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Statuto Albertino e suo significato storico


Lo Statuto Albertino fu la prima Costituzione dello Stato italiano. Promulgato nel 1848 nel Regno sardo-piemontese, successivamente, con la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, fu esteso a tutto il territorio italiano. Lo Statuto non rappresentò una rivoluzione, ma solo una riforma della monarchia assoluta in senso liberale. Esso era il frutto di un compromesso tra il vecchio e il nuovo mondo: era una carta costituzionale concessa dal sovrano ai suoi sudditi e dunque, a differenza delle Costituzioni americana e francese della fine del Settecento, non derivava dalla sovranità del popolo, ma era ancora espressione della sovranità del re. Nel caso dello Statuto albertino il re, sulla spinta dei moti insurrezionali del 1848, fu indotto a concedere lo Statuto, stabilendo un patto con la borghesia contro il proletariato, per evitare più gravi conseguenze. Si instaurò così una monarchia costituzionale o rappresentativa. Questa formula indicava un tipo di organizzazione costituzionale nella quale la borghesia era associata alla monarchia nella gestione del potere politico. Nello Statuto il re fece alla borghesia due concessioni:
a) i diritti di libertà e di proprietà, contro gli arbìtri dell’Antico regime (i diritti di natura economica erano quelli che più interessavano la borghesia ed esprimevano l’esigenza che lo Stato si astenesse dall’intervenire nei fatti economici e che “lasciasse fare” ai privati);
b) l’istituzione di una Camera in cui la borghesia potesse eleggere i propri rappresentanti.
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