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I promessi sposi: capitolo 1

Lecco e la sua situazione

Lecco è la città principale di questa regione ed è sede, al tempo della vicenda narrata, di un castello che ospita una guarnigione di soldati spagnoli, spesso intenti a molestare le donne del luogo e a maltrattare i contadini, quando non depredano i raccolti della vendemmia.

Don Abbondio e i bravi

Per una delle stradine descritte, la sera del 7 novembre 1628, torna a casa dalla passeggiata don Abbondio, curato di un paesino di quelle terre, così come non è specificato il casato del personaggio. Il curato cammina con fare svogliato calciando i ciottoli, recitando le preghiere e tenendo in mano il breviario. Al bivio incontra i bravi, entrambi indossano una reticella verde che raccoglie i capelli e hanno un enorme ciuffo che cade loro sul volto; portano lunghi baffi arricciati all'insù e due pistole attaccate a una cintura di cuoio; hanno un corno per la polvere da sparo appeso al collo e un pugnale che emerge dalla tasca dei pantaloni, con una grossa spada dall'elsa d'ottone.

I bravi, le grida, la giustizia

L'autore cita una grida dell'8 aprile 1583, emanata dal governatore dello Stato di Milano che minacciava pene severissime contro tutti quei malviventi che si mettevano al servizio di qualche signorotto locale per esercitare soprusi e violenze, intimando a costoro di lasciare la città entro 6 giorni. Serie interminabile di gride che minacciavano nuovi tremendi castighi contro i bravi.

I bravi minacciano don Abbondio

Don Abbondio capisce subito che i due bravi stanno aspettando lui, non potendo fuggire gli va incontro. Uno dei bravi lo apostrofa subito chiedendogli se lui ha intenzione di celebrare l'indomani il matrimonio tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, al che il curato si giustifica balbettando che i due promessi hanno combinato tutto da sé. Il bravo ribatte che il matrimonio non dovrà esser celebrato né l'indomani né mai e don Abbondio accampa scuse, fanno il nome di don Rodrigo.

Ritratto di don Abbondio

Non è un uomo molto coraggioso e questa è una misera condizione in tempi come quelli in cui gli tocca vivere, in cui la legge e la giustizia non offrono alcuna protezione contro i soprusi. Le leggi non mancano e sono anzi sovrabbondanti, ma non vengono praticamente mai applicate e l'impunità è profondamente radicata nella società, per cui accade non di rado che siano gli uomini onesti e tranquilli ad essere perseguitati dalla giustizia. Don Abbondio non è ricco, né nobile, né coraggioso, quindi ha accettato volentieri in gioventù di diventare prete come volevano i suoi genitori, non per sincera vocazione ma per entrare in una classe agiata. Non prende mai parte alle contese e, se costretto a prendere posizione, si schiera sempre col più forte. L'incontro coi bravi lo ha sconvolto e ora, mentre torna a casa, pensa come uscire d'impiccio: dovrà dare spiegazioni a Renzo.

Don Abbondio e Perpetua

Il curato chiama la sua domestica, Perpetua, che da anni lo accudisce essendo rimasta zitella e sopportando i brontolii del suo padrone, il quale a sua volta subisce i suoi. Don Abbondio va a sedersi sulla sua sedia in salotto e Perpetua capisce subito che è sconvolto: gli chiede spiegazioni, ma il curato rifiuta di parlare e chiede del vino. Perpetua inveisce contro la prepotenza di don Rodrigo, quindi suggerisce al padrone di informare il cardinale Borromeo, che è noto per la sua onestà e la propensione a difendere i religiosi contro i soprusi dei potenti. Don Abbondio rifiuta l'idea adducendo il timore di ricevere una schioppettata nella schiena.

Temi principali

Giustizia: nel testo sono presenti due ampie digressioni, la prima dedicata alle gride e all'inefficienza della giustizia nella Lombardia del XVII secolo (bravi), la seconda che amplia lo stesso concetto descrivendo l'impotenza e la corruzione dell'apparato giudiziario. Il quadro che emerge è quello di uno Stato, il Ducato di Milano sotto gli Spagnoli, in cui le leggi sono del tutto inefficaci, critica contro il malgoverno e la corruzione dei funzionari, l'inefficacia dei sistemi giudiziari in cui le leggi sono troppo numerose e mancano di concreta applicazione. Le "gride" erano i provvedimenti di legge che il governo del Ducato di Milano emanava nel XVII secolo e venivano chiamate così per l'uso da parte dei banditori di gridarle, appunto, sulla pubblica piazza (gran parte della popolazione era infatti analfabeta, anche se una copia di queste leggi veniva affissa nelle strade ed esibita all'occorrenza). L'autore sottolinea nel capitolo l'assoluta inutilità di questi provvedimenti, che "diluviavano" (erano cioè numerosissimi) e minacciavano pene e castighi assai severi, che naturalmente non venivano mai applicati a causa dell'inefficienza e della corruzione del sistema giudiziario. Renzo dice che le leggi "son tutte angherie, trappole, impicci". L'idea di Renzo è che la parola scritta, specie per chi come lui è semi-analfabeta e non in grado di leggere facilmente, diventa un strumento nelle mani dei potenti per esercitare soprusi e angherie sui più deboli, mentre a lui povero contadino la giustizia non è stata minimamente assicurata dall'apparato legislativo.

Capitolo 9 - Il viaggio a Monza

Il barcaiolo fa scendere Renzo, Agnese e Lucia sulla sponda opposta dell'Adda. Meta del viaggio è Monza. Il baroccio li porta a una locanda e anche lui rifiuta un compenso. Renzo vorrebbe trattenersi lì tutto il giorno per essere d'aiuto alle due donne, ma queste lo esortano a partire subito alla volta di Milano per obbedire alle istruzioni di padre Cristoforo e per non dare adito a pettegolezzi. Il giovane si congeda dunque da Agnese e Lucia trattenendo a stento le lacrime, mentre la ragazza piange mostrandosi addolorata.

Il padre guardiano

Il conduttore del calesse porta Agnese e Lucia al convento dei padri cappuccini, che si trova poco fuori Monza e dove, una volta arrivati, l'uomo fa subito chiamare il padre guardiano. Legge la lettera scritta da padre Cristoforo, le porta dalla Signora che l’aiuterà. Il frate raccomanda tuttavia a Agnese e Lucia di seguirlo a una certa distanza in strada, per non dare adito a chiacchiere mostrando che il religioso se ne va in giro in compagnia di due donne, una delle quali è una "bella giovine". La "Signora" è una monaca, figlia di un nobile molto potente, per cui è molto rispettata nel monastero come se fosse la badessa; dunque, se vorrà accordar loro la sua protezione, potranno essere certe di trovare un rifugio sicuro. Le accompagna al parlatorio dando loro indicazioni su come comportarsi con la monaca.

Primo incontro Gertrude

La donna dimostra circa 25 anni e la sua bellezza è come sfiorita, con qualcosa di lascivo e morboso; indossa un velo nero e una benda bianca di lino che circonda il viso e la fronte, che si raggrinza spesso come se esprimesse un qualche dolore segreto. Gli occhi neri fissano talvolta l'interlocutore con una certa curiosità, talaltra sono chinati e sembrano chiedere pietà e affetto, mentre in qualche circostanza vi si può leggere un certo odio e risentimento, quando non il travaglio di pene nascoste. La donna ha guance molto pallide e labbra rosse che spiccano sul volto, mentre il suo abbigliamento mostra alcuni segni di trascuratezza della regola monastica, giacché la tonaca è attillata in vita come una veste laica e sotto il velo spuntano ciocche di lunghi capelli neri. Gertrude osserva Lucia con una malcelata curiosità, invita Lucia a farsi avanti e a dire se quel cavaliere era davvero per lei un "persecutore odioso". Lucia è sconvolta dall'imbarazzo.

La storia di Gertrude

Flashback, l'ultima figlia di un ricco e potente principe di Milano, il quale ha deciso che tutti i figli cadetti dovranno entrare nel clero per non intaccare il patrimonio di famiglia e far sì che esso vada tutto al primogenito. La bambina è destinata al chiostro prima ancora di nascere, le viene imposto il nome Gertrude per volontà del padre, per ricordare immediatamente l'idea del velo claustrale. I suoi primi giocattoli sono bambole vestite da monaca e ogni volta che i genitori o il fratello maggiore le vogliono fare un complimento le dicono sempre: "che madre badessa!", ricordandole che quando sarà la superiora di un convento potrà comportarsi a suo piacimento, mentre ora che è bambina deve dominare il suo carattere ribelle. A 6 anni viene mandata come educanda nello stesso monastero dove poi incontrerà Lucia, a Monza dove il padre è il feudatario, riceve subito un trattamento particolare che la distingue dalle altre bambine (viene chiamata la "signorina", riceve molte attenzioni, gode di infiniti privilegi...).

Passano gli anni e Gertrude spesso si vanta con le compagne del destino di monaca e di badessa che l'attende, senza tuttavia suscitare quell'invidia che si aspetterebbe: scopre, anzi, che le altre educande sognano di sposarsi e di condurre una felice vita nel mondo, al che Gertrude comincia a capire. Si tratta però di negare il suo consenso al padre, che lo dà ormai per scontato, il che la porta a coltivare mille paure e ripensamenti: è invidiosa delle compagne e spesso fa loro dei dispetti, o fa pesare la sua superiorità nel convento, salvo poi cercare la loro complicità e la loro comprensione; la religione non è affatto una consolazione per lei, diventa anzi fonte di ulteriori timori e paure, tanto da indurla a desiderare di chiudersi nel chiostro per espiare una qualche colpa che sente di aver commessa. Il diritto canonico stabilisce che una ragazza, per essere ammessa al noviziato, deve prima inoltrare una supplica al vicario delle monache che di lì a un anno dovrà esaminarla per accertare la sincerità della sua vocazione. Deve trascorrere un mese nella casa paterna, per essere ammessa all'esame; Gertrude vorrebbe cogliere quest'occasione per dire al padre che non intende prendere i voti, gli scrive una lettera ma lui non risponde. Viene informata della collera del padre. Arriva il giorno del ritorno a casa, è accolta con estrema freddezza da tutti i familiari, che la trattano come se fosse colpevole di qualcosa. Gertrude è tenuta in una sorta di isolamento e non può mai uscire di casa, viene mandata in una stanza all'ultimo piano, insieme ad alcune vecchie servitrici. I membri della servitù mostrano verso di lei lo stesso contegno dei suoi familiari, tranne un giovane paggio il quale mostra un certo rispetto e una forma di compassione nei suoi confronti, sentimenti che attirano l'interesse di Gertrude per il ragazzo del quale, molto ingenuamente, finisce per infatuarsi. Una cameriera intercetta un biglietto d’amore per il paggio e lo consegna al padre. Licenzia il paggio, Gertrude decide di porre fine a tutto, scrive una lettera al padre, in cui si dice pronta a fare qualunque cosa gli piacerà pur di ottenerlo.

Temi: romanzo nel romanzo e tragedia dell’onore nobiliare del padre di Gertrude-Marianna de Leyva storia vera, eroina di una tragedia una cospirazione per monacarla, non riesce a opporsi e rinunciare ai privilegi. Opposta a Padre Cristoforo (scelta consapevole dopo essersi macchiato di un delitto).

Capitolo 10 - Il principe convince Gertrude a entrare in monastero

L'autore osserva che ci sono momenti in cui l'animo dei giovani è particolarmente vulnerabile e chi intende forzarli ad accettare un'imposizione può approfittarne per ottenere i propri scopi: il principe, leggendo la lettera di Gertrude, capisce che l'occasione è propizia e le ordina di venire da lui, quindi la giovane raggiunge il padre e gli chiede perdono. Il velo: l'uomo scuote un campanello e chiama subito la madre e il fratello maggiore della giovane, ai quali comunica lietamente che Gertrude è risoluta a entrare in convento. Visita a Monza: Il resto della giornata vede Gertrude impegnata in molteplici occupazioni, preparata, visitata dai parenti, la chiamano ormai "sposina", appellativo che viene dato alle giovani monacande, e dopo passeggiata in carrozza, lungo una strada centrale di Milano dove incontrano molti altri nobili. Al ritorno a palazzo, Gertrude deve sostenere la visita di numerosi parenti e amici di famiglia che sono convenuti per congratularsi. Dopo la cena, Gertrude pensa di approfittare della benevolenza che sembra essersi conquistata pregando il padre di allontanare da lei la cameriera che le aveva fatto da carceriera, lagnandosi della sua condotta, le viene assegnata un'altra anziana cameriera. La mattina dopo vanno a Monza, la badessa risponde che la decisione sarà presa di concerto con le altre monache e con i superiori. Vengono offerti dei dolci alla "sposina" e ai suoi familiari, quindi la badessa conferisce in privato con il principe e, in modo imbarazzato, gli ricorda che se mai avesse forzato la figlia a quel passo incorrerebbe nella scomunica, dicendosi comunque sicura che ciò non sia avvenuto.

La scelta della "madrina": al termine della cena il principe inizia a parlare della scelta della madrina, ovvero la dama che dovrà accompagnare Gertrude sino al momento della monacazione facendole visitare chiese, monumenti e ville che rappresentano lo splendore del mondo che lei abbandona. Gertrude indica il nome della dama che, durante la sera, l'ha lodata e vezzeggiata più delle altre.

L'esame del vicario: vorrebbe dire la verità, sa bene che il vicario potrebbe impedirle di entrare in convento, ma non potrebbe far nulla per proteggerla dalla collera del padre, dunque continua a mentire e alla fine convince il prete della bontà della sua vocazione. Gertrude diventa monaca: visite, ricevimenti, spettacoli, per lei occasione di mille ripensamenti e di molta sofferenza, specie al pensiero che a quella vita dovrà rinunciare per sempre andando a rinchiudersi in un freddo e solitario chiostro: tuttavia non ha il coraggio di arrestare la macchina che la conduce a diventar monaca. Intanto si svolge il capitolo delle monache che devono decidere se accettare Gertrude nel convento, la votazione ha esito positivo. La giovane chiede a quel punto di entrare il prima possibile, per porre fine a quello strazio. Dopo 12 mesi di noviziato giunge il momento di pronunciare solennemente i voti e, dunque, di dire un no più scandaloso che mai, oppure di ripetere un sì già detto tante volte. Gertrude sceglie questa seconda e più facile possibilità, diventando così monaca per sempre. Gertrude prova avversione e ripulsa per la vita che è costretta a fare, invidia la sorte di qualunque altra donna; inoltre detesta le consorelle che hanno avuto una parte nel complotto, verso le quali usa numerosi dispetti e sgarbi, mentre disprezza le altre che si mostrano amabili verso di lei. Non trova conforto nella religione, orgoglio nobiliare non fa che allontanarla.

Gertrude maestra delle educande: destinate a quella vita che a lei è stata negata, perciò le tiranneggia e le tratta duramente, altre volte si mescola ai loro passatempi, ne diventa la confidente e la complice; arriva a imitare la madre badessa come in una commedia, oppure a farsi beffe di altre consorelle, ridendo in modo sguaiato.

La relazione con Egidio e l'assassinio della conversa: trascorre così alcuni anni, ha il privilegio di alloggiare in un quartiere a parte del convento, che da quel lato è attiguo a una casa laica dove vive Egidio, un giovane scapestrato che si circonda di sgherri e si fa beffe delle leggi e della giustizia grazie alle sue amicizie potenti. Relazione clandestina. Un giorno, però, ha una violenta discussione con una conversa e la maltratta in modo eccessivo: la donna si lascia sfuggire il fatto che lei è a conoscenza di un segreto sulla monaca. Gertrude ne è molto turbata e non molto tempo dopo la conversa svanisce nel nulla, finché non viene scoperta una buca nel muro dell'orto che lascia pensare a tutti che la donna sia scappata da lì; osserva l'autore, anziché cercare tanto lontano si sarebbe dovuto scavare vicino. Gertrude è spesso tormentata dal ricordo della donna.

Agnese e Lucia al convento: È trascorso circa un anno da quei terribili avvenimenti, quando Agnese e Lucia sono state presentate a Gertrude: nel suo colloquio privato con Lucia, la "Signora" moltiplica le domande riguardo alla persecuzione di don Rodrigo e trova strano il ribrezzo che la giovane mostra per il signorotto, con un atteggiamento che sembra davvero singolare a Lucia. Appena può parlare con la madre, le confida l'imbarazzo per quelle domande ed Agnese le spiega che i signori, chi più chi meno, sono tutti un po' matti. Gertrude in realtà è molto ben disposta verso Lucia ed è davvero intenzionata a proteggerla, perciò lei e la madre vengono alloggiate nelle stanze lasciate libere dalla figlia della fattoressa e adibite al servizio del monastero.

Temi: Tutto avviene secondo le regole spietate del decoro nobiliare e dell'onore aristocratico, per cui alla fine G accetta di entrare nel chiostro dove, così almeno crede, potrà godere dei privilegi che le spettano per rango nobiliare. La visita di G al convento di Monza avviene in modo pubblico e ha tutti i caratteri di un'esibizione della potenza della famiglia agli occhi degli altri nobili e del popolo: c'è una certa teatralità. La reticenza di Manzoni nella rappresentazione del male, avvengono fuori scena mentre presenti nel dettaglio in Fermo e Lucia, perché non abbiano nessun effetto seducente.

Capitolo 17 - Renzo si incammina verso l'Adda

Sono circa le cinque e mezzo di pomeriggio e Renzo lascia il paese di Gorgonzola, dirigendosi a piedi verso l'Adda: è combattuto tra il desiderio di correre e di star nascosto. Il giovane ora sa che la sua vicenda a Milano ha fatto chiasso e che la giustizia è davvero decisa a catturarlo. Vuole passare la notte in qualche ricovero di fortuna. Renzo nella boscaglia: è buio e non ha timore di essere seguito o scoperto, ma la solitudine e la stanchezza lo avvolgono.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher FUTURAfutura di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura Italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Stasi Beatrice.
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