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Prefazione: una scorciatoia per la pace

I 5 tratti distintivi dell'“Impero Americano”

1. Ritenere che la sovranità delle altre nazioni sul proprio spazio pubblico fosse limitata. Forzare quindi le proprie prassi commerciali e i propri prodotti indifferentemente dal danno che avrebbero provocato alle abitudini e tradizioni, a volte secolari, dei paesi in cui le si innestava. Ciò portava anche alla paradossale tesi per cui qualunque potenza estera tentasse di ostacolare questi scambi da libero mercato internazionale si mostrava agli occhi dell’opinione statunitense non solo come protezionista in campo economico, ma anche oscurantista e retrograda in ambito culturale.

2. La capacità di esportare gli obiettivi e le strutture della propria società civile assieme, o a volte ancora prima, dei beni di consumo. Stato, imprenditori e società civile lavoravano quindi in sincronia per esportare il “sogno americano” nel Vecchio Continente in ogni suo aspetto.

3. L’affermazione delle cosiddette “migliori prassi”. Ovvero l’individuazione di procedure abbastanza flessibili da potersi in parte adattare alle prassi locali, rielaborandole e rivendicandone una applicabilità universale.

4. Lo sfoggio di una propria “etica della democrazia”. Un'uguaglianza ed una “sociabilità” basata non più sulle tradizioni tramandate nel corso delle generazioni ma sulla base di un'uguaglianza consumistica che finisce per ruotare attorno al possesso di uno o più beni materiali. Una democrazia che fonda quindi la propria uguaglianza sulla parità di potere d’acquisto di beni la cui disponibilità per tutti li rendeva “democratici” e “democratizzanti”.

5. La sua natura apparentemente pacifica. Essendo l’impero sorto come alternativa al militarismo europeo, si è posto come autoproclamato paradigma di governo in grado di mantenere la pace e la serenità tra i suoi cittadini. In questo modo l’Impero riusciva anche ad autoassolversi da accuse secondo le quali l’imposizione dei propri voleri sul libero scambio è interpretabile come forma di violenza. La visione degli USA come impero pacifico viene poi minata anche dagli oltre 250 interventi militari operati dalla sua fondazione.

Capitolo 1: L’etica del servizio alla collettività

Per analizzare le differenze riguardo l’etica del servizio alla collettività tra Nuovo e Vecchio Mondo è utile osservare la nascita e l’espansione del Rotary Club, analizzare come e dove ha compiuto i suoi primi passi e come questa nuova forma di sociabilità si sia adattata alla eterogenea società europea, accomunando due élite agli antipodi e volgendo verso l’adeguamento di una al nuovo stile di vita dell’altra.

La prima riunione del Club fu nel 1905, nel circolo della prima città fondatrice di un Rotary Club: Chicago. Ne facevano parte quegli individui, uomini bianchi protestanti, smaniosi di parlare di affari e carriera ma snobbati dai circoli prestigiosi delle antiche élite, volenterosi di formare una rete sociale e affaristica territoriale. Il Rotary conobbe un’espansione dei propri club mai vista, e tutt’oggi è la prima associazione di volontariato su scala globale.

Furono dei costituzionalisti inglesi a stilare i due principi su cui si fondavano i Club: Il sistema di classificazione, ovvero le procedure per introdurre nuovi membri. Per rimanere efficiente infatti un club doveva avere dimensioni contenute e ospitare un solo rappresentante per ogni professione riconosciuta, in genere il più competente del luogo. Ne erano esclusi donne, neri e orientali. E il principio del servizio, partendo dal presupposto che il benessere cittadino andasse innalzato, ma rigorosamente in maniera oculata, pragmatica e soprattutto apolitica attraverso opere di servizio alla comunità. Una definizione di servizio ben lontana da populismi o sistemi di welfare, quanto più progetti pragmatici e utili al bene della collettività come campagne di vaccinazione, posti auto o donazioni ad ospedali.

Dal 1912 il Rotary si nominò associazione internazionale, per prendere il nome nel 1922 di Rotary International. La prima traversata dell’Atlantico ebbe come destinazione il Belgio, paese ideale in quanto neutrale e gravemente afflitto dal conflitto mondiale, per ribadire il pacifismo del Rotary.

Successivamente fu il turno della Germania, a partire dalla anglofona Amburgo per poi espandersi a macchia d’olio nel paese. Entrare nel mondo del Rotary fu una ghiotta occasione per le élite tedesche, ansiose di rientrare nel commercio globale dal quale era stato parzialmente escluso in seguito al conflitto. Ciò che gli va rimproverato è probabilmente il non aver compreso di essere oggetto, e non soggetto, di questa operazione di estensione e inclusione, volta a riportare il paese in Europa sotto influenza americana.

Il problema dell'Europa non era l'individualismo spietato tipico americano, ma era la lotta di classe. E l'unico modo in cui la borghesia poteva placare questa lotta era accelerare la compattezza e la civiltà del proprio stile di vita, obiettivo per il quale il Rotary si presentava come perfetto strumento. Uno strumento col quale conservare la familiarità del vecchio mondo aggiungendo la freschezza del nuovo. Il Rotary tedesco quindi si opponeva con fermezza alla soppressione dell'etica e della cultura europea per mano americana, ma anche all'estromissione della cultura tradizionale per mano dell'immaturità della nuova società di massa.

Il Rotary centrale, l’americano, si sforzava di mantenere il controllo della linea generale dell’associazione senza dare l’impressione agli europei di essere controllati, nonostante il loro dominio nel congresso internazionale in cui si prendevano decisioni su scala mondiale. Questa necessità di mantenere salde le redini del Rotary nasceva dalla tendenza di ogni sezione nazionale europea di voler mettere in risalto il loro carattere nazionale (esempio Italia che si voleva istituire ente autonomo), ma l’Europa non era pronta ad autoamministrarsi, era ancora troppo nazionalista. Un esempio di ciò si può notare nelle lingue ufficiali del Rotary, che non era solo l’inglese. In Europa vigevano 4 lingue ufficiali e altre 5 ufficiose, anche l’importante traduzione dei principi fondamentali del Club fu oggetto di contesa, a partire dalla traduzione del termine chiave di “servizio”, che assumeva colorazioni e declinazioni diverse per ogni Club nazionale che lo interpretava.

Rigido fu anche il rapporto tra il Rotary e le istituzioni religiose, specialmente il Vaticano, che nel 1928 lo denuncia di volersi appropriare il potere di interpretare autonomamente la legge morale dell’uomo, compito secolare della Chiesa Cattolica. La dirigenza Rotary riuscì a sgusciare fuori dall’accusa grazie ad una campagna di pubbliche relazioni, richiamando al buon senso e al rispetto per la libertà di pensiero, enunciando che l’appartenenza al Rotary non interferiva con qualunque credo gli iscritti volessero perseguire.

La fine del Rotary in Europa giunse negli anni ‘30, prima della sua riscoperta negli anni ’90, e fu inevitabile. Coniugare la fede patriottica e nazionalista chiesta e pretesa dei governi nazionali con la fede internazionalista tipicamente rotariana era impossibile (l’Italia provò a farlo ma fallì). I Rotariani vennero quindi messi alla berlina dalla stampa nazionale, costretti a sciogliere l’associazione sul suolo Europeo con la scusa secondo la quale “il governo nazionale ha raggiunto tali vette di perfezione nelle sue funzioni pubbliche, che i servizi del Rotary Club non sono più necessari”.

Capitolo 2: Uno standard di vita decoroso

Con il crescente internazionalizzarsi dei modelli culturali, lo standard di vita diventò oggetto di contesa tra grandi potenze in competizione per l’egemonia mondiale. America ed Europa non condividevano però la stessa visione sullo standard di vita. Da un lato, l’Europa era soggetta ad un retaggio borghese di distinzioni sociali ed economiche incolmabili e a discriminazioni etnico-sociali legalizzate, dall’altro lato l’America poneva nel potere d’acquisto individuale, nelle politiche di alti salari e nel largo accesso a beni di consumo un termine di confronto sociale autonominatosi democratico ed egualitario.

La prima e rivoluzionaria inchiesta che si poneva l’obiettivo di paragonare gli standard di vita delle due sponde dell’Atlantico fu l’inchiesta Ford-Oil. La Ford, che si apprestava ad aprire stabilimenti nel Vecchio Continente, chiese alla Oil (Organizzazione Internazionale del Lavoro) un’inchiesta che permettesse di comprendere a quanto sarebbe dovuto ammontare lo stipendio di un operaio francese, tedesco, ecc. per permettergli di condurre uno standard di vita paragonabile a quello degli operai di Detroit. Fino ad allora nessuno si era mai sognato di parlare di “standard di vita europeo”, tantomeno francese, tedesco, italiano o …, tantomeno assumendo a termine unico di confronto per il continente una cittadina come quella di Detroit.

La relazione impiegò due anni e mezzo per essere completata nel 1931. Possiamo da essa trarre due conclusioni: 1) i due stili di vita erano sostanzialmente imparagonabili: mentre un operaio americano spendeva molto in vestiario, aveva una dieta varia e abbondante, viveva in ampie case unifamiliari e si riforniva spesso di una grande gamma di elettrodomestici; l’operaio europeo vestiva abiti cuciti in casa, mangiava poco e male, intere famiglie vivevano in due o tre anguste stanze e la passione degli elettrodomestici era cosa rara perfino nella borghesia. 2) ci sono moltissimi motivi per cui i risultati di questa indagine vanno presi coi guanti. Innanzitutto non prevedeva una correlazione tra qualità, ma solo quantità, un filone di pane americano veniva quindi assunto come equivalente di una baguette francese. Al termine della ricerca l’America era nel centro di una grave crisi che aveva radicalmente cambiato gli assetti presi in considerazione due anni prima. In sostanza, i due continenti avevano due culture del mercato marcatamente diverse, e mentre gli Europei parlavano degli americani come “viziosi di distruggere ogni qualità riducendola a un valore monetario”, gli Americani accusavano gli europei di snobismo, inettitudine scientifica e ipocrisia sociale.

Il nuovo stile di vita in America veniva vissuto in una situazione di distensione sociale, a fronte del persistente retaggio di classe europeo, portando il possesso dei beni ad essere l’unico indicatore di status nella società, per cui “per essere come tutti gli altri” significava “avere ciò che tutti gli altri già hanno”. L’introduzione della remunerazione in denaro in America, sostituendo le precedenti forme di paternalismo capitalista, poneva il cittadino in condizione di poter e dover gestire autonomamente il proprio capitale, finendo per dilaniarlo in periodi di vacca grassa e proteggendolo in periodi di vacca magra. In una condizione poi in cui l’America poteva godere del triplo dell’espansione territoriale europea al netto di un terzo dei suoi abitanti, il risultato fu la creazione del mercato interno più vasto e diramato al mondo, portando a far sorgere nel proletario una coscienza consumistica mai vista in Europa. In sostanza, alle Classi Sociali europee si confrontavano ora le Classi di Consumo americane. Con ciò ogni istanza di carattere sociale o sindacale (redistribuzione della ricchezza, riqualificazione dei sistemi) veniva sostituita da istanze d’innalzamento del potere d’acquisto.

L’espansione del potere d’acquisto tanto decantata in America trovò difficile istanza in Europa, in cui perfino i sindacalisti la ritenevano inopportuna. Ciò derivava dal lignaggio cristiano-medievale europeo, per cui i consumi che andassero oltre lo strett(issim)o indispensabile erano bollati come ingordi e superflui, per cui persino i sindacalisti non riuscivano a superare il blocco della domanda: cosa ne avrebbero fatto le masse di tutto il potere d’acquisto che acquisirebbero? Tra il minimo indispensabile (cibo e vestiti) e il massimo del lusso d’epoca (un'automobile) nessuno riusciva a figurarsi cosa si poteva stagliare nel mezzo.

Negli anni ’30 l’unica nazione europea che si ergeva ad autoproclamatisi alternativa all’espansione americana fu, tristemente, la Germania nazista, con le terribili conclusioni che tutti conosciamo.

Capitolo 3: Le catene di negozi a prezzo fisso

Stando alle parole del filantropo e commerciante di spicco Edward Filene, il principale problema economico con il quale doveva fare i conti il mondo industrializzato riguardava la distribuzione di merci sfornate da una produzione virtualmente inesauribile. I problemi delle aziende non erano quindi gli eccessi di produzione, ma le falle nella distribuzione della merce prodotta.

Nel momento in cui la produzione supera la domanda, i dettaglianti ebbero una ghiotta occasione. Potevano sfruttare la concorrenza tra industrie e mettere a frutto la propria esperienza commerciale per soddisfare al meglio il consumatore in varietà, convenienza e servizi. Per fare ciò, sosteneva sempre Filene, occorrevano tre prerogative: 1) un uso più razionale del capitale, 2) un miglior addestramento e organizzazione...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher matteobongiorno172 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Capuzzo Paolo.
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