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Applicazione giuridica degli imperativi categorici kantiani


Conformemente a quanto sostenuto dalla filosofia occidentale, Kant ritiene che la conoscenza possa essere sempre messa in discussione; gli unici elementi impossibili da confutare o negare, dice Kant, sono le categorie trascendentali a priori, poiché la loro negazione corrisponde all’affermazione della loro validità.
Secondo Kant esistono due diverse forme di conoscenza: la conoscenza pura, costituita dai principi indiscutibili (a priori) e la conoscenza pratica, che annovera la conoscenza riferita all’ambito gnoseologico.
Nell’ambito del pensiero pratico, Kant pone una distinzione fra legge morale e diritto naturale.
Kant si muove nell’ambito del giusnaturalismo moderno mediante la creazione dei cosiddetti «imperativi categorici, elementi fondamentali tramite cui il filosofo riesce a creare una linea di demarcazione tra diritto e morale. Esiste un’eloquente versione di imperativo categorico, equivalente a quella sopra citata, che dice: tratta l’uomo mai come mezzo e sempre come fine. Ciò vieta, ad esempio, di utilizzare la tortura su un soggetto al fine di applicare una pena. In tal caso, infatti, il soggetto sarebbe utilizzato come mezzo attraverso cui raggiunger un fine: far scontare una pena a beneficio di chi ha subito un torto. Il principio dell’imperativo categorico richiama la regola aurea del pensiero cristiano: non fare agli altri ciò che vorresti non fosse fatto a te. L’imperativo categorico è una forma più ristretta e elaborata dell’idea secondo cui è morale ciò che è legge universale.
Tale imperativo è definito «categorico» poiché esso è indiscutibile e non ammette eccezioni. Negare l’imperativo categorico equivale quindi a negare la morale.
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