Lavoro e famiglia
Il sistema di welfare fordista e crisi. Cap. 2
- Assicurazioni obbligatorie.
- Processo storico di individualizzazione.
- Transizione in corso.
- Insicurezza.
- Precarietà e realizzazione di sé, affrancamento. Cap. 3. (empowerment)
- Soddisfazione e insicurezza, crisi delle forme di tutela del lavoro. (sistema assicurativo)
Famiglia, lavoro e volontariato
Le attività fuori mercato. Cap. 4: funzioni economiche, modelli, famiglia, lavoro di cura, lavoro altruismo e volontariato, realizzazione di sé.
Il riconoscimento sociale del lavoro di cura e del lavoro volontario. Cap. 4.
Il riallineamento dei tempi di vita e di lavoro. Cap. 6 e 7.
Le nuove tutele. Cap. 8.
Crisi del sistema del welfare fordista
Cap. 2 crisi del sistema del welfare fordista.
Sistema fondato su tre istituzioni fondamentali:
- Mercato del lavoro dominato dalla grande industria.
- Famiglia, nella sua composizione storica e moderna di famiglia nucleare.
- Il welfare state assicurativo caratterizzato dalle grandi assicurazioni sociali obbligatorie. (contro i rischi di vecchiaia, malattia, infortuni e disoccupazione)
Questo sistema si fondava sulla sicurezza sociale al prezzo della mancata auto-realizzazione del sé.
Se da un lato la famiglia ormai non è più quella classica, monoreddito, con la donna che svolge il lavoro di cura nei confronti di tutti i bisognosi interni, dall'altro queste necessità restano anche se ormai la donna lavora. La famiglia quindi è diventata in buona misura un'importante fonte di richiesta di aiuti dal sistema di welfare.
La precarietà del lavoro, sebbene abbia portato nuove esigenze, ha scardinato il "compromesso di fine secolo", ovvero totale subordinazione del lavoratore in cambio di sicurezza.
Dal punto di vista del welfare, sono cambiati i rischi cui il vecchio modello doveva far fronte. Ora non si tratta più di "rischi" in senso stretto, bensì di problematiche diffuse. Ovvio che il sistema stia collassando.
Il processo storico di individualizzazione
Cap. 1. Il processo storico di individualizzazione.
È nel contesto appena descritto che si delinea il "processo storico di individualizzazione". Ovvero quel processo di affrancamento dell'individuo dalle appartenenze obbligate e dai vincoli sociali precostituiti storicamente. È su questo principio che si sono avute le prime spinte "liberiste" della destra neoliberista, che pone la supremazia del mercato come elemento centrale nell'emancipazione dell'essere umano.
D'altra parte la sinistra ha interpretato il processo di individualizzazione come una spinta piccolo-borghese all'individualismo. Ignorando come ad esempio l'accesso ai consumi di massa abbia permesso al lavoratore di percepirsi più libero.
Dobbiamo però aggiungere un'ulteriore distinzione tra il concetto di libertà in senso negativo della destra liberista, come cioè assenza di coercizioni e la libertà positiva proposta da autori come Sen, che pensano uno stato abilitante all'esercizio dei diritti. Uno stato che favorisca l'empowerment del cittadino quindi e non che stia continuamente a correre dietro alle ingiustizie dovute al mercato.
Se di maggiore libertà individuale si parla, non vanno ignorate le nuove esigenze di giustizia sociale che questo processo implica. Quindi si tratta di un processo dialettico continuo tra maggiore libertà individuale e bisogni legati alla sicurezza.
Preso atto di questo, si delineano tre diverse ipotesi di lettura del presente e del futuro.
- Il presente come periodo di transizione in cui sta crescendo il bisogno di certezze.
- Il presente come periodo ultimativo di transizione da cui bisogna uscire tornando indietro e ponendo vincoli ispirati al passato.
- Il presente come periodo di transizione da cui si sta uscendo guardando avanti, in senso progressivo e di nuovi rapporti tra la libertà individuale e la sicurezza collettiva.
Alla prima ipotesi non può non essere collegato il concetto di anomia. Il modo di uscire da questo momento è il nocciolo della questione. Paci vede nell'adeguamento del welfare la possibilità di uscita in senso positivo e progressivo.
Il lavoro flessibile, tra precarietà e realizzazione di sé
Cap. 3. Il lavoro flessibile, tra precarietà e realizzazione di sé.
La flessibilità non è niente di nuovo, ma la sua diffusione nell'ultimo periodo è cresciuta enormemente.
Possiamo parlare comunque di tre diversi tipi di flessibilità:
- Oraria.
- Funzionale.
- Numerica.
La prima è quella che riguarda la mobilità intesa come tempo dell'impiego, variabile in teoria secondo le necessità dell'impresa o del lavoratore.
La seconda è quella che riguarda la sfera dei ruoli e dei compiti, che potrebbe anche essere vista come stimolante per lo svolgimento del lavoro.
La terza è invece quella che ci interessa. È la flessibilità che si fonda sull'alternanza tra occupazione e non occupazione. In Italia questa flessibilità è sfruttata dalle aziende come strumento per far fronte alle esigenze del mercato. Il costo del lavoro quindi come strumento utile per gestire la competitività nel mercato. A questo punto però possiamo parlare di "via bassa alla competitività", per il caso italiano, e di "via alta", fondata su alti salari e alta qualificazione che è invece perseguita altrove. In questa via alta, prevale la flessibilità funzionale, nella prima quella numerica.
Quanti sono e chi sono i precari è difficile a dirsi. Sappiamo con certezza però che gran parte degli atipici sono giovani e donne e se pensiamo che a molti elementi, di queste fasce deboli, fino a qualche tempo fa l'accesso al mercato del lavoro era compito assai arduo, non si può non pensare che in qualche modo la flessibilità abbia influito positivamente sull'entrata nel mondo del lavoro. Il punto è però se chi entra con queste forme riesce a uscire dal pantano della precarietà, oppure se resta intrappolato nelle sue maglie.
Non riuscendo ancora a sapere quali sono le variabili che concorrono a determinare un esito piuttosto che un altro, non possiamo che soffermarci all'idea che se alcuni vedono nello stato di "precario" una crescita dei rischi, altri vedono una maggiore libertà di azione nell'individualizzazione del rapporto di lavoro.
Nadel contribuisce al dibattito parlando del nuovo tipo di lavoro come un sistema di intrecci tra il "saper essere" e del "saper fare" del lavoratore. Al lavoratore è cioè chiesta non solo competenza tecnica, ma anche la capacità di portare un bagaglio di relazioni, di abilità sociali etc. Insomma le aziende avrebbero bisogno non più solo di uomini macchina, ma di collaboratori e collaboratrici.
Le attività fuori mercato socialmente riconosciute
Cap. 4. Le attività fuori mercato socialmente riconosciute.
Cosa si intenda per "lavoro" non è così scontato, dipende infatti dall'ottica con cui si guarda a questo concetto. Per un economista lavoro è l'attività legata al profitto economico, al salario e alla produzione. Per un sociologo lavoro è anche quello della casalinga. In sociologia quindi possiamo dire che esista una concezione più
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