La sostenibilità scomunicata – cosa stiamo sbagliando e perché
Nella nostra società il Paradosso della Sostenibilità (cioè più si comunica la sostenibilità e meno la si agisce) può essere superato soltanto adottando un nuovo modo di comunicare la sostenibilità, che consiste nel paradigma generativo della comunicazione, un modo di comunicare a cui ci riferiamo con il nome di comunicazione sostenibile.
L’umanità non è mai stata così lontana dal soddisfare “i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i propri”, per citare la più condivisa definizione di sviluppo sostenibile del 1987 della Commissione Brundtland. Il sistema in cui ci troviamo ad operare è giunto ad un punto tale in cui le grammatiche profonde che lo hanno regolato sono ormai prive di incisività a livello di pensieri e comportamenti dei soggetti individuali e collettivi. Siamo cioè al collasso del vecchio sistema. La storia è da scrivere, con strumenti di “scrittura” della realtà ma prima di tutto di analisi, di interpretazione e di conoscenza.
Quale sostenibilità
Definire la sostenibilità è un compito particolarmente arduo, sia perché ormai è un termine-ombrello piuttosto ambiguo, sia perché ogni definizione è per sua natura statica. Il concetto di sostenibilità è costitutivamente dinamico e consiste nella relazione mai definita una volta per tutte che noi attiviamo con il nostro ambiente, posta nel gioco di un complesso sistema di rapporti di potere quindi in costante evoluzione.
Abbiamo bisogno di una descrizione, la quale rispetto alla definizione, ha un carattere più dinamico, che all’analisi integra la fase di progettazione. Descrivere la sostenibilità significa allora esprimere un progetto in continuo divenire, che si realizza comunicandolo e si comunica facendolo. Sostenibilità e sviluppo sostenibile sono due concetti fortemente correlati ma non equivalenti: se la sostenibilità è il traguardo verso cui tendere, lo sviluppo sostenibile è il percorso che dobbiamo imboccare al più presto per raggiungerlo.
Un modello molto comune per definire la sostenibilità consiste in un diagramma di Venn che mostra le interconnessioni tra tre dimensioni canoniche della sostenibilità: ambiente naturale, economia e società. Dove il sociale e l’ambientale si intrecciano si ha la vivibilità, dall’intersezione tra sociale ed economico nasce l’equità, mentre l’incontro di ambientale ed economico porta alla realizzabilità. La sostenibilità si trova però soltanto nel centro, dove tutte e tre le dimensioni convergono.
Questo diagramma è il punto di partenza obbligatorio con cui confrontarsi per chiunque si accosti a queste tematiche. Fu inoltre adottato anche dalla Dichiarazione di Rio del 1992, in cui l’aspetto economico e quello ambientale sono ben presenti, mentre quello sociale non è esplicitato. Sarà poi la Dichiarazione di Johannesburg, dieci anni dopo, a sancire definitivamente il modello di sostenibilità basato sui tre pilastri: ambiente, economia e società.
Il modello è bidimensionale e mette le tre dimensioni sullo stesso piano, ma questa scelta non è priva di criticità. La dimensione ambientale è alla base di quella economica, perché nessun processo produttivo può fare a meno di basarsi su risorse fornite dall’ambiente. Senza quest’ultime nessun sviluppo economico è possibile. Inoltre, l’ambiente naturale ha anche l’onere di accogliere e assimilare i rifiuti e gli scarti dei processi produttivi e di consumo. I modelli di sviluppo basato sulla crescita danneggiano gravemente le risorse ambientali e gli ecosistemi.
La dimensione sociale è strettamente dipendente da quella economica, perché il benessere e la qualità della vita delle persone derivano (anche) dalla loro possibilità di soddisfare i bisogni materiali. La qualità dell’ambiente però è a sua volta condizioni necessarie al benessere degli individui. Oltre a ciò, se lo sviluppo economico attiva, grazie al processo tecnologico, processi di automazione che limitano il ruolo delle persone nei processi produttivi, riducendo di conseguenza i posti di lavoro, l’aumento della disuguaglianza nella distribuzione delle ricchezze che ne può derivare mina gravemente la dimensione sociale e la natura stessa della democrazia, perché una società diseguale è per definizione una società insostenibile.
Come si vede le relazioni e gli intrecci tra queste tre dimensioni sono veramente molto fitti. Si sono mosse molte critiche da parte di economisti, secondo cui economia e società non possono esistere al di fuori dell’ambiente naturale. Quindi il modello è stato riformulato prendendo le sembianze di uno schema composto da tre cerchi concentrici: l’ambiente naturale che contiene la società, che a sua volta contiene l’economia.
È questa quella che Daly ha chiamato sostenibilità forte, per distinguerla dall’accezione che abbiamo preso in esame precedentemente, che l’economista statunitense ha definito sostenibilità debole. Per capire la differenza tra le due, è necessario specificare la distinzione tra capitale naturale e capitale artificiale adottata da Daly: il primo consiste nell’aggregazione delle risorse naturali necessarie a tutte le attività naturali e sociali, il secondo nella trasformazione operata dall’uomo del capitale naturale i prodotti. Il capitale totale è la somma dei due.
Daly individua nella sostenibilità debole la strategia secondo cui è sufficiente che a rimanere costante sia la somma dei due tipi di capitale, mentre nella sostenibilità forte quella che prescrive la necessità che a rimanere a valori costanti siano entrambe le componenti, intese come complementari. L’accezione debole considera intercambiabili il capitale naturale e quello prodotto dall’uomo, mentre per quella forte essi sono complementari e non intercambiabili. L’impostazione debole non prevede quindi contraddizione tra sostenibilità e crescita economica mentre per chi adotta l’impostazione forte esse sono in competizione e conflitto. Deriva l’assunto per cui l’economia basata sulla crescita deve essere rimpiazzata da un’economia di stato stazionario, in cui alla crescita si sostituisca lo sviluppo. Uno dei fondatori del pensiero economico moderno, Mill, considera l’economia di stato stazionario un’economia in cui la popolazione e la produzione si mantengono entro le capacità ambientali di rigenerazione delle risorse e di assorbimento degli scarti.
Stazionario non significa immobile: la produzione (di beni) e la riproduzione (delle persone) non cessano ma sono finalizzate al mantenimento dello stock esistente e sono compatibili con il sostentamento da parte della natura. La fine della crescita quantitativa non preclude, e anzi stimola, l’aumento dello sviluppo qualitativo. Non ci può essere una crescita infinita del sistema economico, e di quello sociale, su un pianeta finito come la Terra. Questo passaggio è fondamentale e ribalta la visione dell’economia della stessa teoria economica classica: essa non può più essere vista come un sistema chiuso ma come un sistema aperto, caratterizzato da flussi continui di materia e di energia, sia in ingresso che in uscita.
Tutti i problemi legati all’ambito della sostenibilità riguardano il fatto che il sottosistema economia si è ingrandito enormemente in un lasso di tempo ridotto, mettendo così in crisi il sistema Terra da cui dipende. Tiezzi intende la sostenibilità come un insieme di relazioni: “Queste relazioni devono essere tali da permettere alla vita umana di continuare, all’individuo di soddisfare i loro bisogni e alle diverse culture umane di svilupparsi, ma in modo tale da non distruggere il contesto biofisico globale.”
Espinosa e Walker in “A Complexity Approach to Sustainability”, definiscono la sostenibilità come una proprietà di un sistema socio-ecologico che deriva dal mantenimento della sua identità in mezzo ad un cambiamento permanente. Lo sviluppo sostenibile è il processo per cui il sistema co-evolve con il suo ambiente attraverso interazioni ricorrenti.
La sostenibilità è un tema che coinvolge diverse discipline. Tutte queste sono chiamate a dare un contributo analitico, normativo e progettuale, per mettere a sistema e ibridare competenze perché per riuscire a padroneggiare realmente le grammatiche della sostenibilità è necessario cogliere i nessi, le relazioni, i territori di confine e di contaminazione tra i saperi e le discipline. È proprio questo il principale contributo che può dare la comunicazione, quello cioè di creare ambienti di lavoro transdisciplinari in cui i saperi e le conoscenze di cui sono portatrici le altre discipline possono generare soluzioni sistematiche alle sfide poste dalla sostenibilità.
È necessario fare un altro passo in avanti, rifuggire da ogni forma di riduzionismo, adottare una prospettiva sistematica e abbracciare quell’epistemologia della complessità che è alla base del paradigma generativo della comunicazione sviluppata dal Center for Generativ Communication dell’Università di Firenze. Si tratta di definire e alimentare la giovane scienza della sostenibilità, il cui statuto scientifico si basa sulla capacità di analizzare e di gestire le sempre più complesse dinamiche interazioni esistenti tra i sistemi naturali e quelli sociali, tra noi e l’ambiente che abitiamo e che ci sostiene.
Le definizioni di sviluppo sostenibile
Una delle definizioni più utilizzate per il concetto di sviluppo sostenibile è quella della Commissione Brundtland, che definisce sostenibile quello sviluppo che “soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”.
Il concetto di sviluppo sostenibile però compare già nel 1980, nel rapporto “World Conservation Strategy”, secondo cui, perché lo sviluppo sia sostenibile, deve “tener conto dei fattori sociali ed ecologici, nonché di quelli economici, della situazione delle risorse esistenti e dei vantaggi o svantaggi a breve o a lungo termine di soluzioni alternative”.
La definizione della Commissione Brundtland viene adottata da un numero sempre crescente di autori fino a che, nel 1992, diventa il terzo principio della Dichiarazione di Rio. Daly getta le basi teoriche dello sviluppo sostenibile, sottolineando che le due regole auree che regolano questo concetto sono quelle della capacità di rigenerazione, secondo cui la velocità con cui utilizziamo le risorse deve essere inferiore o pari a quella con cui si rigenerano, e della capacità di assorbimento, per cui la velocità con cui produciamo rifiuti non può essere superiore alla capacità della terra di assorbirli.
Daly, inoltre, fornisce una sua definizione di sviluppo sostenibile: “Cioè uno sviluppo senza una crescita che superi la capacità portante dell’ambiente, dove sviluppo significa miglioramento qualitativo e crescita significa incremento quantitativo”.
In “L’era dello sviluppo sostenibile” di Sachs definisce lo sviluppo sostenibile come un concetto in grado di rappresentare contemporaneamente sia una teoria analitica sia una cornice normativa. L’autore individua poi la governance come quarto elemento costitutivo dello sviluppo sostenibile, oltre a quello economico, sociale ed ambientale. Governance intesa come insieme di regole di comportamento che riguardano tutti gli attori coinvolti nello sviluppo sostenibile. I principi fondamentali di questo quarto elemento sono la responsabilizzazione, la trasparenza e la partecipazione. Accanto a questi si pone il principio di giustizia (chi inquina paga, cioè l’impegno da parte di tutti i soggetti).
Viene introdotta nel 2015 l’Agenda 2030 e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile; contemporaneamente si è diffuso un nuovo schema relativo allo sviluppo sostenibile basato sulle 5 P: persone, prosperità, pace, partnership e pianeta.
Nel determinismo ambientale lo sviluppo umano coincide con il mero sviluppo materiale e non si prende in considerazione quella che è la più grande risorsa a disposizione della nostra specie: l’aumento della conoscenza. La migliore accezione di sostenibilità è quella che, partendo dalla sostenibilità di Daly, integra l’approccio complesso proposto da Espinosa e Walter, dove si descrive la sostenibilità come la relazione dinamica che si instaura tra l’uomo e il suo ambiente. Un orizzonte a cui tendere continuamente è l’auspicio che le future generazioni non soltanto abbiano la possibilità di soddisfare i propri bisogni ma anche che realizzino un modello di sviluppo in grado di garantire a tutti una qualità di vita e un livello di benessere superiore a quello di cui possiamo godere noi oggi.
Possiamo quindi parlare di sostenibilità partecipativa, come dice Zapf: partecipazione che è sì un diritto, ma anche che un dovere etico, civico e politico. L’adozione di un modello di sviluppo sostenibile significa, in buona sostanza, l’abbandono del modello economico basato sulla crescita quantitativa in favore di quello basato sullo sviluppo qualitativo. Difficilmente riusciremo a raggiungere questo obiettivo se continueremo ad utilizzare per comunicare la sostenibilità, concetti e paradigmi comunicativi che per la loro natura favoriscono il primo modello (crescita) a scapito del secondo (sviluppo).
A 45 anni dal famoso errore della traduzione italiana di una delle pietre miliari dello sviluppo sostenibile, “The Limits to Growth”, che letteralmente significa “i limiti alla crescita” ma il cui titolo italiano è “I Limiti dello Sviluppo”, la confusione sembra ancora tanta e termini come crescita e sviluppo (ma anche prosperità) vengono spesso usati senza piena cognizione di causa.
Crescita e sviluppo
Crescita e sviluppo non sono sinonimi; se la prima ha una natura meramente quantitativa ed economicistica, il secondo riguarda aspetti qualitativi, sociali, politici e culturali, oltre che economici. La crescita può essere definita come un concetto economico, il quale misura la capacità di un sistema di soddisfare, con la produzione crescente di beni e servizi, i bisogni della collettività. Si suppone che tale produzione debba aumentare continuamente per far fronte allo sviluppo demografico ed all’aumento dei bisogni della popolazione.
La crescita da un lato ci dà qualcosa, il benessere economico, ma dall’altro ci toglie, comportando l’aumento della disuguaglianza e la crisi ambientale. Secondo Morin, la crescita economica ed esponenziale non danneggia soltanto l’ambiente naturale (biosfera), ma anche quella che chiama psicosfera, che coincide con l’ambito delle nostre vite mentali, affettive e morali.
Lo sviluppo, la cui origine come concetto e oggetto di studio delle scienze sociali coincide con il processo di decolonizzazione avvenuto nella seconda metà del XX secolo, è invece un progressivo miglioramento della qualità della vita, oltre ad una migliore distribuzione del reddito, ed in ultima analisi del ben-vivere. Lo sviluppo coincide quindi con la possibilità di creare le condizioni nei paesi più poveri, appunto in via di sviluppo, perché si riducano sia alle disuguaglianze interne sia quelle nei confronti dei paesi più ricchi.
Potremmo definire questa prima idea di sviluppo come sottosviluppata, perché troppo vincolata alla crescita economica, e cieca di fronte ad alcuni aspetti centrali per la vita umana quali l’identità, la comunità, la solidarietà e la cultura. Essendo troppo concentrati sulla cultura occidentale, ciò ha misconosciuto le ricchezze culturali di altre società; non ci ha permesso di comprendere che la nostra cultura, come tutte le altre, è un insieme inscindibile di verità e virtù profonde da un lato e di idee arbitrario, miti non fondati, enormi illusioni e terribili accecamenti dall’altro.
L’accezione di sviluppo si è allargata ricomprendendo anche le questioni sociali, affinando il concetto e conducendo alla definizione dello sviluppo umano. I cardini di quest’ultimo sono l’uguaglianza e la sostenibilità; perché si possa parlare di esso, gli individui devono essere messi nella condizione di valorizzare le proprie capacità, di vivere una vita piena e dignitosa, di partecipare alla vita politica e sociale della comunità a cui appartengono e ai processi produttivi che in essa si svolgono. Lo sviluppo quindi è basato sulla valorizzazione delle autonomie individuali e sulla partecipazione, sulla libertà e sulla condivisione.
Un maggior livello di equità nella distribuzione delle risorse e di uguaglianza sarebbe necessario anche per i paesi sviluppati, perché, come stato dimostrato da Wilkinson e Pickett, le società più eque fanno registrare prestazioni migliori negli indicatori che contribuiscono a definire il livello di benessere. La disuguaglianza non danneggia soltanto il benessere umano, ma minaccia anche l’ambiente naturale: da un lato, favorisce i consumi ostentativi, dall’altro, sgretola il capitale sociale e inibisce l’azione collettiva.
Tornando al concetto di sviluppo umano, l’autore di riferimento è Sen, secondo il quale lo sviluppo non può in alcun modo essere confuso con la crescita economica. Le connessioni tra i due concetti esistono e sono robuste (la crescita economica è per lui un fattore di sviluppo) ma sarebbe un grave errore schiacciare...
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