Capitolo 1: consumi europei e globalizzazione del commercio tra XVII e XVIII secolo
Rapporti commerciali e nuovi prodotti
Già nel Medioevo si instaurano rapporti commerciali con le Indie orientali, in cui il ruolo di mediatore principale venne svolto dai mercati arabi.
L’espansione del commercio mondiale riversò nuovi prodotti sui mercati europei e il loro crescente consumo favorì una specializzazione delle attività produttive e una regolazione dei flussi di merci promosse dai grandi attori del capitalismo commerciale. Una quota sempre più consistente della popolazione mondiale diveniva dipendente dal commercio internazionale.
Più di un quarto delle navi andava perduta in mare, un terzo delle sopravvissute non faceva ritorno. Il declino dell’impero portoghese iniziò nel 1620, leader del commercio divenne l’Olanda: venne fondata la Compagnia olandese delle Indie Orientali, che deteneva il monopolio del commercio delle Province Unite e aveva poteri di sovranità nei territori che occupava. L’espansione militare si accordava a quella commerciale, rispondendo a precisi vincoli di bilancio. Uno dei problemi più comuni del commercio europeo con l’Asia fu la scarsità di mezzi di pagamento: si utilizzava principalmente l’argento, spingendoli entro i traffici asiatici alla ricerca di un nuovo mezzo di scambio: furono i primi occidentali e gli unici dell’epoca a commerciare con il Giappone.
America, schiavitù e piantagioni
Da fine 1400 l’America venne a cadere sotto la sovranità della Spagna. Prima tappa di approdo europeo furono le isole caraibiche, dove presto gli indigeni vennero presto sostituiti da una popolazione al 90% composta da schiavi africani. Le più grandi modifiche demografiche furono il frutto della tratta schiavistica e dello spostamento dei nativi verso il centro. L’enorme sviluppo della produzione americana non sarebbe stato possibile senza il lavoro degli schiavi: tra di essi le condizioni climatiche e i ritmi di lavoro fecero sì che le morti superassero le nascite. Le piantagioni si svilupparono soprattutto in America centrale e meridionale.
Consumi coloniali e ritualità sociale
Inizialmente la novità, la provenienza esotica e il prezzo relativamente alto attribuirono a questi prodotti un valore di status. Tuttavia, con l’andare del tempo il consumo si allargò ad ampi strati sociali perdendo il suo carattere elitario. Tè, tabacco, caffè, cacao, zucchero venivano commercializzati su larga scala, trattati industrialmente, stoccati in enormi magazzini e messi in condizione di alimentare i mercati urbani con regolarità. Il consumo di questi prodotti si accompagnò ad una specifica ritualità, che avveniva in spazi pubblici come le coffee o le tea house.
Fumare foglie di tabacco era un’abitudine diffusa nel continente americano, legata soprattutto a occasioni rituali, pratiche magiche e mediche. Tra i prodotti diffusi nell’Occidente fu uno di quelli che conobbe più rapida diffusione di massa. La sua origine pagana suscitava diffidenza da parte dei teologi, sostanza demoniaca; assieme alle patate e allo zucchero, piante non citate nella Bibbia, suscitò una profonda avversione e, addirittura, la sua messa al bando. Nonostante divieti e dissuasioni si diffuse rapidamente in tutta Europa. La sua fortuna si deve, principalmente, agli effetti psicotici: permetteva effetti controllati, compatibili con l’attività lavorativa. A basse dosi toglie anche lo stimolo della fame. Offriva anche occasioni di socialità.
Alla fine del Seicento anche francesi, olandesi e inglesi iniziarono a produrre zucchero nei Caraibi. La scoperta dello zucchero nasce poi in Asia. Quando venne introdotto in Europa era considerato una spezia, come il pepe, e veniva usato come condimento. Fu con la diminuzione del prezzo e l’incremento del consumo che divenne via via un dolcificante.
Il tè godeva di una lunga tradizione di consumo in Asia e venne incontrato dagli europei già nel Cinquecento. Si diffonde in Inghilterra tra la nobiltà, solo successivamente tra la borghesia divenne segno di un processo di civilizzazione. Nel Settecento divenne bene di consumo di massa, ma solo in Inghilterra anche grazie ad un’importante campagna pubblicitaria della EIC. Negli altri paesi rimase un consumo un po’ snob.
Supremazia inglese e apertura della Cina
Nel corso del Settecento l’Inghilterra riuscì ad affermare la propria supremazia nel commercio mondiale, ma se in America riuscì senza grosse difficoltà a resistere contro i nativi e le altre potenze europee, in Asia non fu così.
Alla metà del Settecento Pechino era la più grande città del mondo. Quando nel Seicento e nel Settecento l’importanza della seta nel commercio venne meno, i cinesi iniziarono ad esportare tessuti di cotone e porcellane. Il gusto per l’Oriente veniva letteralmente inventato dagli importatori europei, e i cinesi ben si adattarono alle richieste degli europei per questioni di lucro. Essi, però, non tollerarono mai fortificazioni europee nel loro territorio e venne impedito il commercio con gli stranieri dai porti della Cina. La situazione cambia quando venne trovata la merce per sostituire l’argento: l’oppio. La tale diffusione in Cina dell’oppio, l’importanza che aveva per i commerci inglesi, e i tentativi di protezionismo cinesi, portarono i due paesi a due guerre, appunto, le guerre dell’oppio, entrambe vinte dalla GB. Così, la Gran Bretagna era riuscita ad imporre l’apertura della Cina ai mercati globali.
Capitolo 2: lusso, moda e ordine sociale tra XVIII e XIX secolo
Società di corte e consumo vistoso
Secondo la tesi del sociologo Elias, il rapporto tra competizione sociale e consumi risponde ad una duplice tensione, perché l’identità sociale dei membri della società di corte si radica in una struttura di consumi a diretta funzione del rango cui appartengono; ma i consumi sono anche dinamici, consentono di modificare la propria posizione sociale relativa. I consumi non sono in funzione delle entrate, ma viceversa nella società di corte si consuma in ragione al proprio rango, si cerca poi di adeguare le proprie entrate. L’indebitamento finanziario era comunque un problema minore del danno al capitale simbolico che avrebbe provocato la rinuncia allo standard di consumi richiesto dal rango.
È solo nella corte che l’aristocrazia può trovare la sua legittimazione sociale, di conseguenza l’etichetta, i cerimoniali e le apparenze divengono gli strumenti per la regolazione dei rapporti sociali. Uscire dalla corte avrebbe significato rovina sociale e personale: solo al suo interno si era qualcuno.
Già nel corso del Settecento si assiste ad un passaggio della cultura del consumo vistoso dalla corte alla città. La polemica contro il lusso che dirompe in quel momento segnala il potenziale di sovversione sociale implicito nell’estensione dei consumi tradizionalmente destinati soltanto alle élite aristocratiche. In queste critiche confluisce anche il decadimento della dottrina cattolica precedente: secondo essa, l’accumulo della ricchezza è valido solo in ottica di carità, e i diversi modi di vestire e apparire erano solo espressione statica delle differenze sociali.
Dibattito sul lusso e nascita della moda
Il dibattito sul lusso alla sua conclusione lascia due correnti di pensiero: i moralisti sociali, che continuano nella loro critica del lusso, basandosi su di un ideale di disuguaglianza sociale; e l’opinione diffusa da Voltaire, che difende la mondanità. Egli vede nel piacere dei sensi e nelle arti un fine esistenziale in sé, e nel lusso e nella raffinatezza un’opportunità per dissolvere il rigido ordinamento sociale pre-esistente.
La moda che emerge dallo scardinamento del regime di distinzione di classe dell’antico regime inaugura una dimensione del consumo che diventa fonte autonoma di costituzione della realtà sociale, svincolata dalle complesse relazioni di politica, etica ed estetica proprie della dinamica dell’apparire. A seguito della Rivoluzione francese, l’unico vincolo alla libertà di vestirsi era legato all’appartenenza di genere.
Tra fine ‘700 e inizio ‘800 cambia il significato sociale dell’apparire, dal lusso vistoso si passa alla sobrietà e alla funzionalità dell’abito, vengono meno i colori sgargianti sostituiti dal bianco e nero. Si prestava ora molta attenzione all’individualità dello spirito e del corpo, l’abito inizia ad essere visto come semplice via d’accesso alle profondità dell’individuo, e non più come sua definizione esteriore.
Eleganza, abito femminile e abito maschile
La nuova eleganza non andava confusa con il lusso: non basata sulla semplice possibilità economica, ma su un certo savoir faire secondo cui vivere in accordo con le virtù dell’eleganza, all’insegna della misura, semplicità e nobiltà d’animo. Non si può, però, dire che l’abito femminile dell’Ottocento sia cambiato nella sostanza. La moda femminile funge ora da indiretta dimostrazione del successo economico del marito. Si afferma qui definitivamente la figura dello stilista, la distinzione tra originale e copia. Per gli uomini si impone l’abito scuro, ma l’eleganza poteva essere mostrata attraverso le stoffe, accessori, cappello, guanti e bastone. Le donne sono ora il veicolo per la dimostrazione di lusso e di sfarzo, come delle vetrine di rappresentanza dello status della famiglia.
L’infrastruttura dell’usato ha permesso alle mode di Londra di raggiungere anche ambienti sociali che non disponessero delle possibilità economiche dei leader del costume, ma è comunque un fenomeno limitato alla classe media.
Cotone, industria e mercato globale
La diffusione del cotone permise poi di acquisire un’elegante parvenza a un costo relativamente più basso dei tessuti usati in precedenza, raggiungendo il suo culmine alla fine del Settecento grazie alla meccanizzazione del processo con macchine a vapore. Il successo del cotone era dato dalla sua duttilità, poteva essere leggero o pesante, caldo o freddo. Nel Settecento si impose come tessuto in Inghilterra. La caduta del prezzo permise, a chi possibile, un rinnovamento del guardaroba prima impensabile.
L’espansione dell’industria del cotone inglese raggiunge il suo apice tra la fine delle guerre napoleoniche e la metà del secolo. Tuttavia, non avendo cotone proprio lo importavano principalmente dalle Americhe, dove è proprio il cotone a trainare le esportazioni per tutta la prima metà dell’800. Ciò comportò anche che l’espansione verso ovest si tramutò presto brutale rimozione o deportazione dei nativi, nel momento in cui il commercio inglese rese particolarmente vantaggiosa la monocultura del cotone, resa florida dal lavoro schiavile a costo zero.
Nella seconda metà del XVII secolo i calicò indiani invasero l’Inghilterra diventando il principale prodotto di importazione, infliggendo gravi danni potenziali al mercato interno. Per far fronte a ciò, venne approvata una legge che bandiva quasi interamente i prodotti indiani dall’Inghilterra con l’effetto di dare forte impulso alla produzione nazionale.
Capitolo 3: culture del consumo nelle classi medie
Province Unite olandesi e prosperità economica
Nell’Europa del Seicento l’area economicamente più avanzata era quella delle Province Unite Olandesi, che dominarono il commercio mondiale fino al 1700.
L’assenza di un gravoso passato feudale garantiva un’ampia libertà personale; la nobiltà e il clero svolgevano un ruolo limitato come proprietari terrieri e nelle campagne liberate dalle acque era sorta una classe contadina libera. L’Olanda era anche meta privilegiata degli immigrati, che vi portavano risorse materiali e conoscenze e la Borsa di Amsterdam attirava, poi, capitali da tutta l’Europa, rendendo disponibili ampie risorse liquide.
La sua prima fase di espansione si concentrò sull’Europa, i
-
Riassunto esame Storia contemporanea, Prof. Capuzzo Paolo, libro consigliato L'impero Irresistibile, Vittoria De Gr…
-
Riassunto esame Storia dell'Industria e dell'Impresa, prof. Rosolino, libro consigliato Culture del Consumo di Capu…
-
Riassunto esame world history, prof. Capuzzo, libro consigliato World history, Meriggi, Di Fiore
-
Riassunto esame storia sociale, prof. Capuzzo, libro consigliato La storia culturale, Burke