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La tutela del credito di lavoro


Nella maggior parte dei casi, il pagamento della retribuzione al lavoratore è effettuato tramite bonifico bancario o postale con cadenza mensile (a fine mese o all’inizio del mese successivo a quello di paga). La busta paga consegnata al lavoratore elenca le voci di cui si compone la retribuzione e quelle relative all’eventuale importo prelevato a titolo di contributi previdenziali obbligatori a carico del lavoratore.

Il datore, infatti, per legge opera come sostituto d’imposta del lavoratore, cioè è tenuto a versare contributi e imposte dovuti dal predetto.
La busta paga non riporta l’importo dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro. L’importo lordo della retribuzione e i contributi a carico del datore di lavoro costituiscono, insieme considerati, il costo aziendale complessivo che l’impiego del lavoratore comporta.
La differenza fra il costo aziendale e il netto in busta paga costituisce il cosiddetto «cuneo fiscale e contributivo», che in Italia è particolarmente elevato rispetto alla media dei paesi economicamente avanzati, a causa dell’elevato importo di contributi previdenziali e imposte.
A volte può accadere che il datore di lavoro non soddisfi subito il credito del proprio dipendente.
I diritti retributivi dei lavoratori subordinati sono sottoposti a un particolare regime di prescrizione estintiva, pari a cinque anni.
Prima della riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (legge 300/1970) i diritti retributivi dei lavoratori non ancora soddisfatti si ritenevano prescritti dal giorno della loro maturazione. Questa regola valeva soltanto per i rapporti di lavoro assoggettati alla tutela reale del posto di lavoro. Viceversa, nei rapporti assoggettati al regime legale di licenziamento ad nutum, la prescrizione dei diritti retributivi aveva luogo esclusivamente a partire dalla cessazione del rapporto di lavoro.
Questa deroga era giustificata dal fatto che nei rapporti di lavoro deboli (o non stabili) il lavoratore è esposto al rischio di un licenziamento arbitrario, e non è dunque considerato libero (anche sotto il profilo della tranquillità psicologica) di rivendicare i propri diritti.
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