda il meccanismo di formazione di prezzi, è da rilevare come nelle economie sviluppate, grazie alla presenza di mercati oligopolistici e di forti sindacati dei lavoratori, gli aumenti della produttività si traducono generalmente in un incremento di salari e profitti piuttosto che nella riduzione dei prezzi, mentre nei Paesi poveri la concorrenza internazionale e l’assenza di associazioni di categoria, unite all’abbondanza di manodopera, portano a un calo costante dei prezzi dei beni prodotti.
Nel complesso, così, le ragioni di scambio internazionali dei Paesi arretrati peggiorano (tra il 1900 e il 1986 il peggioramento è stato del 36%, con un tasso medio annuo dello 0,5%).

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