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Gian Mario Anselmi

White mirror: le serie TV nello specchio della letteratura

Il gioco ha inizio

Chi racconta manda segnali, come le stelle dal profondo universo: sono segnali ben decifrabili dal lettore o dallo spettatore ma talora volutamente chi narra mescola le carte e lascia nel dubbio chi è in ascolto. È il contesto indispensabile per ogni narratore, regista, sceneggiatore: deve preparare il terreno perché lo spettacolo abbia inizio, perché il "gioco della narrazione" ci prenda facendoci sospendere ogni "patto di incredulità".

Siamo nel gioco, quindi giochiamo e finché non avremo finito il romanzo, il film, la serie, la storia insomma, quella realtà diviene la nostra realtà e ci restiamo immersi senza scampo. I segnali che percepiamo sono appunto molteplici, spesso inequivocabili, talora dubbi, tali per cui procediamo per tentare di decifrarne la direzione di senso. Solo un abile narratore sa preparare questo terreno di gioco: se non ci riesce noi non vogliamo "giocare", non ci interessa e, come bambini (gli eterni bambini che siamo nel profondo), passiamo ad un altro "gioco" più interessante.

Non è molto diverso per i romanzi, anche quelli molto lunghi: il romanziere non ha a disposizione ovviamente una colonna sonora né una cinepresa con le infinite gamme del "visivo" né può giovarsi di "trucchi" ad effetto costruiti al computer (i famosi "effetti speciali"). In compenso ha l'arma più antica ed efficace di tutte: la scrittura; con le sue pause, i suoi scarti, l'insinuante precisione delle parole, la potenza evocativa dei periodi collocati secondo una disposizione che risponde a regole narrative tanto inderogabili quanto "invisibili" per il lettore se lo scrittore è così abile da non esibircele artificialmente.

Tutto è già nelle prime pagine del romanzo: come negli esempi precedenti l'incipit ci prepara al "gioco" e se la mano del narratore è felice noi partecipiamo al gioco prima ancora di sapere che stiamo giocando, le pagine si susseguono e noi non ci stacchiamo più da quelle pagine. Quello diviene il nostro mondo e quelle vite, quei personaggi "siamo noi", a partire dal contesto che l'autore ci ha apparecchiato con abilità spesso ineguagliabile.

Arte, gioco e rappresentazione

L’arte è profondamente una fonte vera di conoscenza della realtà per come noi siamo in grado di rappresentarla.

Luoghi, tempi, generi: il nostro mondo e la narrativa del nuovo millennio

Ma torniamo a quanto ricordavamo in precedenza ovvero l'importanza del "contesto” in cui la nuova narrativa (ribadiamo: letteraria, filmica, televisiva, ecc.) dispone le sue trame: anche questo dipende dal mondo mutato e spesso "inconoscibile" o "immodificabile" in cui siamo immersi. Chi narra deve "collocarci", deve darci punti di riferimento, deve produrci segnali, come dicevamo prima, che ci dispongano a una comprensione piena del sentiero che il lettore percorrerà col narratore (con una cooperazione lettore/spettatore/narratore di dimensioni incomparabilmente più piene e variate del passato): il narratore è una "bussola" ma il lettore/spettatore è al timone insieme al narratore.

Il campo privilegiato ormai da tempo è rappresentato dalle realtà urbane, meglio dalle metropoli, meglio ancora da una metropoli, New York è una città/mondo ed è la città del mondo: non solo ovviamente per il suo ruolo decisivo nella finanza mondiale e negli equilibri tra Usa e gli altri paesi, per il suo essere l'emblema tangibile di quel capitalismo vincente e aggressivo di cui dicevamo. La cosa singolare è intanto che New York nell'immaginario, è avvertita come centrale non solo dagli abitanti degli Stati Uniti ma dall'intera popolazione mondiale specie dalle generazioni giovani e non certo solo per la sua valenza di capitale economica; persino Wall Street è scolpita nell'immaginario narrativo ed è perciò meta di miriadi di turisti che spesso nulla sanno di finanza ma che hanno visto al cinema e in TV o nei telegiornali quel sito emblematico; nessun distretto finanziario al mondo ha una così potente forza evocativa.

Certo un ruolo importante è giocato dal fatto che da oltre un decennio, nel mondo, le realtà urbanizzate hanno sopravanzato le popolazioni che vivono in contesti non metropolitani e perciò la Grande Mela per la sua storia, per l'egemonia statunitense, per l'architettura di Manhattan, così peculiare con la sua celeberrima skyline, è divenuta il simbolo per eccellenza delle realtà metropolitane.

Ma forse, in tutto ciò, il ruolo maggiore lo hanno svolto le grandi "narrazioni" ambientate a New York e in particolare quelle filmiche e televisive (basti pensare alle sitcom Friends o Sex and the City); anche se non va affatto trascurato il ruolo di grandi romanzieri o autori teatrali che hanno fatto della metropoli per eccellenza il luogo privilegiato delle loro opere; e altrettanto potrebbe dirsi per tutte le forme di musica pop e jazz: New York New York è una canzone conosciutissima ovunque ed è l'inno indiscusso di una metropoli divenuta mito e leggenda grazie all'immaginario che narrazioni, musica, arte moderna hanno costruito intorno ad essa.

Il "contesto" di New York (quindi persino Wall Street...) è quasi esso stesso il "senso" della rappresentazione. Perciò il viaggio a NY, almeno la prima volta, è una sorta di "iniziazione" e "straniamento": siamo nel contesto che abbiamo visto o letto migliaia di volte e che ci è perciò "familiare” e al tempo stesso ne vediamo per la prima volta davvero i contorni reali, i luoghi, gli ambienti. Solo a NY oggi la fusione tra autori e spettatori/ lettori diviene totale, noi sappiamo di essere dove inizia e si compie una parte decisiva del nostro immaginario e ne siamo consapevoli protagonisti.

Sotto il ponte di Brooklyn ci sentiamo al centro del mondo: non è certo il ponte più bello del mondo o il più originale ma è il ponte, l'unico che a tutte le latitudini è riconoscibile e di cui sappiamo tutto, gli altri ponti li confondiamo sempre, mai quello di Brooklyn, l'inconfondibile, affacciato sulla più "citata" skyline del mondo. Nell'immaginario collettivo riveste il ruolo che hanno, che so, il Colosseo a Roma o la Tour Eiffel a Parigi. Non è in gioco la loro "bellezza" ma la immensa portata simbolica che sanno veicolare per le infinite narrazioni che li hanno raccontati: il contesto, come abbiamo visto così importante per ogni narrazione, si fa protagonista al pari delle "storie" né l'uno può distinguersi dalle altre.

Questi contesti svolgono per altro sempre la stessa funzione: dare vita alla nostra “ansia di libertà", spaziare oltre i nostri confini, misurarci con una Natura apparentemente benigna e idillica ma che rapidamente, alla Leopardi, può trasformarsi in terribile e minacciosa (la vicenda del protagonista di Into the Wilde, le crescenti paure contemporanee per virus sconosciuti e pandemie...). In un certo senso è proprio questa tipologia di location che ci mette di fronte alla nostra duplice natura, che spesso tendiamo dimenticare nei sofisticati apprendistati metropolitani, fatta di umanità e ferinità (come già lucidamente vide Machiavelli, sulla scorta di Aristotele).

E non a caso gli animali sia domestici sia selvaggi hanno un ruolo sempre più importante nelle narrazioni (e non solo in quelle per bambini), dove sono quasi sempre presenti in qualche modo e quasi sempre in senso positivo e "salvifico" a ricordarci come la ferocia e gli istinti più brutali tengono all'uomo più che alle "bestie" (si vedano ad esempio per stare ai nostri anni i tre film del ciclo Belle et Sébastien ispirati ai romanzi di Cécile Aubry. Noi vogliamo "liberarci" con le narrazioni ma questo ultimo brandello di "libertà" che ci resta passa da un duro confronto con le nostre radici e le nostre debolezze, con il nostro fine ultimo, quel "morire" che ci attende tutti e a cui tutti siamo chiamati; ma che la potenza del narrare, sia esso "metropolitano" o "rurale", ci consente di "travalicare" come se "l'infinito narrare" ci soffermasse prima della soglia fatale e ci aprisse l'animo alle verità profonde ed ignote come appunto Kant suggeriva.

Contesti temporali: storie nel tempo

Fin qui abbiamo parlato di contesti spaziali, ma rilevantissimi, per ogni tipo di forma narrativa, sono ovviamente anche i contesti temporali in cui ambientare le storie: da molto tempo infatti assistiamo a una fiorente e impetuosa "rinascita" di generi (che in realtà non si erano mai sopiti del tutto) ambientati in molte epoche del passato, dalle più remote a quelle più contigue al nostro presente. Dal glorioso "romanzo storico" ottocentesco e romantico (di cui in Italia il campione indiscusso fu Alessandro Manzoni con i Promessi sposi) sono germinati una infinità di romanzi, film, serials, narrativa per l'infanzia di portata epocale e in pieno sviluppo.

Non è un caso che da tempo la critica abbia ampiamente rivalutato come vero e proprio classico il creatore ottocentesco per eccellenza di intrecci storici e avventurosi ovvero Alexandre Dumas, l'autore della saga forse più celebre e adorata di tutti i tempi, quella dei Tre Moschettieri (più D'Artagnan...), ancora oggi simboli leggendari di coraggio, lealtà, spirito d'avventura e ironia guascona, e del Conte di Montecristo, la «madre di tutte le nostre storie».

Ma a innestare una nuova metodologia di approccio narrativo "verosimile", da vero e proprio romanzo storico, sono sicuramente stati i romanzi di uno degli scrittori italiani più amati e tradotti nel mondo, Valerio Massimo Manfredi. Storico e archeologo di formazione, Manfredi si è volto precocemente a curare la sua vena narrativa e sono usciti negli anni dalla sua penna romanzi sulle imprese dei greci, su Alessandro, sulle legioni romane, su Ulisse e così via che hanno profondamente influenzato romanzieri e registi, che dalle sue opere hanno tratto soggetti, spunti, suggestioni.

Vi è grande contiguità, pur nella diversità degli intrecci, ad esempio, con lo scrittore statunitense George R.R. Martin, il creatore della celebre serie di romanzi trasposti nella serie televisiva Game of Thrones: in particolare con la trilogia sulla vita di Alessandro Magno e le sue stupefacenti imprese o su quella di Ulisse, nel cui titolo Il mio nome è Nessuno, vi è l'origine della traccia che rimbalza in un segmento narrativo importante di Game of Thrones. Insomma, il voluto "verosimile" di Manfredi e il dichiarato “fantastico” di Martin ben dipingono una delle vene narrative dominanti dei nostri tempi.

Il Medioevo vicino oppure remoto

Un discorso a parte, nell'ambito della narrativa fantastica, lo ribadiamo ancora qui, merita oggi l'ambientazione medievale o medievaleggiante di romanzi, film, serie televisive con un successo crescente e travolgente. La cosa è singolare se pensiamo che il moderno romanzo storico, con pretese sì immaginarie ma ancorate a una sicura e documentata ricerca storica, nasce col Romanticismo, con le opere di Walter Scott, e così si dipana in tutta Europa con Stendhal, fra i tanti, fino al rigore storiografico del nostro Manzoni (dell'Adelchi e degli scritti sulla storia longobarda in particolare), avendo al centro un Medioevo di cui il narratore si sforzava di non stravolgere la fisionomia documentabile del suo sfondo autentico (secondo la poetica del romanzo storico "manzoniano").

Il Medioevo è così ancora al centro dell'attenzione nerale dopo il Romanticismo. E a partire dal secondo Novecento e dal Terzo millennio la "valanga" del Medioevo tutto travolge e dovunque si accampa, dalla storiografia più rigorosa all'immaginario più sfrenato alle feste di piazza: il Medioevo si tramuta, per tutte le forme narrative popolari, in un serbatoio mitico cui attingere storie, favole, avventure, una sorta di grande calderone di cui non interessa più ciò che veramente vi accadde nello sviluppo storico e culturale ma le "storie" che quel mondo aveva partorito, a cominciare da epici cicli cavallereschi e in particolare da quello arturiano dei cavalieri della Tavola Rotonda e della ricerca del Sacro Graal.

Siamo al trionfo del "patto finzionale", della "sospensione dell'incredulità"! Ovvero io sospendo ogni pretesa di "veridicità" e mi abbandono totalmente all'invenzione narrativa "come se" fosse vera e mi immergo in quelle storie partecipandovi senza riserve (esattamente, ancora una volta, come il bambino che gioca in un prato "come se fosse una savana e parla ai suoi pupazzi di peluche "come se" lo capissero davvero... è questo il "patto finzionale" che da sempre regola la inaudita potenza del nostro immaginario e dei suoi generi narrativi!).

E in tali procedure si va innestando la ripresa forte di tutta la mitologia celtica e germanica medievale che di fatto, come si diceva, era stata resuscitata nell'Ottocento in parte dalla poesia romantica inglese e tedesca ma poi soprattutto dalle grandi opere di Wagner: il Medioevo è per eccellenza allogato infatti in tutte le narrazioni nei misteriosi e gelidi Regni del Nord con le loro foreste così nel Novecento li fonda sulla scorta di tante suggestioni leggendarie nordiche e germaniche il fortunatissimo ciclo letterario e poi filmico del Signore degli anelli di John R.R. Tolkien, ispiratore anche di molte Serie TV contemporanee.

Nel 1980 Umberto Eco col suo fortunatissimo Il nome della rosa decide di collocarsi sul "crinale" delle due possibili letture del Medioevo giocando, con magistrale abilità di consumato professore esperto di Medioevo e di brillante scrittore attratto da sempre dalle forme molteplici della cultura pop, una chiave audace: da una parte, tiene conto del favore del pubblico per un Medioevo "convenzionale" di fantasia, avventuroso, misterioso, sanguinario e spirituale al tempo stesso (con il supplemento di un plot poliziesco come trama portante del romanzo, ovvero mescola due generi fortunatissimi, il "giallo" e il "romanzo storico medievale").

Dall'altra parte, egli inserisce nella trama, soprattutto mediante i dialoghi dei protagonisti, continue digressioni storiche, filosofiche, teologiche assolutamente attendibili e aggiornate agli ultimi studi, fondendo fantastico medievale e verosimile storico.

Come in Matteo Maria Boiardo ed Ariosto, nella tradizione epica italiana rinascimentale che per prima aveva introdotto, nella modernità, la ripresa fantastica e immaginifica del Medioevo reso volutamente indeterminato e favoloso, insieme vicino e remoto.

Le radici umanistiche e letterarie

Le radici umanistiche e letterarie sono quindi dovunque, la storia è inestricabilmente intrecciata con le "storie" di poeti e narratori di ogni epoca. Torquato Tasso, ad esempio, è il maestro indiscusso di ogni futuro intreccio amoroso, a fine sia lieto sia tragico (Rinaldo e Armida e Tancredi e Clorinda), fra innamorati schierati in campi avversi e innamorati oltre le loro stesse identità religiose, sociali e ideologiche che li dovrebbero dividere; egli fonda gli archetipi sempre ricorrenti di ogni storia d'amore anche dei nostri tempi che sia imperniata sugli eterni, avvincenti "contrasti" e "diversità" che alla fine solo Amore può dipanare (di là dalla consapevolezza che gli autori contemporanei possano avere di questa origine in Tasso).

La Gerusalemme liberata è infatti al tempo stesso, come già abbiamo visto, un poema eroico/storico (ambientato, guarda caso, in epoca medievale ai tempi delle Crociate), un romanzo psicologico e amoroso/patetico, un melodramma, un inno al primato di Amore su morte, divisioni e guerre ovvero è la modernità dei generi "sentimentali" che ci attraversano anche oggi e come tale, non a caso, fu ben compreso in epoca romantica: tra Sette e Ottocento gli autori romantici e i grandi autori di melodrammi rilanciarono definitivamente i suoi nuclei inventivi che ancora oggi dominano le "storie d'amore" nei loro archetipi ricorrenti.

L’infinito narrare che ci prende

Viene da chiedersi come mai tanti intrecci tra fonti letterarie anche classiche/umanistiche e narrativa romanzesca popolare, filmica e televisiva conoscano oggi un così eclatante e formidabile sviluppo. In realtà l'inesauribile patrimonio delle letterature e del loro "gioco" ben si presta a un pubblico affamato di "storie lunghe" simile per molti versi ai pubblici dell'Ottocento in ansiosa attesa dei "romanzi a puntate" o "d'appendice" che dir si voglia (e come ben si sa vi concorsero una infinità di scrittori anche di alto livello come Honoré de Balzac, Alexander Dumas, Charles Dickens, Robert L. Stevenson). La "durata breve" sia al cinema che in TV è in crisi. Si amano le Serie con molte puntate e articolate in sequel o prequel che durano anche anni (l'esempio di Guerre stellari è solo uno dei tanti). I generi delle "lunghe storie" sono molteplici: la stessa letteratura (e non solo quella popolare) si va adeguando. La narrativa di "romanzi lunghi” è prevalente, quasi in competizione con film e TV. Si pensi ai romanzi thriller dei grandi scrittori scandinavi, Mankell in testa; si pensi per la narrativa italiana (nel Novecento spesso refrattaria al "romanzo lungo") ai romanzi precorritori di Elsa Morante (il memorabile L'isola di Arturo).

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Chiarapollastri di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura e lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Bonazzi Alessandra.
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