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Introduzione

I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, pubblicati nella loro veste definitiva tra il 1840 e il 1842 (la celebre edizione "quarantana"), non sono soltanto il primo vero grande romanzo della letteratura italiana, ma rappresentano il manifesto più compiuto del pensiero filosofico, religioso e sociale del loro autore.

Ambientata nella Lombardia del Seicento, sotto la opprimente dominazione spagnola, la vicenda di Renzo Tramaglino e Lucia Mondella — due umili filatori di seta a cui un capriccio del tiranno locale, don Rodrigo, impedisce di sposarsi — diventa per Manzoni il palcoscenico ideale per esplorare le dinamiche profonde della storia e dell'animo umano. Scegliendo come protagonisti due contadini analfabeti, Manzoni compie una vera e propria rivoluzione copernicana: la "Grande Storia" (fatta di guerre, carestie e pestilenze) non è più raccontata dal punto di vista dei re e dei duchi, ma attraverso le sofferenze e le speranze della "gente di nessuno", degli oppressi che la storiografia ufficiale ha sempre condannato all'oblio.

Il motore invisibile che muove l'intera impalcatura del romanzo è il concetto di Provvidenza. Per Manzoni, fervente cattolico ma lontano da ogni facile ottimismo consolatorio, l'intervento di Dio nella storia non è un colpo di bacchetta magica che risolve i problemi o garantisce un lieto fine terreno. La Provvidenza manzoniana è misteriosa, drammatica ed esigente: si manifesta nella capacità dell'uomo di trovare un senso morale anche nel dolore, trasformando la sofferenza in uno strumento di purificazione ed elevazione spirituale. È quella che lo scrittore definisce la "provvida sventura": la sventura che colpisce gli innocenti (come Lucia o la celebre madre di Cecilia) non è un vuoto esercizio di crudeltà del destino, ma un passaggio necessario per comprendere la fragilità umana e aprirsi alla vera misericordia.

Strettamente legato alla visione religiosa è il profondo pessimismo storico di Manzoni. L'autore guarda alla società e alle istituzioni umane con l'occhio lucido e disincantato dell'illuminista. La giustizia degli uomini è spesso cieca, corrotta o inefficiente (rappresentata magistralmente dalle gride inutili del dottor Azzecca-garbugli); la folla è una massa instabile, facilmente manipolabile e incline alla violenza cieca (come nei tumulti di Milano o nella caccia agli untori); i potenti abusano del proprio status per calpestare i diritti dei deboli. Eppure, in questo scenario cupo, l'uomo conserva intatto il proprio libero arbitrio: ognuno è responsabile delle proprie azioni davanti a Dio e alla propria coscienza. Personaggi come l'Innominato o padre Cristoforo dimostrano che il cambiamento è sempre possibile attraverso la conversione e il sacrificio, mentre figure come don Abbondio incarnano il fallimento morale di chi sceglie la via della codardia e dell'egoismo per pura paura del mondo.

Infine, il romanzo è l'espressione pratica del programma letterario del Manzoni romantico, riassumibile nella formula: «il vero per oggetto, l'utile per iscopo, l'interessante per mezzo». L'opera deve fondarsi sulla verità storica e psicologica (il vero), deve avere un fine educativo e morale per il lettore (l'utile), e deve farlo attraverso una narrazione avvincente e accessibile (l'interessante). Per fare questo, Manzoni compie un immenso lavoro di revisione linguistica, andando a "risciacquare i panni in Arno" per creare una lingua nazionale che non esisteva: un fiorentino colto ma d'uso vivo, capace di far dialogare sullo stesso piano i dotti e gli umili. I Promessi Sposi si rivelano così un'opera totale: un romanzo d'avventura, un saggio storico, un trattato psicologico e, soprattutto, una grande riflessione sul mistero del male e sulla forza invincibile della speranza cristiana.

I capitolo

Il primo capitolo de I Promessi Sposi non è semplicemente l’inizio di una storia d’amore ostacolata, ma una monumentale introduzione geografica, storica, sociale e psicologica all’intero universo manzoniano. In questo spazio narrativo, l'autore delinea il paesaggio, presenta il clima di profonda oppressione del Seicento lombardo sotto la dominazione spagnola e introduce uno dei personaggi più complessi e criticati della letteratura italiana: don Abbondio.

Il romanzo si apre con una celeberrima descrizione del lago di Como e del territorio di Lecco, un vero e proprio "zoom" cinematografico che parte dall'alto delle montagne e si stringe progressivamente sul dettaglio delle strade e dei colli. Manzoni descrive il paesaggio con una precisione millimetrica, mostrando i monti, tra cui spicca il Resegone con i suoi vertici seghettati, l'Adda che si snoda riprendendo la forma di un fiume, i ponti e i villaggi. Questa natura apparentemente serena e idilliaca viene però subito incrinata dal contesto storico. Fin dalle prime battute, Manzoni menziona la presenza dei soldati spagnoli a Lecco, descritti non come un presidio di sicurezza per i cittadini, ma come un vero e proprio flagello, una forza d'occupazione che si abbandona ad angherie, violenze sulle donne e saccheggi nei campi. La bellezza del paesaggio fa così da doloroso contrasto alla miseria morale e materiale della dominazione straniera, introducendo il tema del sopruso che dominerà l'intera opera.

È la sera del 7 novembre 1628 quando don Abbondio, il curato del paese, sta tornando a casa da una delle sue abituali passeggiate. L'autore ce lo presenta attraverso i suoi gesti quotidiani, che ne rivelano immediatamente l'indole pacifica, metodica e pigra: cammina recitando l'ufficio sul breviario, chiudendolo di tanto in tanto per tenere il segno con l'indice della mano destra, usa il piede per spostare i ciottoli che intralciano il suo cammino e si sofferma a guardare il panorama in un rituale fatto di assoluta routine. Questa tranquillità si interrompe bruscamente quando la strada si biforca a forma di "Y" (un bivio che è anche metafora della scelta morale a cui il prete sarà costretto). Presso un tabernacolo che raffigura le anime del Purgatorio, don Abbondio nota due uomini ad attenderlo. Si tratta dei "bravi", sgherri al servizio dei signorotti locali che costituivano una delle piaghe più gravi dell'epoca. Il loro aspetto, descritto con minuzia, è inequivocabile: portano una retina verde in testa che cade sulla spalla, hanno lunghi ciuffi di capelli che ricadono sul viso per nascondere i connotati durante i crimini e sono pesantemente armati con pistole alla cintura, un grande coltello e una spada.

Prima di far interagire i personaggi, Manzoni inserisce una celebre digressione storica sulle "Grida", ovvero le leggi dell'epoca emanate dai governatori spagnoli. L'autore ne cita diverse, promulgate a distanza di pochissimi anni l'una dall'altra, tutte severissime contro i bravi e contro i potenti che li proteggevano. Il tono di Manzoni è fortemente ironico: il fatto stesso che lo Stato continuasse a emettere leggi identiche e sempre più severe dimostrava la loro assoluta inefficacia. Le gride erano durissime sulla carta, ma totalmente impotenti nella realtà, poiché i potenti le ignoravano sapendo di essere impuniti, mentre i deboli ne rimanevano schiacciati o ne venivano penalizzati dal linguaggio oscuro dei tribunali. Tornando alla scena, don Abbondio capisce subito che i due criminali stanno aspettando proprio lui. Pressoché paralizzato dal panico, il curato si guarda intorno sperando di vedere qualche viandante, ma la strada è deserta. Pensa alla fuga, ma si rende conto che è troppo tardi ed è ormai sotto il loro sguardo; decide allora di accelerare il passo per troncare quella spaventosa attesa e scoprire le loro intenzioni.

I bravi si rivolgono a don Abbondio con una falsa cortesia che maschera una violenza assoluta. Gli chiedono se l'indomani abbia intenzione di celebrare il matrimonio tra Lorenzo Tramaglino e Lucia Mondella. Don Abbondio, balbettando e cercando di scaricare la responsabilità sui giovani, prova a difendersi dicendo che lui è solo l'esecutore della legge e della volontà altrui. A quel punto, uno dei bravi pronuncia la frase centrale dell'intero romanzo: «Signor curato, questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai». Quando il curato tenta debolmente di invocare i doveri del suo ministero sacerdotale, il secondo bravo lo interrompe bruscamente facendo il nome del loro mandante: don Rodrigo. Il nome del potente signorotto agisce sul povero prete come un fulmine. Ogni residua velleità di resistenza svanisce all'istante; don Abbondio si sottomette immediatamente all'autorità criminale, promettendo di fare tutto il possibile per rimandare o annullare le nozze. I bravi, soddisfatti della totale codardia del curato, si allontanano cantando una canzonaccia, lasciando il prete terrorizzato, tremante e isolato sulla strada.

Rimasto solo, don Abbondio riprende la via di casa, ma i suoi pensieri non sono rivolti all'ingiustizia subita da Renzo e Lucia, bensì alla propria incolumità. Manzoni apre qui una delle pagine di analisi psicologica più acute del romanzo, spiegando che don Abbondio non è un uomo intrinsecamente malvagio, ma è un vile. Essendo nato in un'epoca violentissima, in cui chi non ha il potere della forza viene inevitabilmente schiacciato, egli si sente come «un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro». Ha scelto di farsi prete non per una reale vocazione spirituale, ma per mero calcolo utilitaristico, ovvero per entrare a far parte di una classe sociale protetta e godere di privilegi e sicurezza. Il suo personale "sistema" di vita consisteva nel fuggire tutti i contrasti, cedere sempre davanti ai potenti, ignorare i soprusi subiti dagli altri e neutralizzare i rari slanci di coraggio dei suoi parrocchiani. Se proprio era costretto a schierarsi, si schierava sempre con il più forte, badando bene però di far capire al debole che agiva per costrizione.

Il capitolo si conclude all'interno della canonica, dove don Abbondio viene accolto da Perpetua, la sua fedele domestica. Perpetua è una donna popolana ed energica, affezionata al padrone ma dotata di un carattere deciso e incline al pettegolezzo. Vedendo il curato pallido, stravolto e senza fiato, intuisce immediatamente la gravità dell'accaduto. Inizia così un serrato dialogo in cui don Abbondio inizialmente rifiuta di parlare, intimorito dal segreto imposto dai bravi, ma la sua debolezza cede presto davanti all'insistenza e alle lusinghe della donna. Una volta confessato il segreto, Perpetua offre una soluzione pratica e coraggiosa: scrivere al Cardinale Arcivescovo di Milano, Federigo Borromeo, per chiedere protezione, poiché i vescovi hanno l'autorità per contrastare i signorotti. Don Abbondio rifiuta la proposta con sdegno e terrore, convinto che il Cardinale non possa difendere tutti e che «le pallottole non guardano in faccia a nessuno». Il primo capitolo si chiude così con il prete che si rifugia in camera sua con la febbre addosso, imponendo il silenzio assoluto a Perpetua e interrogandosi angosciosamente su come riuscire a ingannare Renzo l'indomani mattina per non celebrare il matrimonio, dando ufficialmente inizio alle peripezie dei due promessi.

II capitolo

Il secondo capitolo de I Promessi Sposi segna il passaggio dalla dimensione intima e compressa della canonica di don Abbondio all'ingresso dinamico e travolgente dei promessi sposi sulla scena. Se il primo capitolo ha definito il perimetro dell'oppressione e della viltà, il secondo mette in moto l'azione drammatica, mostrando l'impatto distruttivo che il ricatto di don Rodrigo ha sulle vite degli innocenti. Tutta la sequenza è costruita su un ritmo serrato di inganni, sospetti e scoperte, che trasforma una radiosa mattina di festa in un incubo di disillusione.

L'azione riprende la mattina successiva, l'8 novembre 1628. Manzoni ci mostra inizialmente un don Abbondio reduce da una notte insonne e tormentata, passata a elaborare una strategia per arginare la furia di Renzo senza insospettirlo. Il piano del curato è un capolavoro di retorica dilatoria: accumulare scuse teologiche, cavilli burocratici e latinismi incomprensibili per scoraggiare il giovane e guadagnare tempo. Quando Renzo Tramaglino si presenta alla canonica, l'atmosfera è carica di un'ironia tragica. Renzo entra in scena con l'entusiasmo e la fierezza tipica dei suoi vent'anni: è vestito a festa, indossa un cappello piumato e porta un pugnale nel taschino, simbolo di una mascolinità acerba ma decisa. È un giovane onesto, laborioso — rimasto orfano in tenera età e impiegato come filatore di seta — ma possiede anche un'indole impulsiva e un radicato senso della giustizia che lo rende incline alla collera se provocato.

L'incontro tra il giovane e il curato si trasforma immediatamente in un grottesco duello verbale. Don Abbondio, ostentando una finta debolezza fisica e una faticosa bonomia, comincia a sollevare ostacoli imprevisti. Parla di "impedimenti dirimenti", di formalità burocratiche non completate e di complicazioni dell'ultimo minuto. Renzo, inizialmente stupito e rispettoso, cerca di controbattere con il buon senso, ma il prete lo investe con una raffica di formule in latino giuridico, tra cui il celebre «error, conditio, votum, cognatio, crimen». Davanti a questo muro di parole oscure, il giovane si sente impotente ma non convinto. Manzoni utilizza il latino di don Abbondio come simbolo del potere che si fa beffe degli umili: la lingua della cultura e della Chiesa diventa uno strumento di sopraffazione per confondere chi non ha i mezzi per difendersi. Cedendo parzialmente alle insistenze di Renzo, don Abbondio riesce infine a strappargli una tregua, promettendo di posticipare il matrimonio di una settimana.

Renzo esce dalla canonica con il cuore pesante e un profondo senso di inquietudine. La sua intelligenza pratica gli dice che il comportamento del curato nasconde qualcosa di estraneo alle leggi della Chiesa. È a questo punto che interviene il caso — o meglio, la debolezza altrui — a squarciare il velo dell'inganno. Sulla via del ritorno, Renzo incontra Perpetua, che sta uscendo di casa. Sfruttando la loquacità della donna e la sua naturale inclinazione a difendere il padrone dalle colpe morali, il giovane inizia a interrogarla con astuzia. Perpetua, pur cercando di rimanere fedele al segreto, si lascia sfuggire che il rifiuto di don Abbondio non nasce da una sua colpa o da una dimenticanza, ma da una prepotenza esterna, da un "gran signore" che ha imposto il suo veto. Le sue parole confermano i peggiori sospetti di Renzo.

La reazione del giovane è immediata e furiosa. Voltando le spalle a Perpetua, Renzo rientra di corsa nella canonica con un passo così deciso che i suoi piedi sembrano appena toccare terra. Abbattendo ogni barriera di rispetto reverenziale, penetra nella stanza del curato e lo affronta a viso aperto. Questa seconda parte del colloquio ribalta completamente i rapporti di forza. Renzo, forte della verità appena intuita, si pianta davanti a don Abbondio e, stringendo il manico del coltello che porta in tasca, esige il nome del colpevole. La violenza latente del giovane terrorizza il prete a tal punto che le sue difese crollano. Preso dal panico per la propria incolumità fisica, don Abbondio urla il nome fatidico: don Rodrigo. Fatta la confessione, il curato sprofonda in uno stato di prostrazione assoluta, investendo Renzo di maledizioni per averlo rovinato e lamentando la propria sventura, per poi chiudersi a chiave in camera sua con la febbre alta, abbandonando il ragazzo al suo destino.

L'uscita finale di Renzo dalla canonica è segnata da un profondo mutamento interiore. Il giovane è sconvolto da pensieri di sangue e di vendetta; immagina di appostarsi nei pressi del palazzotto di don Rodrigo per farsi giustizia da solo con il coltello. È un momento cruciale in cui Manzoni mostra come il sopruso dei potenti rischi di corrompere moralmente anche le anime più oneste, spingendole verso la criminalità. Tuttavia, la furia distruttiva di Renzo si placa non appena il suo pensiero va a Lucia. L'immagine della fidanzata, della sua purezza e della sua fede agisce su di lui come un freno morale, ricordandogli i valori della giustizia e del dovere cristiano.

Il capitolo si sposta infine verso la casa di Lucia, dove i preparativi per le nozze sono ormai ultimati. Le amiche della sposa si stanno radunando e l'atmosfera è quella tipica di una festa contadina, piena di sommessa allegria. Quando Renzo riesce a far chiamare Lucia in disparte attraverso la piccola Betta, la ragazza si presenta vestita con l'abito tradizionale delle spose lombarde dell'epoca: i capelli neri divisi da una riga e intrecciati dietro la testa con lunghi spilli d'argento che formano una raggiera (la "gora"), un abito di seta filata e un modesto slancio di pudore. Quando Renzo le comunica, con voce tremante d'ira e di dolore, che il matrimonio è saltato a causa dei raggiri di don Rodrigo, Lucia non reagisce con lo stupore che il giovane si aspettava. Con un gemito disperato, la ragazza esclama: «Fino a questo segno!». Questa rivelazione finale chiude il capitolo lasciando il lettore e lo stesso Renzo con una certezza inquietante: Lucia sa qualcosa che ha tenuto nascosto, e il mistero del sopruso di don Rodrigo affonda le sue radici in un passato recente che deve ancora essere svelato.

III capitolo

Il terzo capitolo de I Promessi Sposi consolida la transizione del romanzo verso una dimensione corale e dinamica, introducendo due figure fondamentali per lo sviluppo dell'intreccio: Agnese, la madre di Lucia, e l'avvocato Azzecca-garbugli. Se il secondo capitolo si era chiuso con l'enigmatica esclamazione di Lucia, questo terzo

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marcoVR_92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Burgio Giuseppe.
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