Riassunto esame Letteratura italiana, prof. Angelo Maria Mangini – Facoltà Lettere
Libro consigliato: “Itinerari (Università di Bologna Bonazzi, nella Letteratura Italiana - da Dante al web”, Campana, Giunta e Maldina.
Scena del Mediterraneo
Il Medioevo e la nostra cultura che possiamo indicare come il “ponte” tra età antica e moderna, ed è proprio con lui che prende forma quella che noi usiamo identificare come letteratura italiana.
La letteratura italiana ha inizio con Dante. La letteratura ha avuto un ruolo importante nel nostro paese, poiché è proprio da essa che scaturiscono tutti i rami del saper umano e, non a caso, sono considerati letterati classici anche personaggi come: Machiavelli, Gramsci, Galilei, Vico e Croce.
Questi ultimi, dopo secoli, ci parlano e ci mostrano temi e questioni che, nella letteratura moderna, affrontiamo ancora, come: morte, amore, felicità, senso di infinito.
Altro spartiacque della letteratura, a livello tematico e cronologico, è Foscolo, con il quale ha inizio la “letteratura moderna”. È inevitabile che gli autori come Dante e Foscolo abbiano influenzato anche l’età moderna, ma questo non ci impedisce di scandire cronologicamente le diverse fasi e, soprattutto, i diversi contesti storici che fanno da sfondo allo sviluppo della letteratura (Medioevo, Umanesimo ecc.).
Come sosteneva Shelley, “la letteratura e la poesia uniscono più di qualunque altra cosa” pertanto, non è difficile trovare analogie tra regioni e continenti diversi.
Vi è un ancora aperto dibattito riguardo i picchetti cronologici che delimitano ogni epoca, a partire dalla fine dell’Impero romano. Se da un lato la Roma Antica stava decadendo lentamente, dall’altro lato questa aveva influenzato gran parte delle altre culture nascenti, basti pensare all’ermeneutica, alla struttura e l’organizzazione feudale del territorio o, in ambito letterario, alla codificazione di alcuni generi latini, che portarono allo sviluppo del poema, del canzoniere e della novella.
Il Medioevo possiamo definirlo come un momento di passaggio in cui vi è sia il recupero dei classici sia l’affermarsi delle nuove innovazioni. Un ruolo importante nello sviluppo della letteratura è l’elaborazione ermeneutica, la lettura e l’interpretazione dei testi sacri che ha prodotto molti commenti critici riguardanti i libri fondativi delle religioni d’epoca e tra questi: Agostino, Girolamo, Ambrogio, Benedetto ecc.
Questo sistema di ermeneutica infinita venne successivamente utilizzato non solo per lo studio e il commento dei testi sacri, ma anche per la ripresa delle lingue classiche come il greco (tornato in Italia grazie ai dotti bizantini dopo la caduta di Costantinopoli) e del latino, soprattutto lo studio esegetico, allegorico e sapienziale di autori come Cicero, Ovidio, Seneca ecc., attraverso i quali si cerca di risolvere la conflittualità che vi era tra la cultura pagana antica e la religione cristiana medievale.
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Nell’epoca medievale vi sono diverse visioni del mondo, a partire dalla concezione cosmica e naturale precopernicana, un’alterità tra visibile e non visibile, studi del mondo animale che danno vita anche a letture allegoriche e simboliche, che interessano lo sviluppo di numerosi generi letterari, soprattutto quello epico e novellistico.
Molto diffuso è il binomio fantasia-realtà, che caratterizza anche forme, trame e personaggi. Es. Alessandro (vedi libro).
Sarà proprio la fantasia la musa ispiratrice di Dante, grazie alla quale riesce a riferire ai lettori la visio divina nel Paradiso. Di qui a poco nascerà anche la letteratura comico-realistica, che, oltre a vedere protagonisti Angiolieri, Filippi e San Gimignano, diventa strumento principale utilizzata da Boccaccio nel “Decameron”.
Il discorso si estende anche al tema del viaggio, che ha inizio già dall’antichità con l’ “Odissea”. Nel Medioevo, inoltre, si ha un rinnovamento dell’assetto urbanistico della città e continua ad essere utilizzata la tecnica dell’ermeneutica, che sopravvive nell’arte e nella letteratura, intrecciandosi con i valori laici della società.
Ed è proprio nel bel mezzo dello scenario medievale che, tra bellatores, uomini politici e condottieri, mercanti, vescovi, che ha origine, prima dal ciclo arturiano e poi alla corte di Federico II, i modelli di costume amoroso che creeranno le fondamenta dello Stil Novo.
Il latino in veste medievale
Il latino non era soltanto la lingua della cultura classica, ma, in tutto il Medioevo, continuava ad essere il principale strumento di comunicazione nell’Europa dei dotti.
Successivamente, però, inizia a diffondersi un latino differente, soprattutto nel lessico, che dà origine, a partire dalla Romania medievale, a parlate volgari (da vulgus, lingua del popolo).
Nel periodo medievale ad influire sulla cultura e la letteratura sono anche gli scontri tra papato e impero. È proprio durante questa forte tensione che si fa sempre più riferimento alla cultura bizantina: la politica di Costantino, l’assetto giuridico di Giustiniano, Teodorico e la sua corte a Ravenna.
Quest’ultima sarà poi la sede della “Carta ravennate”, insieme di produzioni poetiche e profane in volgare del XIII secolo, molto precoce rispetto alla Scuola Siciliana.
La chiesa vuole comunque mantenere la lingua latina, utilizzata anche da San Girolamo nella traduzione della Bibbia (Vulgata) e da Agostino, che poneva in rapporto la cristianità con il mondo pagano.
La chiesa, dopo il crollo della struttura statale romana, prese il monopolio anche sull’istruzione, mettendo a disposizione oratori e luoghi per biblioteche e luoghi di studio.
Importante fu il ruolo dell’ordine benedettino (Benedetto da Norcia) che rappresentava un luogo di istruzione dove vi era un giusto equilibrio tra cristianità e osservazione dei modelli antichi.
Europa e Italia
L’avvento al potere di Carlo Magno produsse effetti significativi a livello culturale, soprattutto perché puntava a riportare in Occidente il modello romano.
La sua corte diventò un luogo che, insieme ai centri religiosi, permetteva l’istruzione, affidata però a laici, che vedeva protagonisti molti intellettuali tra cui Alcuino. Ad Aquisgrana era possibile recuperare, copiare e studiare i testi della tradizione classica.
Quello del ricopiare era principalmente il compito degli amanuensi o dei copisti che però, non essendo ancora in vigore la stampa, impiegavano diverso tempo per la creazione di libri, considerati come bene prezioso.
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Da ciò non è difficile capire che non tutti potevano permetterseli e che il numero di persone istruite alla scrittura e alla lettura era minimo.
Ciò che non impedì al sapere di diffondersi anche nelle classi meno abbienti fu l’uso dell’oralità, principale veicolo di informazione anche nella corte di Carlo.
La diffusione della cultura classica e il cambiamento dell’assetto storico, economico e giuridico del tempo, favorì la produzione letteraria e, in particolare, la nascita di diverse università (Bologna, giurisprudenza: fondate sulla conoscenza del diritto romano e dello studio delle “humanae litterae”).
Corpus giustinianeo e poi quelle dove vi era la riflessione dei maestri giuristi comporta conseguenze rilevatissime: affinamento dell’esegesi, importanza della retorica e dello stile sofisticato per creare il perfetto esempio di giurista, dirigente laico di comuni e signorie.
Come già citato in precedenza, un ruolo centrale era affidato alla città di Bologna, centro culturale che accolse, dal punto di vista giuridico, intellettuali come Dante, Petrarca e Copernico e, non a caso, Dante aggiudica al bolognese, poeta e giurista, Guinizzelli la paternità dell’avanguardia toscana dello Stil novo.
Già con Guinizzelli si ha un passo avanti verso la modernità: i bellatores cominciano ad avere come modelli giovani intellettuali che, coraggiosamente, apprendevano il loro sapere all’interno delle università, delle corti ecc.
La cultura filosofica e scientifica rimaneva sempre ancorata alla teologia, ma pian piano ci si avviava verso la nuova concezione di centralità della ragione umana come unico strumento per comprendere il mondo.
Di questo momento particolare dello sviluppo letterario sono protagonisti personaggi come Magno e d’Aquino, filosofi-teologi che ispirarono Dante e Damiani, fustigatore di costumi, che aveva come obiettivo il rinnovamento della chiesa.
L’apprendimento dei giovani consisteva nello studio di 7 materie: grammatica, retorica, dialettica, aritmetica, geometria, astronomia e musica (tutto in latino).
Dopo questi studi solo i più ricchi avevano accesso alle università e, tra le facoltà più ambite, vi era quella di teologia, scienza considerata superiore in quanto si occupava dello studio delle “cose divine”.
In tal modo il sapere religioso manteneva un ruolo comunque essenziale, ma veniva sempre più affiancato da tutte quelle conoscenze che ampliavano l’utilizzo della ragione.
La maggior parte dei centri culturali si sviluppano in Italia, nonostante le difficoltà del paese dovute alla caduta dell’impero romano e alla frammentazione dei vari territori.
Mutò qualcosa anche nei generi letterali: alcuni morirono (commedia, tragedia e poesia bucolica), altri si trasformarono (trattati storici, epica), altri nacquero dal nulla (laudi).
Molto diffuse sono le opere in prosa riguardanti le azioni e le vite di alcuni personaggi, che avevano sia il ruolo di educare, sia quello di illustrare l’intervento divino nelle vicende umane.
In poesia si diffonde sempre di più il genere epico dove vengono narrate le gesta di eroi e popoli. Nel medioevo, inoltre, si ha una vasta produzione di laudi e inni sacri e profani, per la maggior parte delle volte cantati su ritmi irruenti (canti goliardici).
Oltre ai temi giocosi si affermano anche quelli amorosi, sensuali, malinconici, che sembrano preludere alla poesia provenzale e italiana.
Non solo gli studenti sono attori e protagonisti, ma anche chierici vaganti, individui che abbandonano la vita religiosa e, come giullari, vagano di città in città o di corte in corte per intrattenere il pubblico.
Ciò che veniva narrato riguardava sia gloriose vicende, ma
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anche leggende, viaggi, favole, racconti comici ecc., tutti esempi che porranno le radici della novellistica.
1. Italiani, francesi e provenzali
I modelli della letteratura italiana dalle origini, tra Francia e Provenza
Le prime letterature in volgare compaiono in Francia intorno al XI-XII secolo e si diffondono in tutta Europa intorno al XIII.
In Italia, seppure in ritardo, abbiamo il primo trattato in volgare intorno al 1224, con il “Cantico di frate sole”.
Le letterature d’origine si dividono in: langue d’oil (nord-ovest Francia) e langue d’oc (Provenza).
Alla prima corrispondono racconti epici e poemi cavallereschi che avevano protagonisti Carlo Magno e i suoi paladini e le loro avventure vs i saraceni.
A questo genere si affiancò quello dei “romans”, romanzi avventurosi che vedevano come protagonisti cavalieri che erano sempre alla ricerca di qualche oggetto magico o sacro (es. Santo Graal), o che dovevano salvare una dama per riportarla alla corte.
I temi e i personaggi da cui attingeva questo genere potevano essere sia storici sia leggendari.
La produzione in langue d’oc, invece, si innestava su un humus politico e culturale, essendo la Provenza e l’Aquitania divise in piccole corti.
In ognuna di esse si stava sviluppando il genere lirico di vario argomento, praticato dagli esponenti dell’alta nobiltà denominati “trobadors” da “trobar” comporre poesie.
I principali autori sono:
- Guglielmo IX.
- Ventadorn (poetare semplice).
- Daniel (poetare difficile).
- De Born (militare).
Vi era però un comune denominatore tra i romans e le liriche trobadoriche: il tema dell’amore. Quel rapporto uomo-donna simile al rapporto vassallatico, dove la donna rappresentava il feudatario a cui l’uomo-vassallo doveva rendere omaggio.
Questo prende il nome di amor cortese e a presentarlo fu Cappellano nel suo scritto “De amore”.
La ricezione italiana dell’amor cortese: i siciliani
La tradizione poetica francese è penetrata in Italia soprattutto per i fuggitivi dalle sanguinose guerre in Provenza.
I catari, gruppo di eretici, volevano staccarsi dalla chiesa romana e questo generò uno scontro con Innocenzo III che terminò con una crociata nel 1209 e che vide la fuga di molti trovatori verso l’Italia.
Questi ultimi influenzarono con il loro bagaglio poetico tutta la nostra penisola e tra questi, Vaqueires, con un componimento in versi dove a turno dialogano un poeta provenzale e una donna genovese.
Vi sono anche autori italiani che scrivono in provenzale come Sordello da Goito che scrive “sirventes” di argomento politico.
La tradizione in lingua d’oil già era penetrata in Italia grazie alla dominazione normanna in Sicilia, che genera anche un tipo di poesia franco-veneta che porrà le basi del romanzo cavalleresco
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padano.
L’Italia era divisa in 3 parti: Regno di Sicilia, Stato della Chiesa, Comuni (guelfi e ghibellini).
Vi era, inoltre, una forte frammentazione linguistica che viene anche citata da Dante nel “De vulgari eloquentiae”, dove vengono distinte 15 parlate dominanti.
Nel Sud saliva al trono Federico II di Svevia, imperatore germanico ed erede del regno di Sicilia. Questo, oltre a genere diversi scontri con il papato, avviò una politica culturale libera e mise in atto un progetto di creazione di una scuola in volgare, dove all’interno vi era un gruppo scelto di poeti ed intellettuali che scrivevano in siciliano “illustre”.
Di questi scritti, però, ne abbiamo poche testimonianze, a causa dei copisti toscani. Abbiamo però i nomi di coloro che ne fecero parte come: Federico II e il figlio Enzo, da Lentini, delle Colonne, D’Aquino, Pugliese.
I siciliani ripresero dalla Provenza sia i temi sia le forme metriche, innovando anche l’endecasillabo, il settenario e il quinario, non affrontarono il tema politico.
I poeti siculo-toscani
La scuola siciliana degradò dopo la morte di Federico e il centro poetico, che importava temi e generi dall’Italia Meridionale, si sposta verso il centro e, in particolare, in Toscana.
I poeti di questo periodo riprendono molto dalla corte federiciana, ma introducono nuove tecniche e un allargamento tematico, soprattutto riguardo il tema politico-civile e morale che riguardava il mutato contesto dell’Italia comunale.
La lingua utilizzata però non era uguale per tutti, ognuno utilizzava la propria vulgata. Uno di questi fu Guittone d’Arezzo, artefice del gruppo siculo-toscano, che però utilizzava un linguaggio aulico e spesso poco comprensibile.
Negli stessi anni si sviluppa anche una poesia “comica” che vede come autore Filippi, ma, come predecessore Cielo d’Alcamo e come successivo Cecco Angiolieri.
Quest’ultimo scrive sempre ponendosi contro alcuni valori sociali a toni malinconici, ispirato da una mai sazia brama di “divertissement”.
Cecco si pone anche contro lo stilnovismo e la figura di Becchina, “doppio parodico” di Beatrice e della donna-angelo.
La poesia d’argomento sacro
Nel 200 si ha anche un consolidamento della letteratura sacra, con la diffusione di molti movimenti spiritali: alcuni caddero anche nell’eresia e subirono attacchi da parte dell’Inquisizione, mentre altri furono appoggiati dalle autorità ecclesiastiche.
I maggiori protagonisti di questo periodo furono i due ordini mendicanti: Domenicani, concentrati sulla predicazione; Francescani, missionari pronti a mescolarsi tra la gente per aiutare poveri e malati.
Già Francesco con il suo “cantico” e con la ripetizione dell’anafora “laudato si”, aveva dato l’avvio al genere sacro della lauda.
Quest’ultima si sviluppò principalmente nell’Italia centrale, tra la Toscana e l’Umbria, grazie ad un gruppo di devoti laici che intonavano canti sacri, trascritti in un secondo momento.
Il più importante laudario è quello di Iacopone da Todi, personaggio di utile valore storico, in quanto scrive diverse polemiche spirituali.
Egli estremizza la ricerca francescana, eliminando ogni singola componente gioiosa della vita, ma, al contrario, si pone contro ogni singolo rapporto umano, che definisce falso e penoso, e, addirittura, era convinto che l’uomo dovesse sperare di soffrire per la purificazione della propria
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carne.
Un’ampia parte della sua produzione si poneva contro la chiesa e le persone di Bonifacio VIII, ma fu anche un notevole sperimentatore e linguista, introducendo la “lauda drammatica”.
La prosa d’argomento profano
Anche la prosa profana si rifà al repertorio francese e alla langue d’oil, perfetta per comunicare ad un pubblico vasto.
Un autore fu Latini, che, negli anni dell’esilio, si servì del francese antico per il suo “Tresor”, un’enciclopedia che contenesse tutto lo scibile dell’epoca.
Iniziò anche la traduzione del “De inventione” di Cicero, dimostrando che è impossibile separare la prassi intellettuale da quella politica.
Altro che riprende il francese antico è Marco Polo con il “Milione”, che, insieme all’amico Rustichello, traduce in lingua d’oil in modo da far conoscere il contenuto a tutta l’Europa, essendo il francese una lingua più.
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