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Competitività del Paese e commercio internazionale


Una ragione che ha spinto i Governi ad adottare misure protezionistiche nell'ultimo decennio è stata la volontà di promuovere e difendere la competitività del proprio Paese, nella convinzione che sia possibile garantire livelli elevati di reddito e di tassi di sviluppo solo superando gli altri Paesi nell'adozione delle nuove tecnologie. Nascono da questa convinzione politiche volte a sostenere le industrie considerate strategiche.
L'economista Paul Krugman (1953-vivente) ha ampiamente criticato questa tesi, sostenendo che la competitività tra Paesi non deve essere confusa con la competizione tra industrie domestiche. Nelle relazioni tra singole imprese, infatti, la crescita di una può portare al fallimento delle concorrenti, ma ciò non accade per le nazioni nel complesso, dato che queste possono sempre impiegare le risorse disponibili in modo alternativo. Così, per esempio se film riesce ad accaparrarsi il 100% del mercato dei computer, la Apple fallirà per forza, ma se il Giappone dovesse diventare il leader mondiale nella produzione di semiconduttori, non per questo gli Stati Uniti sarebbero ridotti alla rovina. Essi potrebbero infatti sempre impiegare la tecnologia, gli uomini, il know-how di cui dispongono nella produzione di altri beni: prodotti legati alle biotecnologie, software,film e programmi televisivi,nei quali essi sono relativamente più efficienti.
Supponiamo per esempio che il Giappone scopra un nuovo microchip ultraveloce. Ciò potrebbe costruire un danno per i produttori americani di computer, ma tutti gli altri settori dell'economia americana sarebbero avvantaggiati dalla possibilità di utilizzare tecnologie più sofisticate e meno costose; inoltre il maggior reddito del Giappone stimolerebbe le esportazioni degli Usa in Estremo Oriente.
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