Oltre le dicotomie: esplorando le intersezioni tra gli archetipi dell’‘angelo del focolare’ e della ‘donna caduta’ in Carmilla di J. S. Le Fanu
Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”
Dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e Comparati
Corso di laurea in Mediazione Linguistica e Culturale
Tesi di laurea in Letteratura inglese
Relatore: Chiar.mo Prof. Alba Giacobbe
Candidata: Luca Sarti Matr. MC/08666
Anno Accademico 2023/2024
Indice
Introduzione .................................................................................................... 1
1. Visioni dicotomiche della donna vittoriana ......................................... 2
1.1 L’età vittoriana: un’epoca di contrasti ..................................................... 2
1.2 Donne vittoriane fra conformità e ribellione ............................................ 5
2. Raffigurazioni letterarie: angel in the house o fallen woman? ......... 9
2.1 L’‘angelo domestico’ di Coventry Patmore ............................................. 9
2.2 Christabel di S. T. Coleridge: un’innocenza perduta ............................. 11
2.3 Risvolti inaspettati in Goblin Market di Christina Rossetti ................... 13
3. La ‘caduta dell’angelo’: il caso di Carmilla di J. S. Le Fanu ............ 17
3.1 Quando donne indifese e vampire seducenti si incontrano .................... 17
3.2 Laura e Carmilla: giochi di potere fra ‘angeli’ e ‘demoni’ .................... 19
Conclusioni .................................................................................................... 26
Bibliografia ................................................................................................... 27
Sitografia ....................................................................................................... 30
Ringraziamenti .............................................................................................. 31
Introduzione
Il presente elaborato verte su un’analisi della rappresentazione letteraria delle donne vittoriane, generalmente raffigurate, nella letteratura prodotta fra Gran Bretagna e Irlanda nel XIX secolo, come ‘angeli del focolare’ (angel in the house) o ‘donne cadute’ (fallen woman). Al fine di riflettere su come queste due immagini, apparentemente antitetiche, possano in realtà interconnettersi e, in alcuni casi, sovrapporsi, in seguito a un excursus su alcuni componimenti poetici inglesi ottocenteschi, si esaminerà la novella Carmilla (1872) di Joseph Sheridan Le Fanu.
Il primo capitolo è dedicato a una breve introduzione al contesto storico, sociale e culturale dell’epoca vittoriana, alla delineazione dei parametri che definiscono le due immagini antitetiche esaminate e all’analisi del loro impatto sulla percezione delle donne nella società. A questo proposito, verrà sottolineato come le donne dell’epoca, esortate a incarnare l’ideale femminile di purezza e virtù domestica rappresentato dall’‘angelo del focolare’, fossero etichettate come ‘donne cadute’, simbolo di trasgressione e degrado morale, se assumevano comportamenti ritenuti ‘devianti’ dalla norma.
Nel secondo capitolo, si vedrà come queste immagini siano state rappresentate nella letteratura inglese ottocentesca prendendo in esame alcune opere poetiche emblematiche che consentono di riflettere sulle contraddizioni intrinseche all’ideale femminile del tempo, e cioè: The Angel in the House (1854-1862) di Coventry Patmore, Christabel (1816) di Samuel Taylor Coleridge, e Goblin Market (1862) di Christina Rossetti.
Infine, il terzo capitolo si concentrerà interamente sull’opera che costituisce il fulcro di questo lavoro: Carmilla di J. S. Le Fanu, novella gotica che mette in discussione l’autorità patriarcale e sovverte la ferrea dicotomia tra angel in the house e fallen woman. Esplorando i personaggi femminili principali della storia, la protagonista Laura e l’antagonista Carmilla, nonché il loro rapporto intenso, si noterà come le due raffigurazioni di donna prese in esame siano in grado di intrecciarsi, svelando una fluidità che contesta le polarizzanti categorizzazioni dell’epoca.
Attraverso l’analisi dei testi menzionati e il ricorso a diversi scritti critici, l’obiettivo di questo elaborato è quello di offrire un contributo che supporta la tesi secondo cui le figure vittoriane dell’‘angelo del focolare’ e della ‘donna caduta’ possono rappresentare un continuum di esperienze femminili, riflettendo la complessità della vita e la varietà dei desideri delle donne.
1. Visioni dicotomiche della donna vittoriana
1.1 L’età vittoriana: un’epoca di contrasti
L’età vittoriana, che prende il nome dalla regina Vittoria, ha inizio nel 1837 e termina nel 1901, coprendo un arco temporale talmente lungo da “rendere impossibile una sua trattazione omogenea e onnicomprensiva” (Pagetti, Palusci 2000: 74). Difatti, diversi studiosi hanno proposto varie suddivisioni dell’era in questione. Fra gli altri, Asa Briggs, uno dei principali studiosi dell’epoca, ha proposto una tripartizione del regno vittoriano, suddividendolo in: Early Victorian Age (1837-1851), Mid Victorian Age (1851-1870) e Late Victorian Age (1870-1901). Il primo periodo è caratterizzato da conflitti interni che hanno per protagonisti proprietari terrieri e industriali, nonché i lavoratori e i loro padroni. Il secondo periodo è segnato, fra le altre cose, dalla grandiosa Esposizione universale che ebbe luogo presso il Crystal Palace di Londra nel 1851. Il terzo periodo, che coincide con gli ultimi decenni del secolo, è infine contraddistinto da una revisione critica dei periodi precedenti, soprattutto negli anni della cosiddetta fin de siècle (Pagetti, Palusci 2000: 74; 76-78).
Come sottolinea Michael Paterson in A Brief History of Life in Victorian Britain, si tratta di un’epoca che viene generalmente considerata come un’età di grande splendore:
a breathtaking era of change, an unrelenting rush of new technology, new knowledge, new opportunities, new wealth, new politics and new attitudes. Not since the Civil War two and a half centuries earlier had society altered so greatly in so short time; never before had the mechanics of living undergone such revolutions. (Paterson 2008: 11)
In realtà, nonostante i numerosi cambiamenti positivi, la diffusione di nuove conoscenze, la creazione di nuove opportunità e l’invenzione di nuove tecnologie, quella in questione è un’epoca segnata da forti contraddizioni e ipocrisie. Infatti, se, da un lato, si assiste al progresso portato dalla Rivoluzione Industriale cominciata nel secolo precedente, alla crescente ricchezza della borghesia (middle class) e all’espansione del potere britannico, dall’altro, dilagano la povertà, le malattie e le ingiustizie che colpiscono la classe lavoratrice (working class), “quelle moltitudini anonime e indistinte che venivano chiamate le masse proletarie hands, […] relegate nei quartieri squallidi (slums) delle grandi città industriali” (Pagetti, Palusci 2000: 68).
1 Grazie a questo evento significativo, il Regno Unito ebbe modo di esaltare e affermare la propria superiorità industriale, militare ed economica.
Come osserva Virginia Woolf nel noto romanzo Orlando: A Biography (1928), quello vittoriano può essere definito come un “periodo intriso di umidità spirituale e materiale, tetro e opprimente soprattutto per le donne” (Pagetti, Palusci 2000: 67), le quali possono considerarsi ‘vittime’ della società patriarcale del loro tempo – un tempo in cui, sostenendo l’ideale femminile dell ‘angelo del focolare’, gli uomini le ritengono “una proprietà da possedere e amministrare con le buone o con le cattive” (78).
Nel tentativo di salvare le donne dalla ‘triste’ realtà in cui sono quotidianamente immerse, intorno alla metà del XIX secolo, vede la luce il movimento femminista (Women’s Movement), impegnato in numerose battaglie al fine di ottenere diritti sociali ed economici basilari. Tuttavia, nonostante il suo ruolo significativo nel processo di trasformazione del Regno Unito, non abbracciava l’idea radicale dell’uguaglianza tra uomo e donna, tanto è vero che le donne continuano a essere escluse dalle università e, di conseguenza, da tutta una serie di professioni, e “l’era di Vittoria si chiude senza che […] abbiano raggiunto il diritto di voto” (Pagetti, Palusci 2000: 79). Si trattava piuttosto di un movimento borghese, pervaso dalla coscienza di classe. Infatti, le femministe del periodo, benché progressiste per gli standard dell’epoca, evitavano comportamenti che potessero seriamente compromettere la loro reputazione personale, poiché erano orgogliose della loro posizione sociale come rispettabili membri della borghesia e, pertanto, ci tenevano a conservarla (McCrone 1972: 39).
A questo proposito, Sara Kühl fa riferimento a una vera e propria “Victorian obsession with respectability and its definition” (2016: 172). Infatti, essere considerati rispettabili era di fondamentale importanza per i membri della borghesia vittoriana, e chi perdeva la propria buona reputazione veniva emarginato. Per quanto riguarda le donne nello specifico, esse erano considerate rispettabili se rispecchiavano l’ideale femminile diffuso all’epoca, il quale le vedeva come ‘angeli del focolare’: devote e sottomesse ai loro mariti, passive, miti, graziose, pie e, soprattutto, pure.
2 Durante gran parte dell’era vittoriana, le donne erano prive di proprietà, ma con il Married Women’s Property Act del 1870 e del 1882 ottennero il diritto di conservare i propri guadagni e di ereditare proprietà. Per quanto riguarda le donne della classe operaia, non istruite e costrette a vivere in condizioni problematiche, esse reclamavano la parità salariale (Pagetti, Palusci 2000: 78-79).
L’ideale del cosiddetto angel in the house inizia a essere contestato dalle donne borghesi con una certa istruzione, le quali cominciano a identificare negli atteggiamenti restrittivi della propria classe l’ostacolo da superare (McCrone 1972: 40). Secondo le rigide norme morali e comportamentali vittoriane, basate primariamente sulla sottomissione delle donne e la loro reclusione alla sfera domestica:
women who are submissive are good and women who are not submissive are evil. The submissive ones remain in the society and the disobedient ones are omitted from society in order not to affect other women negatively. (Moghari 2020: 174)
Come si evince da questa citazione, una donna era dunque considerata ‘buona’ e, di conseguenza, rispettabile se si sottometteva. Al contrario, quando una donna si discostava dalla sua rappresentazione idealizzata, veniva stigmatizzata ed etichettata come una fallen woman, ossia una ‘donna caduta’ che, avendo trasgredito le norme morali del periodo mostrandosi disobbediente e ‘impura’, veniva emarginata per evitare che influenzasse ‘negativamente’ le oltre donne.
In questo modo, prende forma e si consolida una visione dicotomica delle donne vittoriane: all’‘angelo del focolare’, che rappresenta “the perfect housewife, the domestic goddess of the middle class” (Kühl 2016: 171), si contrappone la ‘donna caduta’, ritenuta l’incarnazione del male. In altre parole, si sviluppa una dicotomia incentrata sull’opposizione fra donna buona e casta e donna sensuale e peccatrice, tra la figura dell’angel in the house e quella della fallen woman, le cui origini e caratteristiche saranno di seguito esplorate al fine di individuare i punti di contatto che consentono di ridurre quella polarizzazione che di consuetudine le contraddistingue.
3 Come sottolinea Kühl in “The Angel in the House and Fallen Women: Assigning Women their Places in Victorian Society”, per le donne dell’epoca era impossibile sottrarsi a questa dicotomia, poiché “creating categories [was a] way for men to try and regain control over women” (2016: 172). A causa dei rischi derivanti da tale categorizzazione, poche donne ebbero il coraggio di opporsi ai costumi imposti. Tuttavia, la crescente frustrazione e infelicità causate dalla vacuità della propria esistenza, portarono alla comparsa di nuovi profili femminili, le new women, che ebbero il coraggio di contestare le numerose limitazioni imposte. Così, le pioniere di una vera rivoluzione, reclamarono la propria individualità e lottarono per l’uguaglianza di genere (Sferlazza 2021: 6; McCrone 1972: 40).
1.2 Donne vittoriane fra conformità e ribellione
In molti periodi storici si è sostenuta l’idea che il posto di una donna fosse in casa; una convinzione che, nell’era vittoriana, viene sostenuta con particolare enfasi. Una donna doveva mantenere una reputazione irreprensibile, trovare un marito rispettabile, sposarsi, gestire la casa e avere figli a cui badare: insomma, doveva essere ciò che è stato definito come ‘angelo del focolare’. D’altronde, le aspettative riguardanti il comportamento della donna erano perpetuate fin dalla giovanissima età. Le ragazze venivano infatti educate a essere leali, silenziose, gentili e premurose, ad acquisire quelle qualità considerate l’essenza della vera femminilità. Inoltre, veniva insegnato loro che non esisteva peccato peggiore che avere relazioni extraconiugali: se fossero state scoperte, la loro reputazione sarebbe stata distrutta (Kühl 2016: 176).
Esse crescevano con l’idea che il matrimonio fosse il loro obiettivo ultimo, e, soprattutto durante gli anni iniziali e centrali dell’età vittoriana, partecipavano a tutta una serie di eventi sociali progettati per instillare e suscitare entusiasmo intorno a queste aspettative. Si trattava di eventi che erano generalmente accompagnati da regole che promuovevano la passività delle donne, come viene sottolineato in Jane Austen’s Guide to Good Manners (2006) di Josephine Ross, dove si evince che, durante un dinner party, “a lady may not invite a gentleman to dance” e, dopo cena, “the ladies must withdraw (…) while the men remain at table, to enjoy (…) conversation on such topics as sport, politics and farming” (Maika 2011: 85-87).
Come osserva Courtney Maika, mentre le donne nubili erano occupate a rispettare le norme imposte dalla società per assicurarsi di trovare un ‘buon’ marito, quelle già sposate si impegnavano a incarnare l’immagine dell’‘angelo del focolare’ (2011: 87), mostrandosi, come si è già sottolineato, ‘pure’, devote e sottomesse ai propri mariti, dedite alla cura della famiglia e della casa.
4 Già nell’epoca della Reggenza era molto diffusa la pratica di consultare i cosiddetti conduct books, manuali diretti alle donne che fornivano istruzioni dettagliate su come comportarsi e risultare più attraenti per gli uomini. Nel complesso, questi manuali erano strumenti preziosi per le donne che aspiravano a sposarsi (Rowekamp 2016).
5 Come si vedrà nel capitolo successivo, l’angelo vittoriano per eccellenza è quello che viene descritto in The Angel in The House di Coventry Patmore, lunga celebrazione poetica dell’amore coniugale, che esalta le virtù domestiche e morali della moglie perfetta (Auerbach 1982: 66), offrendo un modello di perfezione ‘altruista’ che tutte le donne erano esortate a incarnare mettendo da parte ogni altra aspirazione.
Questa identificazione comportò un’inevitabile associazione tra femminilità e purezza domestica, fra ‘donna’ e ‘angelo’, nonché la caduta nell’oblio del significato originale attribuito all’angelo, determinando un cambiamento radicale nella sua percezione. A questo proposito, si ricorda che nella tradizionale angelologia cristiana, gli angeli erano per definizione rappresentati come soggetti maschili, figure marziali e corazzate che si distinguevano per la loro straordinaria mobilità. Essere un angelo significava essere maschio e avere la capacità di muoversi. Partendo da questa osservazione, l’angel in the house vittoriano appare come un ‘bizzarro’ oggetto di venerazione, sia per la virtuosa femminilità, sia per la sua immobilità, in quanto può ‘esistere’ solo all’interno delle mura domestiche. L’‘angelo del focolare’ può essere dunque considerato una sorta di paradosso: mentre il movimento angelico un tempo non conosceva limiti, l’angelo vittoriano è invece definito dai suoi confini (Auerbach 1982: 67-72).
Passando da un estremo all’altro, restando in campo religioso e spirituale, si può affermare che, quando i loro comportamenti deviavano dalle norme imposte dagli uomini, anziché essere considerate ‘angeli’, le donne venivano viste come creature demoniache. Difatti, i tratti considerati più minacciosi per l’ordine patriarcale associati alla fallen woman furono trasferiti nel contesto del soprannaturale – tipico del genere gotico – attraverso figure femminili mostruose, tra cui sirene, meduse, streghe, gorgoni e vampire (Stewart Canales 2018: 9, 11). A questo proposito, Nina Auerbach osserva che, nella letteratura del tempo, “women exist only as spi
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