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Actio redibitoria e actio quanti minoris nel diritto classico


I romani introdussero la presenza di specifici magistrati, preposti proprio alla tutela dei consumatori nell’ambito dei mercati: questi magistrati erano chiamati «edili curuli», i quali introdussero due azioni che spettavano al compratore nel caso in cui la merce fosse stata compromessa da vizi:
1. Actio redhibitoria, che consentiva di operare la restitutio in integrum (la merx ritornava al venditore e il pretium tornava al compratore: si ripristinava lo stato originario, precedente alla compravendita);
2. Actio quanti minòris, oggi chiamata «azione in riduzione», che non prevedeva la restituzione del bene, il quale rimaneva al compratore; egli, però, poteva, in presenza di vizi occulti, ottenere la differenza tra il prezzo pagato e il valore stimato del bene alla luce dei suddetti vizi.
Oggetto della compravendita era la merce (merx). I contratti consensualistici di compravendita prevedevano due casi particolari:
- compera di cosa futura, caso di vendita aleatoria. Essa sussisteva qualora, ad esempio, un compratore si impegnava a pagare un prezzo determinato a un pescatore per tutto il pesce che egli avrebbe pescato in un giorno stabilito. Il compratore era tenuto a pagare quanto promesso a prescindere dall’effettiva quantità di pesce pescato. Il periculum gravava quindi sul compratore;
- compera di cosa sperata: in questo caso, invece, il pagamento era parametrato sulla quantità effettiva del bene acquistato-
A prescindere dalla fattispecie, il pretium era espresso da una somma di denaro. I sabiniani e i proculiani discutevano fra di loro sull’ipotesi secondo cui il pretium potesse consistere in qualcosa di diverso dal denaro.
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