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Invettiva all'Italia, Purgatorio


Dal v.76 inizia l’invettiva contro l’Italia, pagina della letteratura molto famosa in cui Dante afferma che l’Italia è in balia di una situazione politica molto instabile.
Nelle prime righe dell’invettiva è presente la volontà dell’autore di ripercorrere la storia dell’Italia citando figure importanti che hanno segnato la storia, come Sallustio nei “Motivi dell’opera” del Bellum Iugurthinum. L’Italia viene attaccata duramente perché apostrofata con la metafora della nave senza nocchiero poiché è un paese senza una guida ferma. In generale, l’immagine della nave rappresenta un topos letterario già affrontato nel primo canto in cui si parla della “navicella dell’ingegno” e soprattutto l’idea della nave in tempesta è già stata vista nelle Origini della Religione di Lucrezio all’interno del De Rerum Natura, e che affonda le radici nella letteratura greca di Alceo (maestro della comunità maschile “eterìa”) e Saffo (che istruiva il “tìaso”). Il tono di Dante è molto forte e non risparmia la nazione che subisce l’instabilità ma la accusa: questa forte intolleranza lo porterà a subire l’esilio, perché si esporrà troppo.
L’Italia viene apostrofata con termini infimi: “ostello”, “nave sanza nocchiere”, “bordello” = luogo di confusione e perdizione; ognuna di queste caratteristiche è correlata, e toglie all’uomo ogni punto di riferimento.
L’aggettivo “serva” con cui si apre l’invettiva è fortissimo e riporta l’Italia a una situazione primitiva in cui era ancora presente la schiavitù, che aveva una pessima reputazione in quanto i servi non avevano alcuna virtù o diritto. Il richiamo ad aspetti inerenti alla classicità, come la condizione della schiavitù (riferimento storico) o alla poesia greca, anticipano l’Umanesimo e la sua riscoperta delle humanae litterae.
La prima e la seconda terzina sono in contrasto: la prima è violenta e serve per inveire, assalire, scagliarsi contro il paese mentre la seconda riapproda a un linguaggio più vicino a quello del purgatorio, che ha perso la forza e la volgarità dell’inferno. La seconda si apre infatti con l’aggettivo “gentile”, e il resto dei termini sono più inerenti a uno stile a metà strada tra la leggiadria del Paradiso e la bassezza dell’Inferno.
Qui spiega le ragioni della sua rabbia: in passato il paese era famoso perché viveva in una condizione bilanciata, di pace tra i cittadini, concordia, mentre ora è pessimo.
Nella terza, al v.82, si concretizza una forte antitesi tra ciò che l’Italia era prima e la situazione contemporanea, annunciata da un “e ora” con forte valore avversativo. Nel presente di Dante, l’uomo non faceva altro che entrare in guerra per il dominio dei territori, a causa della sua smania di ricchezza (costituita dalle terre) : le lotte politiche non si estendono solo alle città vicine al mare, che lottano per il predominio dei commerci, ma anche in quelle interne che, come Firenze, erano divise in fazioni (guelfi e ghibellini). E’ una condizione inconcepibile per l’autore, in quanto mentre le città marinare sono quasi costrette a difendere i loro territori, quelle sulla terraferma si combattono invano.
Il v.88 si apre con una metafora che termina al 90: l’Italia viene rappresentata da una cavalla il cui cavaliere, Giustiniano (preso come punto di riferimento perché l’impero romano d’oriente fu di grande spicco dopo la caduta di quello d’occidente, e istituì il Corpus Iuris Civilis, primo codice di leggi scritto ufficialmente riconosciuto), ha sellato. Questa sella, tuttavia, è vuota perché non c’è qualcuno che la sappia guidare (si ricollega con la metafora della nave senza comandante). Le leggi che aveva fatto scrivere e rispettare non servivano più a nulla, perché all’epoca di Dante nessuno le seguiva: questi era consapevole di rischiare moltissimo con le sue critiche, ma non poteva restare indifferente di fronte ai fatti concreti.Al v.91 viene ripresa l’intersezione “Ahi” per simboleggiare il dolore provato da Dante, che è tangibile (anticipazione barocco, materialità). Nel 76 l’apostrofe era all’Italia, qui alla cittadinanza.
Nei versi è presente un’invettiva particolare alla classe ecclesiastica, in maniera evidente il poeta di scaglia contro la Chiesa con la stessa metafora della cavalla. Emerge la sua posizione favorevole alla divisione dei poteri spiegata nel De Monarchia con la metafora dei due soli. Scrive che da quando la Chiesa si è sostituita all’imperatore l’Italia è diventata un paese che facilmente si ribella, intollerante, sebbene la Chiesa dovrebbe essere e promuovere l’opposto.
Dal v.97 in poi si rivolge all’imperatore Alberto I d’Austria, che regnò tra gli ultimi anni del ‘200 e i primissimi del ‘300, accusandolo di non essere mai arrivato in Italia; invoca poi sulla sua stirpe una giusta punizione che possa dare timore a un suo eventuale successore perché quando l’Italia aveva bisogno di lui, che avrebbe potuto calmare le acqua e impedire alla Chiesa di appropriarsi del potere temporale, lui non c’è stato.
Dante, tuttavia, sperava in una discesa di un successore che si pensava potesse sollevare le sorti del paese, Enrico VII, in cui riponeva grandi speranze in quanto poteva rappresentare un tentativo di ripresa, per quanto avesse il timore che accadesse ciò che era accaduto con Alberto. E’ contraddittorio, come la situazione dell’Italia, perché l’uomo non è in sintonia con la società ma si trova a disagio, psicologicamente e soggettivamente, è instabile come la sua nazione.
Tra i versi 103 e 105 viene messa in evidenza la colpa di Alberto I e del padre, che avevano entrambi trascurato l’Italia per curare i propri interessi in Germania. E’ una doppia colpa perché dapprima non erano scesi, e una volta scesi la avevano abbandonata.
I v.106-117 sono fortemente lirici, molto elevati e pieni di enfasi, soprattutto perché Dante più di una volta apre le frasi con una sorta di congiuntivo esortativo che è a metà con un imperativo, che lo invita a venire ma assume quasi un tono di provocazione, ordine. “vieni” è un’anafora.
Dal 106 in poi vengono citate le famiglie più affermate politicamente e socialmente, come i Cappelletti, guelfi di Cremona, i Montecchi di Verona, e altri: tutti questi si sono distinti e si sono scontrati perché in opposizione in quanto guelfi e ghibellini.
Nel 112 è presente un appellativo alla città che rappresenta per antonomasia la grandezza dell’Italia ovvero Roma, che per la prima volta viene rappresentata metaforicamente come una donna piangente, vedova e sola, che chiede perché è rimasta sola. C’è una forte nostalgia e un richiamo storico non tanto alla dittatura di Cesare, ma al fatto che lui rappresenta un’iniziale idea di impero democratico (sfumata dopo la campagna in Gallia per via di interessi personali) : se ci fosse stato lui, l’Italia non sarebbe stata così. La visione idilliaca è un’iperbole, perché non è vero che quando lui era presente ogni cosa era perfetta e in armonia e gli uomini si volevano bene.
Al v.118 c’è un’invocazione a Gesù attraverso la figura di Giove, perché è il padre degli dei (come Gesù è il padre degli uomini) e sopra di lui non vi è nulla : il paallelismo tra la figura pagana e quella monoteista cristiana si svela nel v.119
E’ presente un interrogativo, ovvero: è giusto che Gesù abbia abbandonato l’umanità a se stessa, lasciandola in balia dell’instabilità?
E’ possibile, tuttavia, che l’abbandono di oggi sia un modo di risalire in futuro, e l’assenza si rivelerà come un modo per l’Italia per imparare da sola a sollevarsi.
La situazione momentanea di confusione può portare a un futuro roseo, ma questo al momento non può venire compreso dall’uomo che non riesce a vedere il lato positivo. (v.123)
Nel v.124 Dante si rivolge direttamente alla sua città, guarda sdegnato la nuova realtà politica che lo circonda e quella cittadinanza che si oppone all’arrivo dell’imperatore.
Al v.125 si trova un parallelismo con Claudio Marcello, console che aveva paura che Cesare avesse intenzione di raggiungere al consolato, che si oppose all’arrivo di Cesare intorno al 50 a.C.
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