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Soluzioni alternative alla ripartizione provinciale



Le regioni, pur tentando in alcuni casi soluzioni innovative (ad es. il superamento delle province con altri enti associativi di area vasta, i comprensori, meglio disegnati sul territorio rispetto alle funzioni da esercitare), più che assolvere a funzioni di programmazione, di legislazione e di indirizzo, diventarono enti di gestione anche amministrativa: una tendenza interrotta e poi invertita solo negli anni Novanta.


Il risultato fu che le speranze che l’istituzione delle regioni potesse costituire l’occasione di un’ampia riforma della pubblica amministrazione furono disattese. Anzi, proprio questo relativo fallimento fu alla base di più incisive strategie riformatrici anche di rango costituzionale.
A partire dagli anni Novanta del secolo scorso il sistema delle autonomie regionali e locali è stato sottoposto a un processo quasi permanente di trasformazioni che hanno profondamente inciso su di esso: basti pensare alle riforme costituzionali del 1999 e del 2001, che sono intervenute su tutti gli articoli del titolo V, tranne due.
Questo processo, in realtà, era già cominciato prima della revisione del titolo V ed è continuato dopo la revisione del titolo V.
L’ordinamento di comuni e province venne completamente ridisegnato, rispetto alle antiche leggi del 1915 e del 1934 fino ad allora ancora vigenti (pur modificate dopo l’entrata in vigore della Costituzione), dalla l. 8 giugno 1990, n. 142.