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Interpretazione conforme: terzo requisito del giudizio di costituzionalità in via incidentale?


Tramite questa sentenza, la Corte ha individuato un ulteriore requisito della questione di legittimità costituzionale: la necessità che il giudice a quo, prima di sollevare questione di legittimità, interpreti la disposizione censurata in maniera conforme alla Costituzione.
Tale precisazione è stata rilevante ai fini di sfoltire il carico di lavoro della Corte costituzionale, la quale aveva altresì già enucleato il principio in base al quale, tra più interpretazioni possibili alla Costituzione, si adotti quella più conforme al dettato costituzionale.
Tramite questa sentenza, la corte ha imposto ai giudici rimettenti un previo sforzo interpretativo, considerato un vero e proprio requisito di ammissibilità del giudizio costituzionale. Fino ad allora, infatti, era la stessa Corte a farsi carico di ricercare un’interpretazione conforme alla Costituzione. Tale sentenza rappresenta pertanto una svolta nella storia giurisprudenziale.
In particolare, la questione prospettata alla Corte verteva su un eccesso delega, relativo al d. lgs. 109/1992, in materia di pubblicità dei prodotti alimentari. Secondo il giudice a quo, il suddetto decreto avrebbe abrogato norme penali senza di fatto esserne stato autorizzato dalla legge delega.
La Corte ha tuttavia ritenuto che il giudice a quo avrebbe dovuto compiere un esame e, dunque, un’interpretazione più approfondita che gli avrebbe consentito di constatare che non vi era stata alcuna abrogazione delle norme penali.
Nel corso degli anni, il requisito enucleato dalla Corte costituzionale tramite la sentenza 356 del 1996 ha acquistato una rilevanza sempre più evidente: in molti casi, infatti, la Corte costituzionale dichiara inammissibile una questione di legittimità a causa del fatto che, dalle argomentazioni del giudice a quo, non emergeva un suo chiaro sforzo. ermeneutico.
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