TEORIA DELLA LETTERATURA
• Qualsiasi testo comprende sei elementi:
emittente = chi formula il messaggio;
- destinatario = chi riceve il messaggio;
- codice = sistema di simboli, segni e regole che permette di comporre il messaggio (lingua);
- canale = mezzo fisico attraverso cui il messaggio passa;
- contesto = insieme degli elementi, impliciti o espliciti, che contribuiscono alla comprensione del
- messaggio;
messaggio = ciò che l’emittente trasmette al destinatario, attraverso un codice, tramite un canale, in un
- determinato contesto.
• Ogni atto comunicativo presenta questi sei elementi. Se ne manca anche uno solo, la comprensione della
comunicazione risulta difficile, a volte impossibile.
LE FUNZIONI COMUNICATIVE
• A volte, l’emittente sottolinea un elemento in particolare all’interno della comunicazione.
• A seconda di quale elemento viene sottolineato, il messaggio assume una precisa funzione:
emotiva, quando l’emittente è posto in primo piano;
- conativa o imperativa, quando il destinatario è posto in primo piano;
- referenziale, quando il contesto è posto in primo piano;
- fatica, quando il canale è posto in primo piano;
- metalinguistica, quando il codice è posto in primo piano;
- poetica, quando il messaggio è posto in primo piano.
-
IL MESSAGGIO LETTERARIO
• Il messaggio letterario è un testo organizzato in una struttura formale non modificabile, in cui vengono
valorizzati al massimo gli elementi linguistici e stilistici che nella comunicazione quotidiana hanno una
funzione secondaria.
• Il messaggio letterario è privo del supporto del gesto e dell’intonazione, perciò non può contare su alcuna
possibilità di correzione e chiarimento. Grazie a questa completa e calcolata organizzazione formale, però,
il messaggio letterario acquista quella ricchezza di significati connotativi che è la sua ragione di essere e
gli permette di essere compreso anche in contesti culturali diversi da quello di provenienza.
• Il testo letterario non si riduce al suo significato denotativo (il significato informativo di base), come la
maggior parte dei testi non letterari, ma acquista, grazie alla forma, una pluralità di significati connotativi
che ne arricchiscono lo spessore e ne consentono, quindi, interpretazioni sempre nuove.
LA STORICIZZAZIONE LETTERARIA
• Per storicizzare l’emittente, bisogna:
ricostruire la sua personalità psicologica e morale;
- scoprire:
- che influenze ha avuto;
quando e dove ha vissuto;
che rapporto aveva con le istituzioni dell’epoca.
definire la sua estetica e la sua poetica (le sue idee sulla letteratura).
-
• Per storicizzare il destinatario, bisogna definire il tipo di lettori a cui era indirizzata l’opera (chi sapeva
leggere all’epoca? Chi poteva recepire il messaggio?).
• Per storicizzare il contesto, bisogna individuare gli elementi a cui, implicitamente o esplicitamente, il testo
fa riferimento.
STORICIZZARE IL CONTESTO
• Il contesto può essere:
letterario;
- culturale-ideologico;
- storico-sociale.
-
• Il contesto letterario è costituito:
dalle opere di un autore;
- dalle opere degli autori vicini all’autore per idee;
- dalle opere della tradizione a cui l’autore avrebbe potuto ispirarsi.
-
• Il contesto culturale-ideologico è costituito:
dall’insieme delle idee che non analizzano solo la situazione attuale, ma propongono anche un
- cambiamento;
dalle concezioni politiche, filosofiche, religiose e scientifiche.
-
• Il contesto storico-sociale è costituito:
dalla struttura della società;
- dal complesso di avvenimenti storici.
- GLI ISTITUTI LETTERARI
• Gli istituti letterari sono codificazioni letterali specifiche.
• Sono:
stile;
- genere;
- retorica;
- metrica.
-
LO STILE
• Stabilisce delle relazioni tra la materia trattata e le soluzioni formali da adottare in rapporto a questa
materia.
• Insieme degli elementi che caratterizzano il modo di scrivere di un autore.
• In certe epoche storiche, lo stile ha avuto un carattere normativo (ad esempio, i trattati medievali potevano
essere scritti in tre stili diversi – umile, medio e sublime – che derivano dagli stili in cui ha scritto Virgilio:
lo stile umile delle Bucoliche, lo stile medio delle Georgiche e lo stile sublime dell’Eneide).
• A partire dal Romanticismo, lo stile assume caratteri sempre meno dogmatici e inizia ad esserci una
mescolanza di stili.
• Secondo Auerbach, la distinzione degli stili è il tratto caratteristico della civiltà letteraria del classicismo,
secondo cui a personaggi alti si addice uno stile alto. Enea, ad esempio, è il fondatore di Roma, quindi il
poema a lui dedicato deve essere in stile sublime.
IL GENERE
• Insieme delle caratteristiche formali e tematiche comuni ad un certo gruppo di opere, con maggiore
specificità rispetto allo stile. Ad esempio, nella categoria dello stile sublime possono esserci due generi
diversi, l’epica e la tragedia.
• Il concetto di genere è cambiato con il tempo. Con il tempo la classificazione si è fatta sempre meno rigida;
oggi è più un’indicazione per lo scrittore, un’indicazione di massima che può essere tranquillamente
violata.
• Lo studio dei generi è fondamentale per comprendere i rapporti tra l’autore e le attese del pubblico, che si
concentrano soprattutto sul genere. Se c’è uno scarto tra l’aspettativa del lettore e il reale contenuto
dell’opera, è facile che il lettore rimanga insoddisfatto. Per questo motivo, le regole del genere sono più
rispettate dalla letteratura commerciale, mirata a soddisfare il lettore.
LA RETORICA
• L’arte di persuadere il pubblico.
• Nasce come arte e teoria dell’oratoria, con il compito di trovare argomenti e forme adatti a convincere il
pubblico. Un po’ alla volta diventa uno strumento non più per dimostrare, ma per persuadere.
• Sin dall’antichità viene applicata anche alla letteratura.
• Per Cicerone, la retorica si divide in cinque parti:
inventio = ricerca degli argomenti;
- dispositio = articolazione delle idee in uno schema o in un ordine preciso;
- elocutio = traduzione in parole degli argomenti;
- memoria = processo di memorizzazione del testo;
- pronuntiatio = esecuzione verbale del discorso.
-
• L’elocutio è legata allo stile. Si serve di figure retoriche, forme di espressione artistica particolarmente
sorprendenti, di particolare efficacia, che si discostano dall’uso normale della parola producendo il
sovraccarico di significato tipico della letteratura. Secondo Jakobson, le figure centrali della retorica sono:
la metafora, lo slittamento di una parola dalla propria area semantica ad un’altra;
- la metonimia, lo slittamento di una parola all’interno dello stesso campo semantico per sostituire un
- termine contiguo.
LA METRICA
• Insieme di regole che ordinano la poesia secondo i concetti di:
verso;
- strofa;
- rima;
- ritmo;
- accento ritmico.
-
Il verso
• Participio passato di vertere (versus). È il contrario dell’oratio soluta (prosa).
• La metrica italiana è accentuativa, si basa sugli accenti: la lunghezza di un verso è definita dalla posizione
dell’ultimo accento.
• Per identificare i tipi di verso all’interno di una poesia, bisogna vedere dove cade l’ultimo accento
all’interno del verso:
se l’ultimo accento cade sulla quinta sillaba, è un senario;
- se l’ultimo accento cade sulla sesta sillaba, è un settenario;
- se l’ultimo accento cade sulla settima sillaba, è un ottonario;
- se l’ultimo accento cade sull’ottava sillaba, è un novenario;
- se l’ultimo accento cade sulla nona sillaba, è un decasillabo.
- se l’ultimo accento cade sulla decima sillaba, è un endecasillabo (verso maestro della lirica italiana).
-
• Dato che la maggior parte delle parole italiane è piana, quasi sempre il numero delle sillabe corrisponde
anche con il nome del verso (un endecasillabo ha undici sillabe). Non sempre, però, è così, perché esistono
anche parole:
tronche, in cui l’accento cade sull’ultima sillaba;
- sdrucciole, in cui l’accento cade sulla terzultima sillaba;
- bisdrucciole, in cui l’accento cade sulla quartultima sillaba.
-
• In base a dove cade l’accento, il verso prende nomi diversi:
è tronco se l’accento cade sull’ultima sillaba;
- è piano se l’accento cade sulla penultima sillaba;
- è sdrucciolo se l’accento cade sulla terzultima sillaba;
- è bisdrucciolo se l’accento cade sulla quartultima sillaba.
-
• Nella divisione in sillabe dei versi, le vocali atone stanno insieme in una sola sillaba. Se si incontrano una
vocale atona e una vocale tonica, avviene la stessa cosa (sinalefe). Se ci sono due vocali toniche vicine,
avviene una dialefe: non sono pronunciate insieme, non possono essere unite in una sola sillaba, quindi si
dividono in due sillabe diverse. In generale, nella poesia italiana, la sinalefe tende a prevalere sulla dialefe
(deriva dalla classicità, perché anche nella metrica classica, soprattutto quella latina, è così).
Esempio: finestra che non s’illumina
fi-ne-stra-che-non-s’il-lu-mi-na, nove sillabe:
o l’accento cade sulla settima sillaba → ottonario;
- la settima sillaba, su cui cade l’accento, è la terzultima → verso sdrucciolo.
-
Si tratta, quindi, di un ottonario sdrucciolo.
o
Esempio: i cipressi che a Bolgheri alti e stretti
i-ci-press-si-chea-bol-ghe-rial-tie-stret-ti, undici sillabe:
o l’accento cade sulla decima sillaba → endecasillabo;
- la decima sillaba, su cui cade l’accento, è la penultima → verso piano.
-
Si tratta, quindi, di un endecasillabo piano.
o
Esempio: van da San Guido in duplice filar
van-da-san-gui-doin-du-pli-ce-fi-lar, dieci sillabe:
o l’accento cade sulla decima sillaba → endecasillabo;
- la decima sillaba, su cui cade l’accento, è l’ultima → verso tronco.
-
Si tratta, quindi, di un endecasillabo tronco.
o
Esempio: ecco l’acqua che scrocia e il tuon che brontola
ec-co-l’ac-qua-che-scro-sciaeil-tuon-che-bron-to-la, dodici sillabe:
o l’accento cade sulla decima sillaba → endecasillabo;
- la decima sillaba, su cui cade l’accento, è sulla terzultima → verso sdrucciolo.
-
Si tratta, quindi, di un endecasillabo sdrucciolo.
o LE FORME METRICHE
• Le forme metriche sono strutture composte da versi diversi.
• Le più importanti sono:
la canzone;
- la sestina;
- il sonetto;
- la ballata;
- il madrigale;
- la terza rima;
- l’ottava rima;
- l’endecasillabo sciolto.
-
LA CANZONE
• Forma metrica più nobile.
• È un testo strofico, diviso in strofe che si chiamano stanze.
• Ha delle regole precise:
il numero delle stanze può variare da due a sette;
- le stanze hanno lo stesso numero di versi (da Leopardi in poi no, infatti quella di Leopardi si chiama
- canzone libera);
si può usare sempre lo stesso tipo di versi (di solito endecasillabi), oppure due tipi di versi, uno lungo
- e uno breve (di solito endecasillabi e settenari);
la sequenza dei tipi di versi può variare di canzone in canzone, ma non all’interno della stessa canzone;
- le stanze devono avere la stessa sequenza di rime;
- le stanze si possono dividere in due parti:
- fronte (che si divide sempre in due piedi);
sirma (che si può dividere in due volte, ma non accade quasi mai).
La sestina
• Forma di canzone con sei stanze, in cui ogni stanza ha sei versi.
• Le stanze hanno sempre le stesse parole in rima, ma sempre in posizioni diverse, secondo una regola di
incrocio che si chiama retrogradatio cruciata.
• È un virtuosismo, una prova di bravura (Petrarca compone persino una sestina doppia, con dodici stanze).
IL SONETTO
• Invenzione di Giacomo da Lentini, esportata in tutto il mondo.
• Forma metrica più fortunata della lingua italiana, perché è elegante ma relativamente semplice, leggera,
breve.
• In origine è probabilmente una singola stanza di canzone, che poi è diventata autonoma.
• È divisibile in due parti:
fronte di otto versi (a sua volta divisibile in due piedi, che sono due quartine);
- sirma di sei versi (a sua volta divisa in due volte, che sono due terzine).
-
• In generale la struttura è questa (4 + 4 + 3 + 3), ma ci sono alcune eccezioni.
LA BALLATA
• Forma metrica di origine popolare, legata al canto e alla danza (infatti è detta anche canzone a ballo).
• È costituita metricamente in modo che le sue parti corrispondano a parti ballate. I versi possono essere:
tutti endecasillabi;
- endecasillabi e settenari.
-
• C’è un ritornello, la ripresa: è la parte iniziale, che viene ripetuta alla fine di ogni stanza. Può essere di due,
tre o quattro versi, eccezionalmente anche di più.
• Può essere:
minima, se il ritornello è di un solo verso (quinario, settenario o ottonario);
- piccola, se il ritornello è di un solo verso (endecasillabo);
- minore, se il ritornello è di due versi;
- mezzana, se il ritornello è di tre versi;
- grande, se il ritornello è di quattro versi;
- extravagante, se il ritornello è di più di quattro versi.
-
IL MADRIGALE
• Altra forma metrica popolare legata al canto e alla danza.
• La struttura tradizionale prevede una successione di due strofe di tre versi ciascuna, variamente rimati,
chiuse da una coppia di versi a rima baciata (terzina, terzina, duina; terzina, terzina, duina).
LA TERZA RIMA
• Forma metrica inventata da Dante (è quella che usa nella Divina Commedia).
• Costituita da una sequenza potenzialmente infinita di endecasillabi organizzati in terzine, in cui gli estremi
rimano tra loro e il secondo verso rima con il primo e il terzo della terzina successiva.
• Forma metrica flessibile, perché non c’è un numero fisso di versi, ci si può fermare quando si vuole.
Potenzialmente si può andare avanti all’infinito.
• È ideale per la poesia narrativa.
• La chiusura è un singolo verso.
• Non ha avuto una gran fortuna, forse per paura del confronto con Dante (però viene usata da Petrarca,
Pascoli e Pasolini).
L’OTTAVA RIMA
• Usata nel poema romanzesco, perché è adatta alla narrazione.
• È composta da una strofa di otto endecasillabi con schema metrico ABABABCC, replicabile all’infinito.
• È ancora più semplice della terza rima, perché è una serie di stanze che non hanno legami di rima tra loro.
• Si presta molto bene ai racconti lunghi.
• Ha più fortuna della terza rima.
• Nella lirica italiana, i poeti più importanti ad usarla sono Boiardo, Ariosto e Tasso.
L’ENDECASILLABO SCIOLTO
• Forma metrica costituita da endecasillabi privi di rima.
• Molto duttile, perché non avendo un numero prefissato di versi né il vincolo della rima si può andare
avanti quanto si vuole, in modo abbastanza semplice.
• È lo strumento ideale per i poemi didascalici e per le varie fasi di ripresa della classicità (ad esempio la
traduzione dell’Iliade di Monti): dato che nella metrica greca e latina non esiste la rima, il modo migliore
per rispettare il più possibile i classici per com’erano è usare una forma metrica strutturata in versi precisi
ma senza rima.
• È una struttura usata anche da Parini nel Giorno, perché rientra (anche se ironicamente) nella tradizione
dei poemi didascalici. LA FILOLOGIA
• Disciplina finalizzata alla ricostruzione dei documenti letterari e alla loro corretta interpretazione e
comprensione, dal pu
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