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Tasso di attività


Il tasso di attività è dato dal rapporto tra la popolazione attiva (occupati, disoccupati e in cerca di prima occupazione) e la popolazione totale. Nel lungo periodo il tasso di attività, in Italia, si è notevolmente modificato: si è infatti ridotto sino alla fine degli anni settanta, per poi mostrare un'inversione di tendenza riprendendo a scendere negli anni novanta. La diminuzione del tasso di attività è generalmente collegata all'aumento del reddito familiare, che consente di far proseguire gli studi ai figli, posticipandone l'ingresso sul mercato del lavoro e, parallelamente, all'ampliamento del sistema previdenziale (più persone in pensione). in tal modo calata la popolazione attiva. Alcuni studiosi hanno avanzato l'ipotesi che la ricerca di occupazione diventi meno intensa nei periodi di rallentamento dell'attività produttiva, poiché molti individui vengono scoraggiati nella ricerca del lavoro e confluiscono nell'insieme della popolazione inattiva, accontentandosi di lavori saltuari. La diminuzione del tasso di attività nasconderebbe allora un aumento della disoccupazione.
Così come negli anni settanta la maggior parte degli individui che rinunciava alla ricerca del lavoro erano giovani donne, rassegnate spesso a restare casalinghe, negli ultimi 15 anni l'incremento del tasso di attività è da attribuire al 'progressivo aumento delle donne che desiderano svolgere un'attività lavorativa extradomestica (dal 26% del 1980 al 35,3% del 1998). La presenza delle donne sul mercato del lavoro è però ancora scarsa (il tasso di attività maschile è del 61%) e sono sempre le donne a subire maggiormente la disoccupazione (con un tasso del 16,8% nel 1998 contro il 9,5% maschile).
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