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Diritto del nostro tempo



Il diritto del nostro tempo è, fondamentalmente, il frutto dell'opera costante di mediazione e di coordinamento fra opposti interessi sociali svolta dalle assemblee parlamentari; è, ancor prima, il frutto del dibattito e della libera circolazione delle idee che si svolge entro la società.

Ma lo scarto fra autorità e consenso permane, entro margini più o meno estesi, anche nei regimi democratici. Sistemi politici sempre più perfezionati possono ridurlo, non eliminarlo: il coordinamento degli opposti interessi in conflitto non è mai completo; gli equilibri sociali raggiunti non sono mai durevoli, e l'ubbidienza al diritto non è sempre e non è per tutti «ubbidienza a se stessi».

Il diritto resta, per molti o per pochi, l'espressione di una superiore autorità, alla quale si è costretti ad ubbidire. Finché perdurano ragioni di conflitto fra gli uomini le regole di convivenza sociale sono destinate a conservare i caratteri formali del diritto: solo in una società entro la quale siano state eliminate le ragioni profonde del conflitto fra gli uomini il diritto perderebbe la propria ragion d'essere.
Una società simile è, per ora, solo un ideale dell'umanità: in essa, se gli uomini sapranno costruirla, si realizzerà quella che, nell'Ottocento, Marx ha definito come l'estinzione del diritto.
Le norme giuridiche rientranti nella produzione contemporanea sono contrassegnate da alcune caratteristiche essenziali: fra queste, la più importante attiene alla loro natura democratica e, quindi, al loro esser parte integrante del cosiddetto «Stato sociale».