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Il paesaggio nascosto

Comunicazione nei luoghi della complessità

Il concetto di paesaggio sta attraversando una fase di grande diffusione ed esposizione. Molti fenomeni testimoniano l’interesse del nostro momento storico per questo concetto affascinante, contribuendo al tempo stesso alla sua diffusione, espansione e specificazione. Vi è la tendenza alla mortificazione della complessità e della destrutturazione di una trama complessa nel nome di un approccio meccanicistico e frammentato alla realtà. Uno dei dati più interessanti che emergono dall’infinito numero di contributi che su questo argomento si sovrappongono è proprio il suo sottrarsi a qualsiasi definizione univoca. Il fatto che a questo termine si attribuiscono significati diversi, non ne indebolisce l’importanza: il paesaggio è inteso come uno strumento che interpreta la necessità delle popolazioni di fissare riferimenti di orientamento e centralità nel territorio nel quale vivono.

Si tratta di una caratteristica che allinea il paesaggio con la ricerca e la creazione di identità collettive e comunitarie, come se fosse uno strumento che caratterizza le nostre vite sempre più integrate nel sistema-mondo. Gli studi delle scienze umane e sociali tendono a rispondere alla comune aspirazione delle popolazioni di ritrovare una descrizione del rapporto tra uomo e mondo, un principio di equilibrio tra l’uomo e il suo habitat. Il paesaggio si pone come strumento per analizzare la complessità del mondo, dove ogni elemento appare instabile nello spazio e nel tempo, e dove ogni situazione è atipica e si manifesta in mille fattispecie diverse.

La natura e il giardino

La complessità dei paesaggi, la loro conseguente diversità e ricchezza di risorse sono alla base dello sviluppo di civiltà come quelle mediterranee: popoli a partire da un sistema comune, il Mar Mediterraneo, che hanno sviluppato infinite variazioni sui temi della gestione del territorio, dell’agricoltura, dello sviluppo urbano, dell’arte, della religione, del commercio… contribuendo a scrivere, nei secoli, infiniti paesaggi sui territori che avevano a disposizione. Il paesaggio è il risultato della stratificazione delle relazioni tra le azioni compiute dall’uomo e il territorio che favorisce alcune attività e ne scoraggia altre. La lettura dei diversi livelli di cui i paesaggi sono composti restituisce informazioni e coordinate utili per l’orientamento e la rappresentazione delle popolazioni che li abitano.

Il paesaggio è uno spazio relazionale, non assoluto, che è il frutto di continui scambi tra soggetti ed elementi di diversa natura, tra uomini, elementi naturali ed elementi artificiali. Ci possono essere elementi viventi e non viventi. L’uomo è parte integrante di questo complesso sistema che è prodotto dalle sue azioni ed è strumento di trasformazione del territorio. Gli eventi della natura e le azioni della cultura umana sono strettamente integrati. L’essenza del paesaggio si colloca in un ambito assolutamente artificiale: il paesaggio è il risultato di un’attività di trasformazione dell’uomo. Per questo motivo l’esperienza dell’uomo ricopre un’importanza fondamentale: il paesaggio è espressione di chi lo abita lo vive e lo trasforma.

Il paesaggio e l’arte sono strettamente intrecciati, il concetto di paesaggio in molte lingue europee indica sia la rappresentazione di una porzione di spazio come fenomeno estetico, sia la porzione di spazio stessa con i suoi caratteri morfologici e antropici. Il lavoro di analisi e documentazione è funzionale alla costituzione di una base conoscitiva comune, necessaria per avviare una comunicazione che, traendo ispirazione dal paradigma della comunicazione generativa, sia orientata ad una progettazione e una co-trasformazione del paesaggio condivisa ed efficace.

Giardino e paesaggio

Giardino e paesaggio sono entrambi concetti che si riferiscono alla relazione tra uomo e natura. Roger introduce il concetto di paesaggio partendo dal giardino, cioè il primo “modello paradisiaco”, nel senso di primo modello attraverso il quale l’uomo tenta di riprodurre il paradiso in terra. Il concetto di paesaggio, infatti, nasce nell’ambito della pittura fiamminga agli inizi del Rinascimento, mentre il giardino ha origini ben più antiche: secondo la letteratura, trova le sue origini in Mesopotamia. Il giardino è un luogo fin da subito caratterizzato da un forte valore simbolico: non è un caso che la maggior parte delle religioni individui in un giardino il luogo di inizio o la destinazione finale della vita dell’uomo.

In letteratura il termine “giardino” deriva dall’ebraico “gan”, che significa “proteggere” o “difendere”. Ci sono tre caratteristiche principali che ricorrono nella storia dei giardini per secoli: l’acqua, gli alberi e la regolarità dell’impianto. Il giardino/paradiso nasce come un luogo ideale, fortemente simbolico, uno spazio delimitato e chiuso. Vitruvio nel “De Architectura” sottolineava l’importanza di introdurre spazi verdi nei luoghi pubblici. L’autore pone l’accento non tanto sulle qualità estetiche delle piante cosiddette ornamentali, ma sulla salubrità e sugli effetti delle piante su chi passeggia per portici e giardini, i quali sono dedicati allo svago e al tempo libero.

Molti studiosi concordano sul fatto che il primo giardino sia espressione dell’uomo che, da cacciatore, diventa sedentario e coltivatore. Quindi, è un recinto che l’uomo costruisce, da un lato, per proteggere i prodotti della coltivazione della terra, frutto di un processo artificiale di trasformazione che modifica l’esistente con un obiettivo ben preciso; dall’altro lato, per preservare l’assetto naturale di una natura particolarmente ricca e generosa che desidera conservare e tenere al sicuro dai rischi e dai pericoli del mondo. L’idea stessa del luogo raccolto, protetto e nascosto implica una differenza tra dentro e fuori: fuori si trova il mondo, con i suoi pericoli, con la natura ostile, gli uomini violenti e gli animali selvatici; dentro il giardino la natura è amica, gli alberi danno frutti e gli animali sono domestici.

Un artificio ideato, progettato e costruito dall’uomo per stabilire relazioni con la natura, gli animali e gli altri uomini (uomo tecnologia natura). La tecnologia è considerata come un medium, qualcosa che sta tra le cose. Il giardino richiama sempre il paradiso in terra, e la maniera di interpretarlo determina, nelle diverse civiltà che si susseguono, lo stile del giardino. Così l’aspetto del giardino cambia attraverso i secoli, ma il principio alla sua base e la valenza simbolica rimangono costanti: il giardino è il luogo reale e ideale/simbolico al tempo stesso, e costituisce il medium privilegiato per una riflessione sugli sviluppi del rapporto tra naturale ed artificiale e sulla relazione tra progettare e creare il nuovo e proteggere e conservare l’esistente.

Chi costruisce il giardino esprime la propria visione dell’epoca e della società, la propria politica, fissa delle norme naturali. Il giardino è uno spazio orientato, caratterizzato da un progetto ben preciso. Emblematico è il caso dell’hortus conclusus medievale: il giardino del medioevo si configura come uno spazio verde isolato dal mondo esterno. Fuori dal giardino si trova il mondo fisico e tangibile; dentro le mura il mondo che tende al divino (il luogo ideale dove ritirarsi in preghiera ed entrare in sintonia con Dio).

Il giardino è un luogo di conservazione dell’esistente (e di memoria del passato), di progettazione del nuovo, di relazione tra ciò che già c’è e tra ciò che si vorrebbe che ci fosse. Tra ciò che si vede e tra ciò che resta nascosto. La creazione di un giardino, quindi, è il risultato di un’attività poetica e poietica che si esercita sulla natura: “arte dei giardini”. Come tutte le forme di arte e tutte le forme di tecnica, la trasformazione della natura dipende dallo stato sociale, religioso e politico di un dato momento storico. L’arte dei giardini è, quindi, un’attività che imprime sulla natura la visione del mondo propria dell’epoca in cui si esercita e dei soggetti che la praticano, una tecnica raffinata di trasformazione del territorio, ma anche uno strumento politico di rappresentazione.

L’idea che il popolo avesse bisogno di luoghi pubblici dove svagarsi nasce presto nella storia delle città e, fin dalla fine del 1200, la comunità dei cittadini ebbe a disposizione prati per passeggiare, incontrarsi e ricrearsi. Fin da subito questi luoghi divennero parte di accurate strategie di comunicazione. L’arte e la tecnica furono chiamati a lavorare sui giardini, per diffondere istanze del potere e rappresentazioni del governo che fossero facilmente interpretabili.

  • Hortus conclusus: il fruitore percepiva un senso religioso, che comunicava l’esistenza di un ordine divino a cui tendere con lo spirito attraverso la contemplazione la mediazione che l’isolamento e la solitudine inducevano.
  • Nel giardino della villa: esclusiva e protetto, il Signore comunicava un senso politico, che diffondesse tra i visitatori l’idea di un governo efficace e ordinato, come ordinato è il governo divino del cosmo.
  • Nei primi giardini pubblici: si respirava un senso sociale, che individuava nel giardino molteplici usi e funzioni per diverse tipologie di fruitori, attentamente regolate da norme ben precise, da orari di apertura e orari di chiusura.

Il giardino, nella sua evoluzione, si configura come un processo di progressiva apertura all’uso pubblico di quelli che nascono come spazi recintati e protetti. La politica di ampliamento dell’accesso a questo tipo particolare di spazi non modifica l’impostazione e la funzione tradizionalmente attribuita al giardino: favorire la socializzazione e garantire un po’ di svago e benessere alle classi meno abbienti attraverso la fruizione della natura. Agli inizi della sua storia il giardino semplicemente era nascosto alla maggior parte delle persone, con l’apertura al pubblico viene meno quel medium che lo identificava come luogo esclusivo.

Così funziona l’hortus conclusus medievale, un luogo collettivo ma comunque racchiuso e aperto a pochi privilegiati, fortemente simbolico e orientato a ricostruire in Terra l’ordine divino. Un luogo di potere che, con l’affermarsi della borghesia e della classe mercantile e desiderosa di esprimere il proprio status, si laicizzata progressivamente in luogo per la vita quotidiana. Questa apertura, se da un lato si può leggere come diffusione democratica del concetto di giardino, da un altro, segna l’estensione di un certo tipo di controllo e, quindi, di potere non più su luoghi chiusi e preclusi alla maggioranza delle persone, ma sui territori comunali, regionali, statali, nazionali e mondiali.

La tecnologia, l’ingegno e l’arte sono utilizzate non solo per realizzare apparati simbolici al servizio della politica e della religione, ma anche per indagare e comunicare al pubblico dei visitatori le conquiste della ricerca dell’uomo sulla scienza. Il giardino di stampo borghese si configura come un prolungamento della casa o luogo di relazione, dove si svolgono una serie di attività sociali e ricreative che vanno dal giardinaggio, alla lettura, alla pittura, all’intrattenimento con gli amici. La progressiva apertura dei giardini a tutte le classi sociali si compie nel corso del XIX secolo, da un’idea di giardino come manifestazione individuale di potere e di ricchezza a quella di luogo collettivo con finalità sociali.

Il giardino resta uno strumento utilizzato da una ristretta cerca di soggetti per imporre al territorio e alla natura una visione, una direzione precisa di sviluppo che fruitori possono percepire in maniera più o meno esplicita, ma non per questo meno efficace. Fondamentale è il contributo dell’Inghilterra e del giardino paesaggistico. Da un lato, Londra precorre i tempi con l’apertura dei grandi parchi (Hyde Park è pubblico dal 1630), dall’altro, impone modelli fondamentali per quanto riguarda la diffusione di giardini pubblici nel tessuto urbano.

Non ci dimentichiamo che, l’aprire al popolo parchi e giardini, erano considerate benevole concessione ai sudditi, o come tali erano oggetto di controllo e di esibizione di potere. Sarà il modello tipologico del plasure garden e dei giardini di città a imporsi velocemente in Europa e in tutto il mondo. Tutte queste esperienze rientrano nell’ambito degli strumenti di controllo sociale della popolazione urbana da parte delle classi dominanti. Tutti luoghi che tendono a consolidare il diritto del comune cittadino a poter vivere il proprio tempo libero e le proprie attività di socializzazione all’aperto, in quelli che ha un occhio superficiale possono sembrare spazi naturali, esprimono messaggi educativi e politici ben precisi.

Molti autori concordano sul fatto che, nella storia dell’evoluzione del giardino, alcuni elementi tornano come invarianti, utilizzati per distinguere periodi, correnti e stili: la selezione di specie diverse per comporre quadri sempre nuovi, la presenza dell’acqua e il rapporto tra naturale e artificiale. Ogni giardino può essere considerato come lo strumento privilegiato attraverso il quale un uomo o un gruppo di uomini progettano e realizzano la propria idea di natura. In letteratura è possibile distinguere tra un approccio che tende alla creazione di un’immagine artificiale, costruendo architetture verdi il più possibili stabili e permanenti, e un approccio che privilegia la componente naturale, definendo paesaggi come quadri naturali, in costante evoluzione con i cicli delle stagioni.

Gli elementi che caratterizzano i giardini all’italiana sono il muro che l’isola dal territorio e che crea l’idea di uno spazio circoscritto, il rapporto delle forme naturali con quelle dell’edificio principale, la regolarità dell’impianto geometrico, l’uso della prospettiva e l’inserimento di terrazze abbelllite con elementi architettonici per esaltare specifici punti di vista. Sono ambiti nei quali il progetto alla base della trasformazione del territorio è evidente e dichiarato: l’uso che questo luogo artificiale suggerisce è orientato dal desiderio del proprietario del giardino di comunicare agli invitati determinati contenuti che riguardano il proprio status secondo modalità trasmissive e top-down.

Il giardino paesaggistico (o all’inglese) si afferma in tutta Europa con il diffondersi del Romanticismo. A partire dall’idea di natura romantica il giardino è considerato prima di tutto un luogo dell’immaginario, da mantenere il più possibile lontano da stili, costruzioni e artifici. Il giardino paesaggistico propone ai fruitori condizione di libertà per massimizzare l’esperienza della natura. A uno sguardo superficiale, quindi, il giardino paesaggistico si pone come ambito meno strutturato e più vicino a un’idea di natura incontaminata, quando, in realtà, è uno spazio artificiale, progettato ed orientato al pari di quello all’italiana. È oggetto di una progettazione ancora più raffinata e frutto di una conoscenza di una tecnica molto avanzata.

Nella storia del giardino esistono esempi di giardini e parchi ci hanno messo in crisi la relazione tra naturale e artificiale. Il Parco dei Mostri di Bomarzo ha una caratteristica che lo rende unico nel suo genere, ed è la presenza di misteriose opere d’arte: enormi sculture di pietra scioccavano i visitatori per la loro dimensione e per il loro aspetto. Le stanze sono gigantesche se comparata alla natura che lo circonda, piccola e insignificante, ribadendo il controllo dell’uomo sulla natura. In origine era collegato al Palazzo Orsini tramite un enorme giardino all’italiana.

Da un lato, quindi, un giardino all’italiana, con una vegetazione ordinata e controllata, dall’altro un giardino di stampo paesaggistico: caratterizzato da una vegetazione selvaggia, punteggiata di statue giganti che contribuiscono a definire uno scenario inquietante. Il contrasto risultante, nell’ottica di Orsini, doveva incarnare il distacco tra le certezze quotidiane (il giardino all’italiana) e l’inquietudine necessaria a intraprendere il percorso verso la conoscenza (del sé e della natura).

Il parco di Pratolino è caratterizzato da un complesso di giochi artificiali con autonomi, giochi d’acqua e scenari decorati con statue antiche, madreperle, pietre dure e marmi pregiati. Tutto il parco fu arricchito con fontane monumentali e giochi d’acqua, molti dei quali furono ideati e realizzati dal Buontalenti stesso: fu la tecnologia del periodo ad aiutare l’artista nello studio della natura, per cercare di imitare le leggi e i comportamenti. Il parco doveva creare stupore, emozione, suggestione e suscitare nuove interpretazioni della natura e della relazione di questa con l’uomo. Buontalenti utilizzò l’acqua come materiale da costruzione.

Nel Cinquecento, la diffusione dei giochi d’acqua, macchine e automi azionati dalla pressione dell’acqua, coincide con la nascita e la diffusione dell’arte dei giardini. Non è un caso che il concetto di “arte” richiami anche “artefatto” e “artificio” e, quindi, il rapporto naturale-artificiale e uomo-natura con le sue componenti non solo estetiche ma anche tecniche e politiche. L’arte dei giardini è un’arte che si lega indissolubilmente alla tecnica. Negli stessi anni nei quali le fontane e gli automi mossi dall’acqua si diffondono nei giardini, si anima anche il dibattito sulla natura dell’uomo e sulla sua possibile assimilazione a una macchina. Cartesio sviluppa un parallelo tra l’uomo e la fontana/automa mossa dall’acqua.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilariabrandolini di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie e tecniche della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Sbardella Marco.
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