L’Italia fascista e la Germania nazista
1. Il contesto storico
Il fascismo in Italia, in Germania e altrove nell’Europa occidentale fu la risposta ad alcuni problemi inerenti alla struttura politica liberale di fine Ottocento:
- Adozione del suffragio universale;
- Crisi delle organizzazioni politiche borghesi ottocentesche;
- Sviluppo dei partiti socialisti e dei movimenti sindacali;
- Crescente insofferenza delle élite industriali agrarie nei confronti del sistema parlamentare, ritenuto inadeguato sotto molti punti di vista;
Sarebbe, però, un errore vedere nel fascismo una manovra difensiva da parte della borghesia disperata e reazionaria per scongiurare la rivoluzione: il fascismo e il nazismo furono espressioni dell’espansione della borghesia e del suo desiderio di giungere a una società organizzata secondo linee che favorissero questa continua promozione sociale.
Già prima della guerra, le istituzioni parlamentari erano state giudicate inadeguate in entrambi i paesi: si creò una pericolosa spaccatura tra i partiti politici borghesi e i gruppi sociali ed economici.
La crisi italiana si ebbe per:
- 1907-08 -> crisi economica: riduzione dello spazio di manovra per la strategia riformista del leader liberale Giolitti;
- 1911-12 -> guerra in Libia;
- 1913 -> introduzione del suffragio universale maschile;
- Scoppio della Prima guerra mondiale;
In Germania la crisi cominciò con le elezioni del 1912, in cui il Partito socialdemocratico rimase isolato come maggiore partito politico: rimase però senza alleati politici.
Le élite economiche tedesche godevano di una solida organizzazione, ad es. organizzazioni per l’industria pesante, per l’industria leggera e per l’esportazione, le camere di commercio, i gruppi che rappresentavano l’alleanza industriale-militare e quella dell’esercito, i singoli cartelli di produzione, mediante le quali le élite erano inserite ai più alti livelli delle strutture governative. Affidavano la difesa dei loro interessi al partito conservatore e a quello nazional-liberale.
Lo scoppio della Prima guerra mondiale accrebbe in entrambi gli Stati il processo di disgregazione dell’ordine politico delle classi medie.
L’unità nazionale italiana fu in questione sin dall’inizio del conflitto: nel 1914 una crisi governativa portò al governo Salandra, che divenne capo di un governo di concentrazione borghese.
Agosto 1914: il governo opta per la neutralità.
Maggio 1915: Giolitti decide di intervenire a fianco dell’Intesa.
Nel 1917 tre avvenimenti seguiranno la crisi della vita politica italiana:
- Durante l’estate, un’ondata di scioperi rivelò il crescente scontento operaio di fronte al rincaro dei prezzi e della scarsità di viveri;
- In ottobre, le notizie della rivoluzione bolscevica spinsero il Partito socialista italiano più a sinistra;
- Alla fine di ottobre, la sconfitta italiana a Caporetto rialzò la posta in gioco per la classe di governo.
Dal novembre 1918 all’ottobre 1922 i problemi del sistema politico italiano emersero: il governo non riuscì a creare alcuna forma di cooperazione interclassista né fu in grado di conciliare gli interessi in conflitto.
I socialisti, entrati in Parlamento come partito di maggioranza, erano convinti di una possibilità di rivoluzione bolscevica anche in Italia e decisero di bloccare qualsiasi soluzione riformista della crisi. Il Parlamento si indebolì, mentre i due governi liberali capeggiati da Nitti e Giolitti, giugno 1919-luglio 1921, si rivelarono incapaci di trovare un punto d‘intesa tra capitale industriale e proprietà terriera da una parte e sindacati e leghe contadine dall’altra.
Con la sconfitta subita nella Prima guerra mondiale si modificò notevolmente la base politica postbellica tedesca:
- Distruzione del vecchio sistema politico -> messa in discussione del rapporto tra industria, burocrazia e potere esecutivo;
- L’inizio della guerra coincise con l’inizio di un periodo di crisi economica che si prolungò per gran parte del periodo tra le due guerre;
- Aggravamento della crisi generazionale -> larga ondata di disoccupazione tra i giovani;
La fallita rivoluzione tedesca del 1918 compromise la nascita della Repubblica di Weimar e l’indebolimento della SPD, il maggior partito politico.
Sarebbe impossibile immaginare due partiti più diversi: da un lato il Partito socialista italiano, caotico e disorganizzato; dall’altro il Partito socialdemocratico tedesco, ricco e disciplinato. Ebbero però un destino simile: il partito italiano fu dominato dall’ala rivoluzionaria e rifiutò di partecipare a governi borghesi, rimanendo passivo durante la crisi del sistema parlamentare; quello tedesco fu controllato dall’ala riformista. I due partiti non si erano mai integrati completamente nel sistema politico parlamentare: i socialisti italiani si autoesclusero; mentre i socialisti tedeschi riuscirono a trincerarsi nella burocrazia del ministero del Lavoro per proteggere l’elettorato operaio.
La decisione del cancelliere Bruning di indire nuove elezioni nel settembre del 1930 rese la situazione politica ingovernabile: il suo intento era punire la SPD e ridurne l’influenza; ciò che accadde fu l’aumento dei seggi dei nazisti, da 12 a oltre 100.
2. Il consenso e la conquista del potere
L’ascesa
1919: fascismo e nazismo erano movimenti composti da vari tipi di dissenti politici e culturali privi di disciplina di partito e senza requisiti di affiliazione.
Solo successivamente, nel 1921 per il Partito nazionale fascista e nel 1925 per il Partito nazionalsocialista tedesco, divennero partiti veri e propri. La convinzione di entrambi i partiti era che si potesse giungere a conclusioni diverse da quelle dei democratici progressisti e dei socialisti senza rifiutare completamente la società industriale.
I loro atteggiamenti assunsero i caratteri dell’anti materialismo e della ricerca di nuovi valori spirituali, dell’opposizione al socialismo, del riconoscimento delle forze irrazionali operanti nella società moderna e dell’esaltazione dell’istinto e della violenza nella vita politica.
23 marzo 1919: a Milano Mussolini costituisce i Fasci di combattimento.
Mussolini sosteneva il “produttivismo”: la classe non costituiva più o spartiacque dell’azione politica; il contrasto fondamentale non era più lo spartiacque dell’azione politica; il contrasto fondamentale non era più tra Italia borghese e Italia proletaria o tra capitalisti e lavoratori, ma tra le forze produttive sul campo di battaglia e nelle fabbriche e gli sfruttatori improduttivi, politici, profittatori di guerra, socialisti pacifisti.
Attratti dal nazionalismo e dall’attivismo, veterani e studenti aderirono ai fasci di combattimento e al movimento nazista nel 1919 e 1920. Molti aderenti provenivano dal movimento socialista o sindacalista, e si erano convertiti al nazionalismo. L’originale programma era stato una tattica contro la classe politica e ora veniva abbandonato, l’obiettivo dei fascisti era ancora la classe politica: volevano un sistema sociale che premiasse la competenza.
Storia della NSDAP, Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori, divisa in tre periodi:
- Dalla fondazione nel 1919 al putsch di Monaco nel 1923;
- Dal 1925 alla vittoria elettorale del settembre 1930;
- Dal tardo 1930 alla nomina di Hitler a cancelliere il 30 gennaio 1933.
Anche i nazisti abbandonarono parte del programma originario; la NSDAP da movimento urbano che contendeva ai socialisti il controllo della classe lavoratrice diventò un movimento che concentrava l’azione sul mondo contadino e sulle composizioni dell’elettorato borghese. Non c’era però un’opposizione socialista nel settore agricolo, il fattore più importante fu la rabbia tra i piccoli proprietari terrieri per la depressione agricola del 1927: fu sfruttato il risentimento contro gli ebrei.
In Italia gli ebrei non avevano un ruolo di rilievo, il nemico era la sinistra.
Nel 1919 a Monaco fu fondato il Partito tedesco dei lavoratori, da Drexler, simile ai primi Fasci: entrambi volevano ritagliarsi uno spazio politico nella sinistra nazionalista, ma evitando la lotta di classe. Mussolini evitò il produttivismo per colmare il divario conflittuale fra le classi; Drexler e Hitler unirono antisemitismo, attacchi populisti contro il capitale finanziario e rivendicazione del diritto di condividerne gli utili.
Il nuovo programma si rivolgeva alla piccola borghesia coniugando antisemitismo, ostilità alle catene commerciali, attacchi alle cooperative e chiusura all’immigrazione; rielaborò motivi del pensiero populista, con un’ideologia nazista. Nazionalismo, maschilismo, attivismo antisocialista attirarono i veterani italiani e i membri della Freikorps tedeschi, personaggi come Goring, Strasser, Hitler, Balbo, Bottai.
La marcia verso il potere
Fascisti e nazisti giunsero al potere a causa delle divisioni nelle classi dirigenti e della volontà di settori economici e sociali di uscire dalla crisi politica, che ha due aspetti principali:
- I conservatori volevano eliminare la sinistra, che controllava gran parte del Parlamento; si temeva che sinistra massimalista e partito comunista potessero guadagnare potere;
- Classe politica in crisi: i leader che si contendevano il potere cercavano di cooptare l’organizzazione fascista per riuscire a creare una maggioranza politica stabile.
All’inizio l’ideologia dei due partiti svolse un ruolo limitato, in seguito il fascismo cambiò soprattutto nel programma economico e sociale; fra ’21 e ’22 si formò la base del fascismo a livello provinciale: le camicie nere operarono lo smantellamento del potere socialista e sindacale; i ras organizzavano spedizioni punitive contro socialisti e cattolici di sinistra. Il movimento fascista aveva una precisa base sociale: dove l’organizzazione socialista era forte, lo era anche la contro rivoluzione fascista; la sua azione colpì nord e centro, fu marginale a sud e nelle isole. Nel ’21 i contadini erano il 24% e ciò indica la loro disperazione costretti a cercare protezione nelle nuove leghe fasciste dopo la distruzione delle organizzazioni socialiste.
Il fascismo attirò anche piccoli proprietari agricoli, studenti e classe media dei professionisti. Erano uniti da: nazionalismo, determinazione di schiacciare i socialisti, volontà di soppiantare l’esistente classe politica. Le emozioni delle trincee vennero proiettate nelle battaglie politiche postbelliche.
Da ex socialista, il futuro duce consente la formazione di leghe contadine fasciste su base provinciale.
I nazisti ricrearono la stessa mentalità nel nazionalsocialismo piccolo-borghese e operaio.
La partecipazione al putsch dell’8-9 novembre 1923 segnò la liquidazione del movimento originale. Quando la NSDAP riemerse nel 1925 il movimento nazista divenne un autentico partito nazionale.
La mancata risposta operaia dal 1926 al 1928 si poteva parzialmente attribuire al rifiuto da parte di Hitler di creare un movimento sindacale ufficiale nazista. Nel movimento nazista fu Strasser ad adottare una strategia di alleanze col mondo operaio.
Hitler permise la formazione di un’organizzazione contadina e di nuclei sindacali nazisti.
La decisione di escludere una forte presenza operaia organizzata ridusse il peso della componente proletaria di entrambi i movimenti e facilitò un accordo con gli industriali e gli agrari.
Prima della conquista del potere, la leadership centrale del partito dovette far fronte alla necessità di reperire fondi e ciò impose una continua pressione finanziaria sulle organizzazioni periferiche.
La scalata dei nazisti verso il potere creò l’esigenza di un apparato organizzativo più elaborato di quello necessario ai fascisti, i quali, prima di raggiungere il potere, parteciparono a una sola consultazione elettorale nel maggio del 1921.
I nazisti dovettero finanziare costose campagne elettorali a livello regionale e nazionale. Come era già accaduto in Italia, la sfida per il Partito nazionalsocialista era riuscire a compattare il blocco rurale e quello urbano-borghese.
I due partiti si dovettero inoltre scontrare con un partito cattolico di cui non avrebbero potuto spezzare il controllo sull’elettorato.
Mussolini si lavorò la destra del Partito popolare, di matrice cattolica, come Hitler fece con Franz von Papen, appartenente al Zentrum cattolico. Nell’impossibilità di attingere al serbatoio dei voti cattolici, l’uno e l’altro lavorarono sull’elettorato generalmente conservatore:
- In Italia si fece appello alla rabbia e alla paura dei moderati. I fascisti esplosero sulla scena politica come una forza combattente, strettamente legata agli interessi provinciali degli agrari e del settore commerciale ad essi collegato. Rispetto ai nazisti, i fascisti operarono in modo più rudimentale. In principio i grandi gruppi industriali considerarono il movimento fascista con sospetto. Politici come Giolitti, Orlando e Nitti erano più conosciuti nei circoli industriali. Il “Popolo d’Italia” di Mussolini aveva ricevuto denaro da industriali come i fratelli Perrone, che controllavano le acciaierie e la società di navigazione Ansaldo. Ulteriore sostegno venne dato durante le elezioni del 1921. Successivamente, i deputati fascisti formarono un nuovo gruppo di promozione economica costituito nel 1922.
- In Germania si tradusse nella conquista del ceto medio protestante. Anche se i nazisti adattarono il loro messaggio a seconda del luogo, lo legarono indissolubilmente alla visione di una “comunità di popolo”. Grandi masse di giovani furono fortemente attratte dall’enfasi di solidarietà e sia i nazisti che i comunisti trassero profitto dal voto giovanile anche se i nazisti furono l’unico partito che richiamò quella fascia generazionale dopo il 1930. Il 40% dei nuovi membri aveva meno di trent’anni e faceva sentire la propria presenza a tutti i livelli.
Entrambi i partiti fornivano una soluzione ai problemi di ordine sociale e alla difficile situazione parlamentare creatasi nei rispettivi paesi. Tutti i maggiori esponenti della classe politica esistente li volevano al governo. E questo desiderio della classe politica di far partecipare fascisti e nazisti al governo diede a Mussolini e Hitler una sorta di potere di veto.
3. L’esercizio del potere
Entrambi i partiti giunsero al potere formando coalizioni con la classe politica conservatrice e la loro situazione politica fu abbastanza simile, ma il consolidamento del potere nazista si realizzò in un periodo di tempo molto più breve.
In primo luogo, il nazionalsocialismo aveva conosciuto uno sviluppo maggiore come movimento di massa e Hitler si trovò pertanto in una posizione più forte di fronte agli alleati conservatori.
Hitler ebbe il modello italiano e quello bolscevico a cui ispirarsi per la creazione di uno stato monopartitico mentre Mussolini dovette muoversi in acque inesplorate insieme ad alleati che non erano convinti della necessità di distruggere il sistema parlamentare.
La Germania aveva ancora una struttura forte e potenzialmente pericolosa.
Sia i socialisti che i comunisti in rapida ascesa disponevano ancora in larga misura delle loro organizzazioni.
Quando i fascisti italiani raggiunsero il potere la sinistra era stata ormai sbaragliata nell’Italia rurale e le organizzazioni operaie avevano perso gran parte del loro sostegno.
Al momento della presa del potere né Mussolini né Hitler erano capi di Stato. In Italia il re rimase il suo statale per l’intera durata del regime; in Germania, il presidente Hindenburg sopravvisse fino al 1934.
I leader fascisti e nazionalsocialisti derivavano la propria autonomia di fronte agli alleati conservatori proprio dalla capacità di controllare e manovrare la base di massa.
Da entrambi i nuovi governi ci si aspettava fossero in grado di consolidare il loro controllo politico. Per Mussolini urgente quanto complicato; per Hitler, che aveva un terzo del Reichstag sotto il suo comando, stabilire una solida maggioranza era il presupposto perché l’esecutivo potesse prescindere completamente al controllo parlamentare.
Nel tenere a bada gli alleati conservatori, controllare lo scontento all’interno dei loro movimenti e consolidarne la base parlamentare, Mussolini e Hitler poterono contare su un vantaggio comune. La crisi economica, in tutti e due i paesi, aveva toccato il fondo prima che fascisti e nazisti prendessero il potere.
Il problema fondamentale fu assicurarsi di poter conservare il potere per sempre.
Il 29 ottobre 1922 Benito Mussolini divenne il più giovane Primo ministro nella storia d’Italia. Fu incaricato dal re Vittorio Emanuele III di formare un governo in seguito all’episodio della marcia prima su Napoli e poi su Roma il 29 ottobre 1922. Qui iniziò una fase di costruzione del regime autoritario che arrivò fino al 1926. Divenne Presidente del Consiglio e ottenne i ministeri degli Interni e degli Esteri.
Nel novembre del 1922 il potere di emanare decreti-leggi, concesso dal Parlamento al Governo, consentì a Mussolini di effettuare riforme economiche e amministrative e di impegnarsi in una ristrutturazione del sistema scolastico.
Sempre nello stesso anno, il duce, parlando davanti al Parlamento, ribadì la propria determinazione di restare al potere ma non rivelò quale forma avrebbe fatto assumere a tale potere.
Le mosse che indicarono che Mussolini voleva ottenere il potere assoluto, il 15 dicembre 1922, furono:
- Creazione del Gran consiglio del Fascismo in cui erano esclusi tutti i partiti non fascisti;
- Creazione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, MVSN.
Il Gran consiglio del fascismo agì come un governo parallelo da cui erano esclusi i partiti non fascisti e la Milizia rappresentò
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