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L’incontro di Dante con Omberto Aldobrandeschi


Virgilio e Dante, saliti nella I.a cornice del Purgatorio incontrano le anime che stanno spiando il peccato di superbia, recitando il “Pater noster” e portando sulle spalle dei pesanti macigni.
Fra le anime a cui Virgilio chiede la strada da seguire per arrivare alla 2.a cornice, si fa avanti Omberto Aldobrandeschi. Dopo aver dato le indicazioni richieste, egli esprime il desiderio di vedere Dante, da cui spera di ottenere dei suffragi. Quindi si presenta: la sua famiglia ghibellina fu molto potente nel XIII secolo e dominò vasti territori in Maremma. Egli è il simbolo della superbia nobiliare ed il suo animo è preso da un dramma intimo che oppone l’uomo nuovo, in via di purificazione, all’uomo antico, piano di orgoglio e di alterigia. Infatti nel raccontare la sua storia, Omberto alterna momenti di tracotanza e di stima esagerata verso la propria casata con altri di umiltà:

Io fui latino e nato da gran tosco:

Guglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
non so se ‘l nome suo già mai fu vosco.
L’antico sangue e l’opere leggiadre
di miei maggior mi fer sì arrogante,
che, non pensando alla comune madre,
ogn’uomo ebbi in despetto tanto avante,
ch’io ne morì, come i Sanesi sanno,
e sallo in Campagnatico ogni fante.

Nei primi versi, egli è pieno di orgoglioso per le antiche e grandi memorie della sua famiglia, ma tale sentimento di superiorità si smorza quando accenna alla “comune madre” e confessa la propria colpa, che portò alla rovina anche tutti i membri della famiglia, e la violenta e giusta morte che ne fu la conseguenza. Nei versi seguenti, torna a parlare di sé, ma qui il tono si abbassa e la sua figura è come venisse purificata dagli slanci terreni perché dimentica la propria casata e pensa unicamente a Dio che lo punisce della colpa commessa.

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