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Equilibrio di bilancio nella Costituzione


La disciplina costituzionale in materia di bilancio contenuta nell’art. 81 constava fino al 2012 di poche disposizioni essenziali: cadenza annuale del bilancio di previsione e del rendiconto consuntivo; eventuale esercizio provvisorio disposto per legge e per non più di quattro mesi; divieto di stabilire nuovi tributi e nuove spese nella legge di bilancio, concepita come sintesi delle entrate e uscite derivanti dal complesso della legislazione vigente; obbligo di copertura finanziaria per le leggi comportanti nuove o maggiori spese.
La mancanza di copertura è stata, nella maggior parte dei casi, il motivo che ha portato al rinvio di leggi al Parlamento ex art. 74 Cost. da parte del presidente della Repubblica.

Queste disposizioni non hanno impedito che il nostro settore pubblico accumulasse uno dei più alti debiti al mondo. Ciò è accaduto nonostante in sede Ue si sia cercato da molti anni (sin dal Consiglio europeo di Amsterdam del 1997) di garantire la disciplina di bilancio con il patto di stabilità e crescita, per vincolare gli stati membri a perseguire il risanamento dei conti pubblici (all’epoca il debito dell’Italia, dopo essere arrivato al 121% del Pil nel 1994, aveva iniziato a scendere fino al 103% nel 2004, per poi riprendere a salire fino a superare il 130% dieci anni dopo).
L’esplosione della crisi dei debiti sovrani europei ha costretto i paesi dell’Unione, soprattutto dal 2011, a concordare regole ben più stringenti del passato (ne parliamo nel par. 7 del cap. 4): fra queste, l’impegno a mantenere il bilancio in equilibrio (entro la misura dello 0,5% del Pil in termini di «disavanzo strutturale») e a ridurre il rapporto debito/Pil (per i paesi sopra il 60% «a un ritmo medio di un ventesimo all’anno»). A tal fine i paesi firmatari del trattato sul fiscal compact si sono impegnati anche a recepire nei propri ordinamenti la regola del «pareggio di bilancio». L’Italia lo ha fatto con una riforma della Costituzione.
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