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Capitolo 1: Kant e la dialettica trascendentale

Kant nella Dialettica trascendentale affronta l’antinomia che riguarda la nozione di libertà: “tutto ciò che è intuito nello spazio e nel tempo, cioè tutti gli oggetti di un’esperienza per noi possibile, sono fenomeni”. Il fenomeno è una semplice rappresentazione che non ha alcuna esistenza fondata in sé, fuori dal nostro pensiero. Egli sostiene che la ragione teoretica, cioè conoscitiva, non può spingersi aldilà del mondo dei fenomeni. La nostra conoscenza non può andare oltre questi limiti. L’ordine delle leggi causali della natura riguarda solo i fenomeni, non le cose in sé: questa duplicità di piani rende possibile pensare alla libertà come compatibile con la causalità naturale.

La possibilità della libertà

Kant si chiede: è possibile la libertà in un mondo dominato dal principio di causalità? Poiché la ragione teoretica non è in grado di procedere oltre al mondo dei fenomeni (che è governato dalla causalità), è necessario assumere un nuovo punto di vista, cioè quello della ragione pratica. E tutto ciò che è possibile mediante la pratica è la libertà. L’uomo ha possibilità di libertà? In quanto essere razionale, partecipa al mondo intellegibile, non soggetto alla legge di causalità e quindi ha la possibilità della libertà. Infatti, all’interno del mondo causale ciò che è limitato non è la libertà, ma l’azione.

Libertà e moralità

Kant definisce la libertà come “condizione ontologica della moralità” (ratio essendi) e la moralità come ratio cognoscendi della libertà. Egli distingue la pragmatica dalla pratica: ritiene che la pragmatica non abbia a che fare con la moralità, ma solo con le regole pratico-tecniche (che riguardano l’uso dei mezzi per raggiungere un fine), come ad esempio la felicità.

Kant assume una posizione anti-eudemonistica: ritiene che la ragione non sia un buon mezzo per perseguire la felicità. Secondo lui, poiché il carattere della felicità è soggettivo, l’agire che si fonda su essa è motivo di conflitto. Inoltre, ritiene che il principio pratico su cui si debba fondare un’etica sia di tipo formale: rifiuta l’idea che il principio dell’etica possa essere empirico e divide il piano dei fatti da quello dei valori. I fatti non possono avere un valore prescrittivo, perché questo significherebbe l’impossibilità di un miglioramento.

Il comando morale

L’agire pratico deve prendere le mosse dalla razionalità. Il comando morale infatti arriva alla coscienza come un fatto razionale puro. Grazie ad esso, il soggetto arriva alla consapevolezza della propria libertà, dal momento che può scegliere se seguire il comando morale o meno. Il comando morale è ciò che Kant intende per legge pratica (condizione ritenuta oggettiva da ogni essere razionale). Contrappone la legge pratica alle massime, che sono valide a livello soggettivo.

Imperativi ipotetici e categorici

Quando la volontà dell’uomo non è in se stessa pienamente conforme alla legge, il comando morale si dà all’uomo come costrizione. Il principio oggettivo che è costrittivo per la volontà prende il nome di comando, e la formulazione del comando si chiama imperativo. Gli imperativi che prescrivono un’azione in vista di un fine sono detti ipotetici. Il comando morale, cioè categorico, comanda l’azione per se stessa. La volontà divina è quella che corrisponde ai comandi dell’imperativo categorico.

L’imperativo categorico ha a che fare con l’intenzione (fase preliminare all’azione), detta anche disposizione d’animo (gesinnung). L’intenzione è ciò che conta per un giudizio morale, a prescindere dalle conseguenze. Nella Critica della ragion pratica, Kant enuncia la prima formulazione dell’imperativo categorico: “Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di una legislazione universale”. Da questa formulazione si evincono i divieti, cioè le azioni che violano la legge, ma anche gli obblighi, cioè le azioni contrarie a quelle vietate.

La metafisica dei costumi

Nella Metafisica dei costumi, Kant esprime l’idea dell’umanità come fine in sé: nessun essere umano deve essere considerato come mero strumento, ognuno deve essere nella condizione di poter determinare i propri fini. Ognuno ha il diritto di cercare la propria felicità. Tra i doveri imperfetti egli enuncia il perfezionamento di sé e la promozione della felicità altrui. Sono detti dover imperfetti perché non contengono un’indicazione determinata su come e quando debbano essere adempiuti.

Il comportamento morale è tale se e solo se si percepisce come una necessità di obbedienza alla legge morale (non è tale se le azioni vengono compiute per bontà d’animo, perché dipenderebbe dalla situazione e umore, né per pura ottemperanza alla legge, perché l’agire legale viene distinto da quello morale). Per fare in modo che l’essere umano sia spinto a scegliere di rispettare l’imperativo, la motivazione deve evidentemente premere sulla sfera della sensibilità. L’unico sentimento che è in grado di essere morale, per Kant, è il rispetto. Quest’ultimo da un lato tocca la nostra sensibilità e dall’altro deriva dal riconoscimento razionale della maestà della legge.

Assumere motivazioni contrarie porta all’agire male: il male deriva quindi necessariamente dalla libertà e non ha nulla a che fare con la natura. Anche se Kant sostiene una posizione anti-eudemonistica, riconosce che la ricerca della felicità sia un elemento ineliminabile nell’esistenza umana. L’equazione virtù → raggiungimento della felicità, però, non è vera. L’uomo virtuoso non raggiunge per forza la felicità. Questo provoca frustrazione in chi agisce in modo morale.

Se il sommo bene fosse possibile allora la frustrazione sarebbe eliminabile. Si crea un’antinomia, che oppone la necessità di pensare il sommo bene come possibile, all’impossibilità di pensarlo realizzabile. Per risolvere questa antinomia Kant postula l’immortalità dell’anima (possibilità di miglioramento anche dopo la morte) e l’esistenza di Dio. Per Kant, la responsabilità morale è relativa all’intenzione e non alle conseguenze dell’azione. Non si può mai essere certi della moralità delle azioni altrui, ma nemmeno delle proprie.

Capitolo 2: I limiti della moralità

Atteggiamento critico verso la centralità della dimensione morale e verso la sua possibilità di fondarsi su se stessa, quando si intenda questa dimensione come una dimensione individuale concentrata sulle norme che debbano regolare la condotta. La dimensione morale è importantissima ma rimane schiacciata tra la teoria e la dottrina del diritto e poi tende a risolversi in esiti religiosi.

Prospettive filosofiche

  • Fichte: Sempre in una prospettiva idealistica, Fichte ha sempre sottolineato il limite della prospettiva morale, del “punto di vista morale”, e la necessità di vedere le azioni umane nell’ambito della società, dello Stato e della storia.
  • Prospettiva naturalistica: Mette in primo piano la spiegazione e, in un certo senso, la fondazione scientifica del fenomeno morale come fondato sulla natura dell’uomo e in particolare sulla prospettiva della sua evoluzione.
  • Marx: La dimensione morale è considerata una prospettiva ristretta e limitata nella sua intera riflessione e nella sua concezione della società e della storia.

Etica e idealismo

Fichte

Incontro con la filosofia kantiana: esperienza decisiva → stimolo a fare del concetto di libertà l’elemento centrale della propria filosofia. Fichte dichiara esplicitamente che il suo sistema filosofico è da considerarsi come un’analisi ininterrotta del concetto di libertà. Fichte è contrario alla tesi di partenza dell’etica di Kant (che la ragione pura possa essere per se stessa pratica).

Per Fichte, l’etica possiede una centralità assiologia (una sorta di radicalizzazione del primato kantiano della ragion pratica). La traduzione di Fichte di questo primato consiste sia nell’utilizzazione in chiave speculativa delle categorie morali di Kant, sia nel costante riferirsi alle questioni della vita morale come a quelle che costituiscono il valore ultimo al quale orientarsi.

L’attuazione di tale progetto però ha come risultato la difficoltà dell’etica di mantenere una propria autonoma specificità rispetto alla dottrina della scienza come teoria della conoscenza finita e alla dottrina del diritto come teoria dell’agire razionale intersoggettivo. I limiti della moralità come era intesa da Kant vengono spesso sottolineati da Fichte → la rettifica dell’etica kantiana si esprime attraverso:

  • Rapporto moralità-natura
  • Rapporto moralità-società
  • Rapporto moralità-religione

La natura svolge un ruolo importante nella prima etica di Fichte ed è uno dei punti principali della sua critica a Kant. “Se si guarda solo la facoltà superiori di desiderare abbiamo solo una metafisica dei costumi, che è formale e vuota. Solo unificando sinteticamente questa facoltà con quella inferiore abbiamo un’etica, che deve essere reale.” Formalità e vuotezza sembrano dipendere proprio dalla scarsa attenzione che Kant ha prestato alla dimensione sensibile dell’uomo: un’etica reale deve invece guardare all’uomo nel suo complesso.

Una volta formulato il principio della moralità, il problema di Fichte è proprio quello della sua realtà e applicabilità → di come il soggetto razionale possa essere principio causante reale nel mondo, principio libro che operi e la cui libertà non si esaurisca nella semplice azione interna dell’autodeterminazione. Una volta elaborata una teoria applicabile, si potrà passare all’etica vera e propria che costituisce la terza parte dell’opera, dove troviamo una teoria della società e dei doveri concreti che in essa sorgono.

Soggetto morale fichtiano = soggetto in cui si combinano elementi razionali e elementi impulsivi e sensibili. I soggetti morali fichtiani sono soggetti determinati e individuali, ciascuno dei quali ha una propria specifica destinazione che viene determinata sua volta dalla costituzione naturale e dalla collocazione sociale.

La formulazione dell’imperativo categorico si poggia proprio su questa dimensione individuale: “agisci in modo da poter pensare la tua massima come legge eterna per te”; “adempi ogni volta la tua destinazione”. La concretezza dell’individualità rimarrà un tema costante, ma verrà meno il peso che inizialmente era esercitato dalla natura: mentre inizialmente la natura è il principium individuationis, più tardi questa è piuttosto fonte di indifferenziazione, e sono gli elementi non sensibili quelli che fondano l’esistenza dei soggetti individuali come tali.

Già nel 1800 tutta l’attenzione dedicata alla fusione tra razionalità attiva e sistema degli impulsi scompare e la causalità per libertà si configura come una duplice causalità: sensibile e intelligibile, la cui armonia è affidata al piano della provvidenza. Fichte, oltre ad accusare la morale kantiana di essere astratta e formale, l’accusa anche di non riuscire a cogliere la rilevanza centrale della vita intersoggettiva. Per Fichte, l’autocoscienza del soggetto in quanto consapevole della propria libertà è condizionata dalla relazione con un altro soggetto altrettanto libero: l’uomo diventa uomo solo tra gli uomini.

Si può vedere nella teoria di Fichte una prima teorizzazione della categoria dell’eticità (con quest’ultima si intende il rilevamento dei limiti della moralità individuale e la considerazione unitaria della vita collettiva). Il diritto ha una fondazione autonoma che non deve dipendere dalla moralità, ma la teoria etica giustifica al proprio interno anche le strutture giuridiche dando luogo ad una teoria etica della società che può essere considerata una teoria dell’eticità. La teoria dei doveri di Fichte è fondata sull’articolazione sociale come tessuto oggettivo in cui i soggetti assumono ruolo e funzione a seconda della loro determinazione sociale.

Elemento centrale della vita sociale è costituito dalla comunicazione: gli altri soggetti razionali sono i concreti soggetti determinati con i quali il soggetto interagisce in un processo di costante educazione reciproca. La comunicazione diventa uno degli elementi principali del progresso materiale e morale, anche se nella sua concreta applicazione essa si rivela una comunicazione a senso unico, cioè dei dotti verso il popolo. Natura e società svolgono un peso rilevante nell’etica di Fichte; ma soprattutto da un certo momento in poi diventa rilevante l’elemento della religione. Si spostano anche le coordinate del pensiero fichtiano: dalla centralità del soggetto all’essere e alle sue manifestazioni. La religione assume il ruolo che precedentemente veniva svolto dalla concretezza sensibile e dalla vita sociale.

Hegel

Confronto con la filosofia pratica e dottrine della moralità individuale è critico. L’argomentazione hegeliana è prevalentemente una riflessione sulla morale, più che una proposta normativa. Hegel contrappone il termine eticità a quello di moralità → la relazione tra i due termini deve essere considerata per la comprensione della sua filosofia pratica. La figura della moralità individuale costituisce un aspetto ineliminabile per Hegel, non solo in senso negativo del principio moderno della soggettività. Essa costituisce insieme con il carattere economico dell’uomo moderno una conquista irrinunciabile e l’espressione più compiuta di quel principio.

Nella dialettica di Hegel, il termine finale toglie i precedenti, ma al tempo stesso li conserva. Lo spirito oggettivo e il suo culmine, cioè l’eticità, non costituiscono a loro volta il culmine del cammino dello spirito, che è dato invece dallo spirito assoluto, dove hanno sede sistematica l’arte, la religione e la filosofia. Nel saggio dedicato al diritto naturale moderno, Hegel tematizza la distinzione tra moralità ed eticità. La premessa di tutta l’argomentazione è l’individuazione nella comunità greca, nella Polis, modello di vita comune in cui si dà sostanziale identità e comunanza tra individuo e Stato. È quindi attraverso la Grecia che si presenta all’orizzonte hegeliano il concetto di eticità: l’assoluta totalità etica nient’altro è che un popolo.

Solo grazie a un processo storico si è potuta formare un’altra forma di considerazione della vita morale. Questa nuova forma ha avuto bisogno di creare un nuovo concetto per definire se stessa. Nel mondo antico, l’eticità del singolo è una pulsazione dell’intero sistema e, essa stessa, l’intero sistema. Il termine stesso di eticità denota qualcosa di universale. La nascita della singolarità, della particolarità, dell’individualismo ha per Hegel diverse manifestazioni.

La scoperta moderna della soggettività, a partire da un certo periodo, verrà ritenuta da Hegel una conquista, non più solo il segno della perdita della bella unità che caratterizzava il rapporto tra individuo e comunità nel mondo antico. La storia della moralità parte dall’era cristiana e ha la sua espressione più compiuta in Kant. Ma già all’interno del mondo greco ci sono i segni chiari della crisi di quel mondo. Socrate, per Hegel, è l’inventore della morale → in Socrate si realizza la frattura irreversibile tra individuo e comunità.

Il principio della soggettività, della particolarità, della libertà individuale (sconosciuto al mondo antico) costituisce invece con il cristianesimo il tratto distintivo del mondo moderno: il diritto della particolarità del soggetto, il diritto della libertà soggettiva, costituisce il punto nodale e centrale nella differenza tra l’antichità e l’era moderna. L’intervento della soggettività ha almeno altre due espressioni storicamente concrete: il diritto privato moderno e il mondo del bisogno e del lavoro, forma estrema della frammentazione del mondo moderno che nella società borghese conosce la sua espressione più compiuta e articolata.

Nell’opera maggiore, l’atteggiamento hegeliano cambia: la modernità è vista ora in una nuova luce → l’eticità come complemento è indicata nello Stato moderno. Questo non significa in alcun modo la prevalenza dell’individualismo o della dimensione privata rispetto a quella pubblica. La struttura dei lineamenti di filosofia del diritto corrisponde a quella dello spirito oggettivo delle varie versioni dell’enciclopedia. La successione è quella diritto-moralità-eticità.

Nell’eticità confluiscono:

  • Famiglia
  • Società civile
  • Stato

La separazione tra società e Stato è stata sempre considerata una delle intuizioni più felici di Hegel. Nell’eticità, Hegel affronta le forme della vita associativa e...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

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