Storia moderna
Capitolo 1 – L’eclissi della modernità
L’inizio della storia moderna viene ricondotto al 1492, anno della scoperta dell’America, ma possiamo dire che si tratta di una scelta arbitraria e convenzionale, poiché il punto di partenza deve essere ricondotto ad uno spazio di tempo compreso tra la metà del 400 e i primi decenni del 500. Per quanto riguarda la fine della storia moderna e l’inizio dell’età contemporanea, può essere collocato tra la seconda metà del 700 e i primi decenni dell’800, quando con l’inizio della rivoluzione industriale in Inghilterra e la caduta dell’antico regime per opera della rivoluzione francese, modificarono profondamente la realtà economica, politica, sociale e culturale dell’Europa occidentale.
A partire dal XV secolo, gli umanisti manifestarono la convinzione che stesse nascendo una nuova età, nella quale sarebbero ritornati attuali i grandi modelli dell’antichità greco-romana, dopo un periodo intermedio (media aetas) che ne aveva trascurato i valori fondamentali. Infatti, le invasioni barbariche e la caduta dell’impero romano avevano interrotto il progresso dell’umanità facendola così cadere in un’età tenebre; proprio da qui nasce il concetto di Medioevo e si delinea la divisione tra storia antica, medievale e moderna.
Tra la fine del seicento e gli inizi del settecento veniva a maturazione anche la critica storica della tradizione biblica che poneva le basi per una definitiva separazione tra la storia sacra e la storia profana. Per storia sacra si intende una storia dettata dalla rivelazione e fondata quindi su una base teologica; per storia profana si intende una storia il cui processo era determinato esclusivamente dall’opera dell’uomo.
La periodizzazione dell’età moderna si afferma definitivamente nell’800 grazie a Burckhardt, il quale elaborò il concetto di rinascimento come alba della civiltà moderna. Il concetto di età moderna era l’espressione di un punto di vista laico, anticattolico, incentrato sull’affermazione dell’individuo, il quale da quel momento in poi era in grado di costruirsi il proprio destino e aveva finalmente conquistato la propria libertà di pensiero. La borghesia invece trovava le proprie radici tra il quattrocento e il cinquecento, con la nascita delle grandi monarchie, che avevano avviato il processo di formazione degli Stati nazionali protagonisti della realtà politica ottocentesca.
Anche il punto di arrivo dell’età moderna è stato oggetto, negli ultimi decenni, di interpretazioni revisionistiche storiografiche. Per quanto riguarda la Rivoluzione Francese, si è negato che essa abbia rappresentato la fine del sistema feudale e aperto la strada alla società borghese. In relazione alla Rivoluzione industriale invece, si è osservato che essa si estese agli altri paesi dell’Europa occidentale con estremo ritardo, e che nella stessa Inghilterra fece sentire i suoi effetti dopo diverso tempo, senza provocare una trasformazione repentina e radicale.
Non c’è dubbio però che la struttura economica-sociale dell’Inghilterra abbia conosciuto a partire dalla metà del settecento dei mutamenti irreversibili; da allora infatti ebbe inizio questa differenza tra paesi industrializzati e il resto del mondo. La periodizzazione dell’età moderna è apparsa sempre più inadeguata quando l’interesse della storiografia si è spostato dalle élite culturali e politiche, verso lo studio della società e dei comportamenti individuali, aprendosi alle altre scienze umane come la sociologia e l’antropologia.
Si è affermata così una categoria di lunga durata, che ha focalizzato l’attenzione dello storico su fenomeni come la vita quotidiana, l’alimentazione, la sessualità, la famiglia, che conoscono un’evoluzione lentissima. Un altro dei motivi che hanno indotto molti studiosi a proporre un superamento del concetto di età moderna è la sua prospettiva eurocentrica, sentita come insufficiente rispetto alla sensibilità del mondo globalizzato.
Inoltre, appare superato il pregiudizio che ha indotto le storiografie occidentali a considerare i popoli dell’Africa e dell’Asia privi di storia e degni di essere presi in considerazione solo quando sono entrati nell’orbita dell’espansione europea. Questo ampliamento dell’orizzonte storiografico è la conseguenza della crisi del concetto stesso di modernizzazione, per il quale il modello economico, sociale, politico-istituzionale e culturale del mondo occidentale sarebbe dovuto essere stato adottato dai paesi in “via di sviluppo”.
Oggi questa prospettiva viene rifiutata da coloro che non intendono essere omologati alla civiltà dell’Occidente. In questa situazione si è fatta strada la sensazione di vivere la fine di un’epoca e di essere entrati in una fase di transizione verso un futuro che appare ancora indecifrabile. Si è parlato, inoltre, di società postindustriale, caratterizzata dalla riduzione del numero degli impiegati nell’industria manifatturiera e dalla diffusione delle tecnologie informatiche e dei mezzi di comunicazione di massa.
Poi si è affermata la categoria della postmodernità, definita come coscienza critica della stessa società postindustriale. Possiamo quindi dire, che nella teorizzazione del postmodernismo, il “post” non ha un significato logico e cronologico e dunque non si dice postmoderno perché viene dopo il moderno o perché lo supera; nel post moderno cade definitivamente il concetto di progresso che ha rappresentato il fondamento dell’idea di profondità.
Capitolo 2 – La popolazione
I primi studi dei fenomeni relativi alla popolazione furono compiuti nel XVII secolo dalla scuola inglese dell’aritmetica politica. Questi studi però, iniziarono a distinguersi come un campo autonomo di ricerca solo nel secolo seguente, quando assunse il nome di demografia, termine introdotto per la prima volta nel 1855. Nella seconda metà del Settecento si realizzarono anche le condizioni per un cambiamento nella disponibilità di fonti per lo studio della popolazione.
La svolta si determinò durante la Rivoluzione Francese quando l’assemblea nazionale costituente fece registrare per mezzo di pubblici ufficiali le nascite, i matrimoni e le morti di tutti gli abitanti, senza distinzione, principio che istituì lo stato civile. Questa novità si estese poi in tutti i paesi occupati dalle armate rivoluzionarie e napoleoniche. Nei primi anni dell’ottocento poi, tutti gli stati europei organizzarono degli appositi uffici incaricati di raccogliere le principali informazioni relative alla popolazione e all’economia: si ebbero così i primi censimenti nominativi dell’intera popolazione. In Italia i censimenti partirono subito dopo l’unificazione nel 1861 e proseguirono con cadenza decennale.
Il primo compito della demografia storica è ricostruire lo stato della popolazione, ma altrettanto importante è lo studio dell’andamento demografico, cioè l’analisi dell’evoluzione della popolazione in un dato periodo. A tal fine è importante il calcolo dell’indice di natalità, di mortalità e di matrimonio, che forniscono una serie di dati preziosi per l’analisi delle società. Per le epoche più antiche, data la mancanza di dati, si può pervenire solo ad una stima.
I principali fattori dell’alto tasso di mortalità erano le epidemie, le guerre e la carestia, collegati spesso fra di loro. Tra le malattie più diffuse vi erano la lebbra, la sifilide, il tifo, il vaiolo e il colera, ma nessuna di queste ebbe un impatto paragonabile a quello devastante della peste. La forma più diffusa fu la peste bubbonica, la quale si trasmetteva per via cutanea e si presentava con la febbre alta e la formazione di uno o più bubboni. La mortalità era di circa il 70%.
La storia demografica dell’Europa moderna è condizionata dalla peste nera che colpì l’intero continente provocando la morte di circa 25 milioni di individui. La peste giunse in Europa a causa dei Tatari, i quali lanciarono all’interno delle mura della colonia genovese del Caffa sul mar nero, alcuni corpi appestati; poi i marinai genovesi portarono il bilancio nei porti della Sicilia e da lì si diffuse.
Gli effetti della guerra sull’andamento demografico furono soprattutto indiretti: saccheggi e violenze contro i civili, sfruttamento e distruzione delle risorse, con conseguente carestia e diffusione di malattie. Per quanto riguarda la carestia, essa si presentò durante tutto il corso dell’età moderna e la causa principale era l’eccessiva dipendenza dal consumo dei cereali. Nell’età moderna diminuì drasticamente fino a scomparire quasi del tutto dalle mense dei contadini, il consumo di carne, il pane faceva da padrone accompagnato da legumi e ortaggi, uova e latticini, con l’aggiunta di vino o birra.
Nel settecento, si cercò di variare questa alimentazione, introducendo la patata venuta dall’America, che dava rese molto più alte rispetto al frumento, oppure il mais, anch’esso di origine americana e in grado di garantire rendimenti elevati, o il riso, ma la mentalità contadina oppose forti resistenze a queste novità. La patata si diffuse in Germania, in Polonia e in Irlanda, il mais fece progressi soprattutto in Spagna e nell’Italia settentrionale, dove sarebbe diventato l’alimento base della maggior parte della popolazione.
Inoltre, quando le condizioni atmosferiche erano sfavorevoli, provocavano uno o più raccolti cattivi e di conseguenza si innescava la crisi: i contadini, una volta esaurite le scorte, andavano incontro ad una grave carenza di alimenti mentre l’aumento di prezzo dei cereali, colpiva anche i consumi delle classi lavoratrici della città, le cui difficoltà avevano un contraccolpo negativo su tutta l’economia. L’incidenza delle carestie sulla mortalità si potrebbe spiegare come la malnutrizione favoriva il diffondersi delle epidemie. La mortalità infantile aveva un’incidenza altissima, infatti quasi un quarto dei nati non raggiungeva il primo anno di vita e un altro quarto moriva entro il quinto anno di vita.
L’urbanizzazione è un processo di concentrazione della popolazione, che può avvenire attraverso la crescita delle città esistenti o tramite la formazione di nuovi centri di aggregazione. Per l’Europa occidentale nell’età moderna si può definire città un agglomerato di più di cinquemila individui, ma in zone a bassa densità abitativa e a bassa urbanizzazione (Europa orientale) bisogna considerare anche i villaggi che hanno più di duemila abitanti.
In un contesto urbano è maggiore il numero di individui non sposati, sia nei paesi cattolici, sia per la presenza di immigrazione di donne impiegate come domestiche nelle case delle classi agiate. Va segnalato inoltre, che la mortalità era mediamente più elevata in città che in campagna a causa della scarsa disponibilità di acqua che favoriva la diffusione di malattie e di epidemie. Si può parlare quindi di un processo di urbanizzazione se la popolazione che vive in città, cresce non solo in termini assoluti, ma soprattutto in relazione al complesso della popolazione.
Una forte crescita degli spazi urbani si ebbe nell’XI-XIII secolo nell’Europa occidentale, ma questo sviluppo rallentò notevolmente con la peste a metà del trecento. Particolarmente intenso era anche lo sviluppo degli spazi urbani nella penisola italiana: nel 1500 su 23 città che superavano 50.000 abitanti, nove erano italiane (Napoli, Milano, Venezia, Genova, Firenze, Palermo, Roma, Bologna e Verona). L’altro fenomeno caratteristico dell’età moderna fu la comparsa di grandi città capitali come Madrid, Vienna, Berlino e San Pietroburgo. Era questa la conseguenza della formazione di uno stato strutturalmente diverso rispetto a quella medievale.
Capitolo 5 – La società degli ordini: la gerarchia sociale
Nella società di antico regime, il posto di ciascun individuo era stabilito fin dalla nascita in una scala gerarchica considerata per sua natura perfetta, in quanto riconducibile alla volontà divina. Ciascun individuo si inseriva nella comunità e partecipava alla sua vita in quanto parte di un gruppo al quale apparteneva e dal quale dipendeva il suo status, ovvero la sua condizione giuridica particolare. Fino al 1789 la società era suddivisa in tre ordini:
- Oratores: Gli coloro che pregano, cioè il clero;
- Bellatores: I coloro che combattevano, cioè la nobiltà;
- Laboratores: I coloro che non erano né nobili né ecclesiastici e che lavoravano per produrre beni necessari alla sussistenza di tutti.
La divisione dei tre ordini rappresentava per i contemporanei uno schema vuoto di contenuto, in quanto non corrispondeva alla realtà dell’Europa occidentale, dove già nel basso medioevo si era formata una élite di mercanti, imprenditori, finanzieri proprietari terrieri non nobili, che prese il nome di borghesia.
Il primo ordine nei paesi cattolici era il clero, che comprendeva tutti gli ecclesiastici secolari e regolari. La chiesa deteneva una quota molto importante della proprietà fondiaria e i beni che possedevano erano esenti dalle imposte. Inoltre, riscuoteva annualmente la decima, ovvero la decima parte del raccolto, per il mantenimento del clero, degli edifici di culto e dei poveri.
Per quanto riguarda l’ordine nobiliare, e quindi la nobiltà, possiamo dire che non è semplice stabilire quando si affermò. Sicuramente in età carolingia fu molto importante l’emergere della classe feudale votata al servizio militare e si consolidò in tal modo l’idea di una categoria di persone che trovavano nella guerra la propria vocazione e la giustificazione della propria superiorità rispetto agli altri membri del corpo sociale.
A questa aristocrazia di guerrieri si aggiunsero in seguito anche i titolari della signoria rurale, che esercitavano, su quanti risiedevano nel territorio, poteri che riguardavano il mantenimento dell’ordine e l’amministrazione della giustizia. Si delinearono fin da subito precise norme di successione ereditaria per rafforzare la superiorità di questo gruppo, come ad esempio la trasmissione del nome, del patrimonio e del prestigio del casato.
Un ruolo decisivo nella formazione del costume e della mentalità nobiliare ebbe la cultura cavalleresca, che impose modelli della virtù, dell’onore e della difesa della fede come tratti tipici del cavaliere cristiano. Su queste basi nacquero i grandi ordini religioso-militari per la difesa dei luoghi santi in Palestina e per la lotta contro gli infedeli. La proprietà della terra era nell’antico regime la fonte principale di ricchezza; dalle proprietà fondiarie i nobili ricavavano, oltre i prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento, anche i canoni in natura o in denaro per i fondi dati in affitto e i diritti signorili.
All’interno della nobiltà vi erano poi delle regole da seguire, ad esempio i nobili non potevano praticare le arti meccaniche o svolgere lavori manuali in quanto comportavano la perdita temporanea dello status. Inoltre, molto importante per il consolidamento dell’ordine nobiliare fu l’affermarsi di regole molto rigide per impedire la divisione e la dispersione del patrimonio familiare.
A tal riguardo si deve ricordare l’istituto del fedecommesso, grazie al quale colui che faceva testamento impegnava l’erede alla trasmissione del patrimonio familiare, oppure l’istituto del maggiorascato che restringeva la trasmissione del patrimonio ad un solo figlio, il primogenito.
Al rango della nobiltà erano inoltre legati diversi privilegi:
- Onorifici: come il diritto di portare la spada;
- Giudiziari: ad esempio il diritto di essere giudicati da tribunali composti da propri pari e di non essere sottoposti alle stesse pene dei plebei;
- Fiscali: come l’esenzione totale o parziale del pagamento delle imposte.
Vi erano due strade per diventare nobili:
- La prima era offerta dalla pratica della venalità delle cariche, in sostanza tutti coloro che disponevano di un cospicuo patrimonio potevano acquistare alcune cariche finanziarie o giudiziarie che conferivano una nobiltà trasmissibile agli eredi;
- La seconda invece era tramite l’acquisto di un feudo, in tal caso occorreva abbandonare ogni attività che richiamasse le attività mercantili precedenti, iniziare a vivere nobilmente e acquistare o costruire un palazzo degno del nuovo rango.
Lo sviluppo delle città determinò la progressiva affermazione di un altro tipo di ceto aristocratico, di origine urbana non legato alla funzione militare, ovvero il patriziato. I patriziati sono ristretti gruppi di famiglie di grandi mercanti e banchieri che si riservavano il monopolio delle principali cariche, trovando in questa funzione la radice di una distinzione di status rispetto alla restante popolazione cittadina. Le famiglie più ricche e potenti dei patriziati, manifestarono la tendenza ad imitare gli stili e i modelli di vita della nobiltà di spada.
Per tanti secoli, la città rimase una struttura frammentata in ceti, corpi, comunità e corporazioni, le quali giocavano un ruolo fondamentale. Possiamo citare infatti le corporazioni dei compagnonnages, una società di mutuo soccorso, che seppur vietata dalle autorità, garantiva una rete di solidarietà clandestina che si estendeva a più città. L’insieme di ceti, corpi e comunità, trovava un elemento di coesione nell’esigenza di controllare il territorio per garantire sia la difesa.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Metodologia della ricerca storica, Prof. Alonzi Luigi, libro consigliato Nel tempo e nello spazio. …
-
Riassunto esame Storia moderna, Prof. Levati Stefano, libro consigliato Storia moderna, Vittorio Criscuolo
-
Riassunto esame Storia moderna, Prof. Lo Basso Luca, libro consigliato Storia moderna, Vittorio Criscuolo
-
Riassunto esame Storia moderna, Prof. Lo Basso Luca, libro consigliato Storia moderna, Vittorio Criscuolo