ACIDI NUCLEICI
Caratteri generali del flusso dell’informazione
L’insieme dei geni che un determinato organismo è potenzialmente capace di esprimere è
contenuto nel suo DNA ed è definito genoma, il quale rappresenta circa l’1-‐2% delle sequenze
dell’intero DNA. La traduzione di queste sequenze in proteine avviene solo attraverso la
molecola di RNA; l’insieme di molecole di RNA attive e codificanti per proteine è detto
trascrittoma. Esso dipende dalle condizioni in cui si trova la cellula. Le sequenze di RNA
espresse, tuttavia, possono avere funzioni regolative e influenzare l’espressione di altri geni.
L’insieme delle proteine che un organismo è in grado di sintetizzare si definisce proteoma:
anche questo elemento è condizionato dall’ambiente che circonda l’organismo.
Il numero di geni che una cellula può esprimere è molto maggiore del numero di aminoacidi e
proteine. Il genoma umano è composto di circa 3x10 paia di basi per cellula aploide. La
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cellula può esprimere potenzialmente circa 23000 geni ma solitamente viene espresso un
numero pari a circa 5000.
Da una sequenza di RNA codificata da un unico gene attraverso lo splicing alternativo si
possono ottenere più copie di quella sequenza di RNA. Ogni proteina può subire delle
modificazioni tali da garantire l’alterazione delle sue caratteristiche fisiche e chimiche (circa
10 modifiche post-‐traduzionali diverse per ogni proteina). Si ottengono circa 100000 specie
proteiche diverse attraverso i meccanismi di modificazione post-‐traduzionali. Si considera che
il proteoma umano sia composto di 10 proteine diverse. Il plasma umano raccoglie tutte le
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proteine che il corpo produce per cui è definito come proteoma dei proteomi tissutali.
Nonostante il genoma umano sia molto maggiore, in termini di basi, di molte altre specie, il
numero di geni non è aumentato in maniera proporzionale; ciò significa durante l’evoluzione
si sono sviluppati diversi tipi d’interazioni tra proteine e genoma che hanno garantito il
successo evolutivo delle cellule eucariote. La funzione di una proteina è il risultato del
contesto d’interazione con le altre molecole presenti nell’ambiente della cellula. Gli organismi
più evoluti hanno una rete d’interazioni tra proteine più complesse.
Struttura degli acidi nucleici
Gli acidi nucleici sono degli eteropolimeri formati da tre componenti.
Basi azotate, purine o pirimidine
Uno zucchero, il ribosio e il deossiribosio
Una molecola di acido fosforico
Per idrolisi del gruppo fosfato, da un nucleotide formato dai tre elementi sopra citati si ottiene
un nucleoside che è quindi composto di una base azotata e dal deossiribosio (nel DNA) o
ribosio (nel RNA). Le basi si possono dividere, oltre che in pirimidine e purine anche in
ossoniche o chetoniche (guanina, timina e uracile) e amminiche (adenina e citosina): questi
gruppi carbonilici e amminici fanno si che si possano formare gli appaiamenti tra basi tramite
legami idrogeno. Il pH può alterare la struttura degli acidi nucleici protonando o
deprotonando gli atomi di azoto delle basi azotate; un’altra possibile alterazione chimica è la
metilazione, che è associata alla strutturazione della cromatina e al silenziamento dei geni (ad
esempio, la metilazione della citosina). Alcune basi non pirimidiniche né puriniche importanti
per il DNA sono la xantina, l’ipoxantina e l’acido urico, prodotte dal metabolismo delle basi
azotate. Alcune basi insolite sono state trovate nelle molecole di RNA: ciò permette degli
appaiamenti diversi da quelli normalmente presenti.
La Regola di Chargaff definisce delle equivalenze tra i rapporti molari tra le diverse basi: la
frazione molare di adenina è uguale a quella di timina [A] = [T], quella di guanina è uguale a
quella di citosina = La somma delle frazioni delle purine è uguale a quella delle
[G] [C].
pirimidine, quindi quella di adenina e guanina è uguale a quella di timina e citosina (A+G =
C+T, per cui il rapporto è di 1:1). Nei mammiferi la frazione molare di citosina e guanina ha un
range compreso tra il 22% e il 73%, nell’uomo è circa il 41%.
La presenza dello zucchero a cinque atomi di carbonio (deossiribosio) consente di rendere
idrosolubile il nucleotide; il deossiribosio al carbonio 2 presenta un atomo di idrogeno al
posto di un gruppo ossidrile, che invece nel ribosio è presente. La presenza di tale gruppo in
posizione 2 rende la molecola di RNA molto instabile e soggetta ad attacco di nucleofili; per
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questo motivo, alcuni virus a RNA presentano una metilazione a questo punto in modo da
diminuire la reattività dell’ossidrile. Si nota inoltre che la base azotata può ruotare attorno al
legame con lo zucchero, definito glicosidico.
Il gruppo fosfato a condizioni fisiologiche è deprotonato e la carica negativa che reca è
responsabile assieme agli zuccheri dell’elevata idrosolubilità degli acidi nucleici.
I nucleotidi sono legati tra loro da legami fosfodiesterei tra l’atomo di carbonio 3’ che reca un
ossidrile e l’atomo di carbonio 5’ che porta il gruppo fosfato. Si parla di orientamento 5’-‐3’ o
3’-‐5’ a seconda che la sequenza sia letta partendo dall’estremità che porta il fosfato in 5’ e si
concluda con un ossidrile in 3’ o partendo dall’estremità che porta l’ossidrile in 3’ e che si
conclude con il fosfato in 5’.
Struttura secondaria del filamento di DNA
La struttura secondaria del filamento di DNA è una doppia elica destrorsa antiparallela
formata quindi da due filamenti che si avvolgono l’uno sull’altro e si appaiano con direzioni
diverse: per convezione, si è stabilito che la sequenza di sinistra ha andamento (polarità) 5’-‐3’,
quella di destra 3’-‐5’.
Sono presenti due tipi di legami che stabilizzano la struttura del DNA.
Legami idrogeno che si formano per condivisione di un atomo d’idrogeno tra due
atomi più elettronegativi, quindi l’ossigeno e l’azoto nel caso del DNA; nonostante i
legami idrogeno singolarmente siano piuttosto deboli, la grande quantità assicura la
stabilità della struttura del DNA.
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