Kant: ragione pratica e moralità
La nozione di libertà
La libertà è caratterizzata da un’antinomia che interroga la ragione pura sulla possibilità della libertà: cioè di pensare a causalità libere e non determinate dalle leggi dell’intelletto. L’idealismo trascendentale afferma che tutto ciò che è intuito nello spazio e nel tempo sono fenomeni, che non hanno alcuna esistenza fondata in sé. La libertà è pensabile come compatibile con la causalità naturale. La nostra conoscenza non può andare al di là dei fenomeni; è necessario assumere un punto di vista pratico, ovvero l'uso pratico della ragione.
Ragione e spontaneità
La ragione è causa libera perché indipendente dalla serie della necessità naturale. La spontaneitas è la facoltà di iniziare da sé uno stato e rappresenta l’indipendenza della ragione di essere al di fuori del corso degli eventi naturali. L’essere razionale finito appartiene a entrambi i membri: quello sensibile, ovvero l’uomo, e quello intellegibile, a causa della sua duplice costituzione (naturale e razionale).
L’ambito di ciò che è pratico è delimitato dal concetto di libertà, ma viene esteso a tutto il campo delle azioni volontarie e quindi razionali. Kant contrappone la volontà pura possibile con la volontà in generale (Wolff); Kant lascia nella pratica tutto ciò che riguarda la morale.
Le regole pratiche
Le regole pratico-tecniche comprendono le regole tecniche sull’uso dei mezzi per un fine e le regole pragmatiche sull’uso dei mezzi in vista di un particolare fine (la felicità) non fanno parte della sfera pratica ma sono applicazioni pratiche di conoscenze teoretiche. Kant vuole dare autonomia alla sfera pratica dalla religione e dalla dottrina della felicità.
I doveri e l'antieudemonismo
I doveri si dividono in:
- No doveri verso Dio: l’etica della religione sta al di là.
- Doveri verso se stessi dell’etica filosofica.
- Doveri verso gli altri: ci sono doveri solo verso gli uomini, rivendica l’autonomia dell’etica anche con la teoria della motivazione, per cui sono necessari premi e punizioni per muovere alla moralità.
Kant ha una posizione antieudemonistica rispetto alla fondazione della moralità: il perseguimento della felicità non può dare una giustificazione del giudizio morale. Kant inoltre critica ogni etica materiale (formalismo). L’attenzione per la nozione di felicità diventa ossessiva soprattutto in tre direzioni:
- Il fine della felicità non può fondare o giustificare la moralità.
- Presenza della figura della felicità, nell’orizzonte morale, come retribuzione morale (=sommo bene).
- Felicità altrui.
Kant usa diversi argomenti per giustificare l’insostenibilità della felicità come principio dell’agire morale:
- Funzionalistico: la ragione non è il mezzo per raggiungere la felicità, lo sarebbe l’istinto; la natura ha dotato l’uomo però della ragione.
- Indeterminatezza del concetto di felicità, e difficoltà di agire in base ad esso: è la semplice idea di uno stato. Il principio della felicità è egoistico e corrisponde al principio dell’amor di sé; perseguirlo gli uomini avrebbero bisogno di un sapere che non hanno; essa ha un carattere soggettivo che ha come scopo la propria felicità, motivo di conflitto. Le manca il principio di universalità e necessità caratteristiche del principio morale. Tutte le etiche materiali cadono sotto al principio dell’amor di sé / della felicità. Un principio etico materiale è quando la materia del volere è anche motivo per cui si vuole quella cosa; si fondano sul piacere che è empirico e costituisce il principio determinante della volontà. Il genuino principio della morale deve essere formale (non materiale).
La teoria del dovere
La ragione è la condizione permanente delle azioni volontarie, essa è guidata da principi, che distinguono gli esseri razionali dagli altri enti della natura. Tra i principi pratici distingue:
- Principi soggettivi/massime: condizione valida solo per la sua volontà (Dio); riferimenti empirici.
- Principi oggettivi/leggi pratiche: condizione valida per ogni essere razionale. L’assenza di riferimenti empirici dà oggettività, necessità, universalità, e forma le leggi.
Le massime possono rimanere soggettive o acquisire oggettività attraverso l’universalità della loro forma. La massima è un concreto e attuale principio della volontà che può essere o meno universalizzabile. Tutti i principi hanno un grado di oggettività, ma per ogni principio dell’agire esiste:
- Dimensione oggettiva: regola.
- Dimensione soggettiva: massima come principio per cui si agisce.
Nell’essere razionale finito queste dimensioni non coincidono, quindi le regole sono espresse da comandi, cioè da norme prescrittive che dicono cosa fare.
Comandi e imperativi
I comandi si dividono in due categorie:
- Imperativo categorico: formula del comando di un principio oggettivo costrittivo per la volontà. Comandano un’azione assolutamente e per se stessa, non in vista di altro. Si esaurisce nella determinazione della volontà indipendentemente dalle condizioni specifiche di un soggetto empirico o dalle sue inclinazioni. Motivo determinante della volontà è l’imperativo della moralità: "Agisci in modo che la tua massima possa valere come principio di una legislazione universale".
- Imperativo ipotetico: comandi che prescrivono un’azione in vista di un fine; validità soggettiva. Esso comanda sempre in vista d’altro, non qualcosa per se stesso. Sono condizionati e comandano un’azione ipotetica.
La legge morale è per l’uomo un imperativo categorico, dato che comanda l’azione per se stessa e non in vista d’altro. Sia nell’ipotetico che nell’imperativo categorico è la finitezza che rende prescrittivo il principio. La legge morale è una legge oggettiva, necessaria, universale e senza eccezioni.
Azione immorale
Le azioni immorali sono quelle la cui massima non può essere universalizzata, cioè non può essere estendibile ad ogni essere razionale. Ciò che sono obbligatori sono i doveri che sono distinti in:
- Doveri etici: contemplati anche dal diritto.
- Doveri di virtù: non contemplati dal diritto e che possono essere raggruppati in due ambiti: perfezionamento proprio e promozione della felicità altrui, cioè aiutare a cercare la felicità dove la ritengono opportuna.
L'umanità come fine in sé
L’umanità è un fine in sé, questa idea ha due aspetti:
- Nessuno deve essere usato come strumento.
- Solo gli uomini sono in grado di porsi dei fini autonomi (non scelti da altri).
Lo stato non si deve occupare della felicità dei cittadini. La ragione dà a se stessa una legge universale ed è quindi autonoma; l’autonomia è un aspetto positivo. L’essere razionale ha sia la facoltà di darsi una legge sia la facoltà di scegliere in modo contrario o favorevole ad essa, in quanto ogni massima ha le sue radici nella disposizione d’animo. Non si può dedurre con certezza se un’azione è morale o data da altri motivi.
La teoria della motivazione
Le azioni comandate dalla legge morale sono dette doveri e hanno due direzioni:
- Verso le inclinazioni sensibili.
- Verso il comportamento esteriormente legale.
L’azione, per essere morale, deve essere compiuta per amor della legge; in caso contrario sarà solo un’azione legale e non morale. L'agire legale non ha valore morale.
La motivazione è legata all’idea di premi e punizioni divini. Si deve compiere il dovere per il dovere, e quest’ultimo è e deve essere motivo sufficiente di determinazione della volontà. È il rispetto per la legge che diventa indispensabile per muovere all’azione il soggetto. Il rispetto è l’unico sentimento morale, poiché è il risultato della nostra consapevolezza della legge morale ed è il risultato della nostra umiliazione come esseri sensibili e della maestà della legge. Il sentimento morale è l’effetto della legge razionale pura sull’animo umano.
Kant vuole mostrare del sentimento morale:
- Il suo carattere derivato rispetto alla legge.
- Unicità ed eccezionalità come sentimento non patologico ma prodotto.
Il male radicale
Nozione di male radicale: il male non nasce dalla natura o dalla sensibilità perché entrambe non sono libere. Il male ha origine nella libertà, nell’inversione dell’ordine delle motivazioni. È sempre la libertà il principio assoluto in cui ha origine la scelta, anche quella per il male.
Moralità e felicità
Nulla ha valore intrinseco se non la volontà buona; agire secondo il dovere per amore del dovere è il bene supremo. I concetti di bene e male sono una conseguenza della legge morale e vengono determinati da essa. Il prius è nella norma che determina l’obbligo, non nell’oggetto del volere.
La felicità non è un dovere, né il principio del dovere, perché tutti la cercano comunque in quanto ineliminabile dall’orizzonte umano. La promozione del sommo bene viene presentata come un dovere, poiché è la giusta proporzione del compenso e della punizione con il merito e il vizio. Tutti devono impegnarsi perché i giusti vengano premiati e i malvagi puniti. Non ci è possibile giudicare l’animo degli altri o il nostro.
Il sommo bene produce l’antinomia della ragion pratica e della dottrina dei postulati; questa antinomia è data da:
- Necessità di pensare realizzabile il sommo bene.
- Impossibilità di pensarlo sulla base della costruzione kantiana, ovvero volontà indipendente dalla natura.
La ragione dice di promuovere il sommo bene, ma non mi dà alcuna necessità che la virtù venga premiata con la felicità che le spetta. Anche Dio è regolato dalla legge morale. L’immortalità viene presentata come necessaria per avvicinarsi alla santità, condizione del sommo bene.
Necessità o meno di una retribuzione per il soggetto agente:
- Il soggetto deve compiere il dovere per il dovere, senza badare a premi e punizioni.
- Il suo sforzo è limitato se il suo agire non può sperare in una congruenza tra accadimento e disposizione morale.
La ragione pratica ha il primato rispetto a quella teoretica/speculativa, ma anch’essa non può superare dei limiti e non può diventare conoscenza oggettiva: ordine intelligibile del quale si è membri e che il soggetto razionale contribuisce a costruire.
I limiti della moralità
Atteggiamento critico verso la centralità della moralità e della sua possibilità di fondarsi su se stessa. Prospettiva naturalistica: morale fondata sulla natura dell’uomo e sulla sua evoluzione.
Fichte
L’elemento centrale è il concetto di libertà; l’etica è il valore ultimo al quale orientarsi e assume una centralità assiologica, essa però rischia di perdere la sua autonomia di fronte ad altri ambiti:
- Dottrina della scienza come teoria della coscienza finita.
- Teoria del diritto come teoria dell’agire razionale intersoggettivo.
- Dottrina della religione: attenzione per la naturalità dell’uomo e per la dimensione intersoggettiva.
Tre diversi aspetti:
- Rapporto moralità-natura: in relazione con la causalità per libertà.
- Rapporto moralità-società.
- Rapporto moralità-religione.
Un’etica reale deve considerare l’uomo nel suo complesso, come unione di componenti diverse ma non necessariamente contrapposte. Problema della realtà e applicabilità: come il soggetto razionale può essere principio causante reale nel mondo, principio libero che opera e la cui libertà non si esaurisce.
Una teoria dell’applicabilità può passare all’etica vera e propria, cioè elaborata all’applicazione del principio della moralità. Nel soggetto morale fichtiano si uniscono elementi razionali ed elementi impulsivi/sensibili, la ricostruzione di questo soggetto è necessaria perché la libertà sia principio di causalità effettiva, reale.
Il concetto di Bestimmung ha un duplice significato:
- Destinazione: i soggetti morali sono determinati e individuali, che hanno una propria destinazione che viene determinata dalla costituzione naturale e dalla collocazione sociale.
- Determinazione: nella sua filosofia inizialmente è la natura il principium individuationis; successivamente saranno gli elementi non sensibili a fondare i soggetti individuali come tali.
La causalità per libertà ha una duplice causalità:
- Sensibile: armonia data dalla provvidenza.
- Intelligibile.
Tema della socievolezza
La morale kantiana è astratta e formale e non coglie la rilevanza della vita intersoggettiva. L’autocoscienza del soggetto, consapevole della sua libertà, è condizionata dalla relazione con un altro soggetto libero; l’uomo è tale solo tra gli uomini. Il diritto ha un’origine autonoma e non dipende dalla moralità, la teoria etica giustifica anche le strutture giuridiche, creando una teoria etica della società (teoria dell’eticità).
Teoria dei doveri: fondata sull’articolazione sociale come tessuto oggettivo in cui i soggetti assumono ruoli e funzioni secondo la loro specifica determinazione sociale. La teoria etica della società è costituita dalla comunicazione con cui il soggetto interagisce in un processo costante di educazione reciproca (idea di accordo reale), comunicazione dai dotti al popolo. La religione indica i limiti della moralità individuale.
Hegel
Due strade della sua teoria morale:
- Storia.
- Diritto, stato e forme della vita associata.
La moralità deve essere intesa all’interno di una cornice sociale e istituzionale formata dal mondo etico o eticità, contrapposto al concetto di moralità. La moralità individuale e il carattere economico dell’uomo diventano espressioni compiute del principio. Il culmine della sua filosofia si ritrova nello spirito assoluto dove hanno sede l’arte, la religione e la filosofia. Hegel distingue tra eticità e moralità.
Il suo pensiero prende come modello di eticità la polis/comunità greca in cui c'è identità e comunanza tra individuo e stato. Attraverso la Grecia si forma il concetto di eticità e attraverso un processo storico si è creata un’altra forma di vita morale, che ha bisogno di un nuovo concetto per definire se stessa.
Hegel contrappone due etiche:
- Etica comunitaria antica: etica universale.
- Morale individualistica moderna.
La nascita delle singolarità ha diverse manifestazioni e vede la scoperta della soggettività come una scoperta (1806). La storia della moralità parte dall’era cristiana e ha la massima espressione in Kant, ma già nel mondo greco si avvertono dei segnali di crisi, con l’emergere del principio della soggettività in Socrate. Socrate è l’inventore della moralità e si assiste alla rottura irreversibile tra individuo e comunità.
Il principio della soggettività con il cristianesimo diventa il tratto distintivo del mondo moderno: diritto della libertà soggettiva, differenza tra antichità ed era moderna. La soggettività nella storia ha due espressioni storicamente concrete:
- Diritto privato moderno.
- Mondo del bisogno e del lavoro: massima espressione nella società borghese.
La modernità è vista come conciliazione delle diverse sfere ed è indicata nello stato moderno con una successione tra diritto, moralità ed eticità. La separazione tra diritto e moralità riconduce alla separazione tra diritto e morale di Kant e alla filosofia pratica di Fichte.
Nella sezione sull’etica ci sono i concetti di:
- Famiglia.
- Società civile.
- Stato: forma di vita associata più compiuta, un intero organico e non somma di singole parti.
Hegel riconosce la soggettività morale moderna come valore da acquisire nel proprio sistema senza metterlo al vertice della costruzione. Critica a Kant: attacca l’opposizione di razionalità ed empiria, il test dell’universalizzazione, il formalismo e la mancanza di contenuti e la necessità di assumere da fuori il dover-essere.
Tripartizione della dimensione morale:
- Proponimento e responsabilità.
- Intenzione e benessere.
- Bene e co.
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