REPLICAZIONE DEL DNA
Concetti generali
Lo scopo della replicazione del DNA consiste nel copiare l’intero genoma senza commettere
errori svolgendo il processo una sola volta per ciclo cellulare. Le cellule eucariotiche, infatti,
devono coordinare la proliferazione e il differenziamento durante lo sviluppo. La replicazione
avviene durante la fase S del ciclo cellulare e comincia in diversi punti su un cromosoma,
chiamati origini della replicazione. Nei procarioti l’origine della replicazione è unico, mentre
negli eucarioti ve ne sono migliaia. Gli eucarioti, a differenza dei procarioti, devono affrontare
il problema dell’accessibilità al DNA, perché questo è compattato nella cromatina, e devono
mantenere attiva l’espressione di certi geni essenziali per il differenziamento cellulare. Inoltre
negli eucarioti si presenta il problema del mantenimento delle informazioni sui terminali
cromosomici, i telomeri, visto l’impedimento molecolare della polimerasi nel replicarli.
Concetto della semiconservazione del DNA: quando la molecola di duplica, i due filamenti
prodotti sono formati ognuno da metà del filamento parentale e da un filamento di neosintesi.
Inoltre, la replicazione del doppio filamento è bidirezionale: si vengono a formare due forche
di replicazione che allargano la bolla replicativa e consentono in maniera semiconservativa di
dare origine a due molecole di DNA, ognuna delle quali è formata da un filamento di
neosintesi e da uno parentale.
L’enzima responsabile della replicazione si chiama DNA polimerasi, ve ne sono cinque nei
procarioti e nove negli eucarioti, hanno funzioni diverse ma caratteristiche condivise: per la
loro azione necessitano di un filamento di RNA che funge da primer d’innesco della reazione
di polimerizzazione e di una sequenza di DNA a singolo filamento che costituisce lo stampo e
da cui l’enzima è in grado di polimerizzare il filamento di neosintesi. Oltre a queste
caratteristiche fondamentali della polimerasi, questi enzimi necessitano di un substrato che
viene incorporato durante la sintesi, i nucleotidi trifosfato. L’operazione di polimerizzazione
richiede energia, fornita dall’idrolisi dello stesso substrato che viene incorporato durante la
neosintesi del filamento complementare: in particolare, l’enzima polimerasi è in grado di
introdurre opportunamente, leggendo la sequenza stampo e basandosi su un meccanismo di
appaiamento specifico tra basi complementari, un legame fosfodiestero tra il 3’ OH
dell’innesco e il fosfato in posizione alfa del deossinucleotide entrante. Questa reazione di
formazione del legame è simile all’attacco nucleofilo dei ribozimi (l’ossidrile viene
deprotonato, si forma un ossianione che è in grado di dare un attacco nucleofilo al fosfato e
quindi formare un legame fosfodiestereo). Durante la reazione, il fosfato beta e il fosfato
gamma vengono rilasciati; ciò che dà energia a questa reazione è proprio l’idrolisi del legame
fosfodiestero tra il fosfato beta e il fosfato gamma che è operato dall’enzima pirofosfatasi. La
reazione di polimerizzazione, che è estremamente rapida, diventa irreversibile grazie
all’idrolisi del pirofosfato rilasciato dopo la formazione del legame fosfodiestereo tra l’innesco
e il nucleotide entrante.
La struttura della DNA polimerasi, che è conservata tra procarioti ed eucarioti, è
rappresentabile come una mano destra, in cui si distinguono tre zone.
La zona del palmo contiene il sito catalitico dove avviene la reazione di
• polimerizzazione. In questa regione lo stampo e l’innesco vengono a trovarsi vicini.
Inoltre il palmo contiene anche un sito con attività di correzione di bozze, quindi con
attività esonucleasica (in grado di degradare il DNA nel senso 3’-‐5’, al contrario di
come viene sintetizzato, quindi 5’-‐3’), per rimuovere l’introduzione di un nucleotide
non corretto.
La zona del pollice: il pollice ha la funzione di assicurare processività alla polimerasi.
• Fa in modo che la DNA polimerasi rimanga abbastanza stabilmente legata al DNA che
sta sintetizzando, perché altrimenti l’enzima tenderebbe a staccarsi.
La zona delle dita: la funzione delle dita è di chiudersi stabilizzando il mantenimento
• del nucleotide entrante nella posizione corretta per la polimerizzazione. Quando il
nucleotide si appaia correttamente al suo stampo e quindi genera la geometria
corretta, un’alfa-‐elica delle dita si chiude e grazie a un residuo di tirosina si formano
delle interazioni idrofobiche con le basi che tendono a mantenere il nucleotide nella
posizione di sintesi. Un altro importante ruolo delle dita è dare una curvatura allo
stampo durante la sintesi: il nucleotide successivo a quello che funge da stampo viene
estruso dal sito catalitico evitando in tale maniera che non ci sia un’incorretta lettura
dello stampo dovuta alla presenza simultanea nel sito catalitico di due nucleotidi.
Il sito catalitico, situato sul palmo della mano, è composto essenzialmente da una serie di
aminoacidi, come il glutammato e l’aspartato, che legano due ioni metallici bivalenti, come il
magnesio o il manganese. Questi ioni, chiamati A e B, legati rispettivamente a due residui di
aspartato, hanno funzioni separate, perché lo ione A deprotona l’ossidrile presente al 3’
dell’innesco, e quindi forma l’ossianione per l’attacco nucleofilo sul fosfato alfa del nucleotide
entrante (ciò può accadere perché il legame di coordinazione con l’aspartato rende lo ione più
elettronegativo e fa in modo che venga attratto l’idrogeno presente sull’ossidrile al 3’); lo ione
B interagisce con i gruppi fosfato beta e gamma del nucleotide entrante, orientandoli
adeguatamente a livello del sito catalitico. C’è inoltre bisogno di una modalità per
discriminare i ribonucleotidi dai deossiribonucleotidi, che sono dieci volte meno concentrati
dei primi. Per questo, dal punto di vista cinetico, l’enzima tenderebbe ad assumere i
ribonucleotidi piuttosto che gli altri: il meccanismo di discriminazione è formato da una serie
di aminoacidi posti nel palmo della mano in grado di discriminare gli zuccheri e in particolare
i deossiribonucleotidi rispetto ai ribonucleotidi, perché riconoscono la presenza dell’ossidrile
in 2’. Nel caso della DNA polimerasi l’affinità per i ribonucleotidi è molto più bassa che per i
deossiribonucleotidi. La capacità della polimerasi di introdurre il nucleotide corretto è dovuta
al mantenimento della corretta geometria di Watson e Crick per quanto riguarda la forma del
DNA. Quando viene casualmente introdotto un nucleotide non complementare a quello dello
stampo, si viene a formare una geometria incorretta tra le copie di basi per cui i parametri
termodinamici e fisico-‐chimici che distinguono la forma B del DNA risultano alterati e fanno in
modo che la polimerasi si blocchi e impedisca la possibilità di formare il legame
fosfodiestereo. Nel caso in cui venga introdotto il nucleotide scorretto, ciò consente alla
polimerasi si tornare indietro e rimediare all’errore. La corretta geometria consente una
distanza ottimale tra l’ossianione dell’innesco e il fosfato in alfa.
Molti farmaci che vengono utilizzati in terapia, sia antivirale sia antitumorale, sono dei
nucleotidi modificati che causano errori nella replicazione: ci sono due categorie importanti
che agiscono con un meccanismo che dà un risultato finale simile, l’alterazione della
replicazione e l’introduzione errori che danneggiano il DNA. Questo danneggiamento si
traduce in segnali di morte cellulare programmata. Si ricordano gli antimetaboliti, o
terminatori di catena come l’aciclovir che si usa per il virus HIV: essi danno il blocco della
replicazione perché impediscono alla polimerasi di procedere, in quanto mancano
dell’ossidrile in 3’. Gli analoghi dei precursori nucleotidici, invece, come il 5-‐fluoro uracile e la
6-‐mercapto purina, bloccano la replicazione, perché danno una deplezione della sintesi dei
precursori nucleotidici necessari per la replicazione del DNA (sono spesso chemioterapici per
il cancro allo stomaco, al colon, ecc.).
La processività della polimerasi è la capacità di sintetizzare un filamento oligonucleotidico
senza staccarsi dallo stampo: esistono varie polimerasi nelle cellule che si distinguono per la
loro processività. Normalmente la polimerasi responsabile della
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