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Purgatorio Canto III

Il canto si apre con il tema della fuga e della corsa, in contrasto con quello della pacatezza delle anime nel Canto I. Questa incertezza tra movimento e stasi indica la debolezza delle anime dell’Antipurgatorio ed è sinonimo di malinconia nei confronti del mondo terreno. Con "dispergesse" Dante indica che le anime si disperdono e perdono la concordia, sono smarrite in quanto non sanno da dove cominciare il percorso di purificazione, al contrario Dante e Virgilio rimangono uniti (mi ristrinsi), pur essendo ugualmente incerti sul percorso da seguire. Dante ha fiducia in Virgilio, ma si accorge che, in quanto simbolo della ragione umana, non è perfetto, perché manca di conoscere da solo la strada per attuare la giustizia terrena e ultraterrena. Virgilio non è a proprio agio nel Purgatorio, dove domina la grazia, perciò deve lottare con le proprie debolezze. Nonostante abbia bisogno di Virgilio, Dante trasferisce su di lui la colpa di essersi fermati sulla spiaggia. Il rimorso è segno della grandezza d’animo, ma Dante dopo aver lodato Virgilio per la dignità dimostrata nel momento del rimorso, lo rimprovera per la perdita di dignità nel momento in cui sono fuggiti di fretta dalla spiaggia, anche se lui stesso era mancato di decoro in quell’occasione, perciò Dante è ancora vittima della superbia.
Per la prima volta sono esposti ai raggi del sole, e il corpo di Dante proietta l’ombra. Dante descrive il proprio stupore nel vedere la propria ombra e non quella di Virgilio, allora questo riprende il ruolo di maestro e di conforto: prima lo rimprovera dolcemente perché si ostina a diffidare, e in questo senso diventa uno ‘speculis Christi’, poiché Cristo rivolgendosi agli apostoli che diffidavano li aveva definiti "uomini senza fede", poi spiega perché lui non proietta l’ombra, riprendendo anche l’iscrizione sul suo sepolcro: "Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Partenope, cecini pascua agros heroe" (Mantova mi diede i natali, la Calabria mi rapì, ora mi tiene Napoli, cantai i pascoli coltivati e gli eroi). Le anime, pur avendo forma umana, sono soggette alla stessa virtù che rende trasparenti i cieli, sono formati entrambi dalla quinta essenza di trasparenza cristallina, l’etere, ed è per questo che non interrompono il cammino dei raggi, così come non lo fa il cielo, perciò macrocosmo e microcosmo si corrispondono nell’ordinamento dato da Dio all’universo. Nell’inferno l’effetto della virtù divina era dato dal fatto che le anime soffrivano pene terribili, adesso invece compare la prima forma di armonia che diventerà trionfante nel Paradiso.
In questi versi è contenuta una dichiarazione sull’insufficienza della ragione umana a comprendere le ragioni divine, perciò la subordinazione della filosofia alla teologia. Virgilio passa al discorso sul mistero della trinità, perché come la ragione da sola non può conoscere tutti gli aspetti della virtù divina, così non può spiegare da sola nemmeno questo mistero. Dante condanna l’ignoranza dei filosofi che pensavano di poter conoscere la verità suprema di ogni cosa basandosi solo sulla propria ragione, senza tener conto dei limiti di questa. Il discorso didascalico di Virgilio assume i tratti delle disputationes, le discussioni filosofiche. Il "quia" è la congiunzione "che", la quale introduce le proposizioni complementari dirette. Nel linguaggio filosofico si contrappone al "quid" e al "quo modo", perché questi si ricollegano alle cause ultime, mentre il quia rimanda all’apparenza sensibile. I filosofi definivano quattro gradi di sapere: il quia, di cui si accontenta l’uomo comune, il quid e il quale a cui si sforzano di giungere i filosofi e il quare, ossia il perché, che solo Dio conosce. Proprio perché nemmeno gli uomini più illustri riuscirono a raggiungere Dio con la forza della propria mente, egli si dovette incarnare nel ventre di Maria. Così anche Aristotele e Platone, che riuscirono più degli altri a sapere con l’intelletto umano, non conobbero tutto né delle scienze naturali, né tanto meno della teologia. Egli, così come Virgilio, stanno nel limbo, e hanno il desiderio, che non sarà mai esaurito, di poter conoscere e vedere Dio. si mette in evidenza un altro errore di Virgilio che ha scelto la direzione sbagliata in quanto il monte è troppo dirupato ed è impossibile salire da quella parte. Fa una similitudine con la costa ligure, famosa per le proprie coste rocciose. Mentre Virgilio guarda in basso, è Dante che mantiene l’atteggiamento giusto guardando in alto, dove scorge la schiera di anime. La ragione perciò comincia a smarrirsi, ha bisogno della mediazione di Dio e Dante lo capisce. Le anime vanno incontro a Dante e a Virgilio da sinistra, perché stanno andando a destra, mentre Dante e Virgilio vanno a sinistra, perciò al contrario, perché la direzione giusta è la destra: infatti, con la destra si impugnava la spada con cui si difende la fede e il segno della croce è fatto con la mano destra.
E' Dante quindi a trovare la soluzione, è spazientito, molto impertinente e privo di tatto nei confronti di Virgilio perché insiste sull’incapacità della ragione di trovare da sola la via per raggiungere la giustizia divina, perciò è crudele. Virgilio invece risponde in modo rassicurante, perché nonostante i propri limiti la ragione guida ad un comportamento sereno, infatti è immune dalla meschinità di chi non sa usarla. Dante invece è sempre superbo. Le anime alla vista dell’ombra di Dante sono stupite, ma hanno il senso della fratellanza, perché arrivano insieme al contrario di quelle dell’inferno. le parole di Virgilio sono una chiara captatio benevolentiae nei confronti delle anime: allude al fatto che sono morte bene (ben finiti), al contrario dei "mal nati" infernali, inoltre sono destinate alla beatitudine. Inoltre dimostra di aver ben assimilato il rimprovero di Catone, perché allude al tema del tempo, in quanto dice che il saggio è colui che conosce l’importanza del tempo e soffre nel perderlo inutilmente, quindi ha capito che non bisogna indugiare nell’opera di purificazione. Le anime sono paragonate alle pecore, perché non corrono, ma mantengono la compostezza; seguono, senza sapere il perché, le prime. Perciò umiltà, in quanto si accontentano di non sapere in nome della fede, e mansuetudine sono le caratteristiche delle anime espianti. Poiché seguono le prime, hanno l’ignoranza, nel senso, già descritto nel convivio, di non conoscere a causa di fattori esterni.
Vedendo l’ombra di Dante le prime si fermano con stupore, e così fecero di conseguenza tutte le altre. Dante aveva il monte a destra e il sole a sinistra che gli proiettava l’ombra da destra a sinistra, allungata perciò fino alla roccia del monte. Le anime fanno tutto senza gridare, senza sbandamenti, senza perdere la tranquillità. Virgilio, senza che venisse chiesto, dice che Dante è vivo, e chiede la direzione per salire, ma alle anime non importa di Dante, poiché manca a loro la curiosità morbosa, tipica delle anime dell’inferno, quindi si limitano a fare segno con la mano e parlano solo per aiutare. L’entrata in scena di Manfredi è cordiale, ma improvvisa: Manfredi non chiede a Dante, che sta camminando con le anime, di fermarsi, perché ha compreso il concetto di continua purificazione. Per descrivere le anime che si staccano dalla schiera, Dante utilizza la tecnica del bassorilievo: ogni volta l’anima che vuole interloquire si stacca dalle altre, senza diventare una struttura separata, ma quel tanto per essere in evidenza, proprio come le figure nei bassorilievi. Dante quando ammira i personaggi non li presenta né dannati, né completamente umili: in questo caso presenta Manfredi come qualcuno che ha compiuto un sacrificio, sembra non considerare che sia uno scomunicato, come aveva fatto con Farinata degli Uberti. Questo si era presentato al consiglio di Firenze con la visiera dell’elmo sollevato, segno di coraggio, allo stesso modo le ferite di Manfredi sono in viso e in petto, quindi era morto combattendo, non è ferito alle spalle come chi fugge di fronte alla morte.nonostante abbia appena mostrato le ferite, Manfredi torna a parlare sorridendo, segno di lontananza e distacco dalla propria vicenda terrena e dalle contese attorno al suo corpo. Si presenta come nipote di Costanza, perché questa è nel Paradiso, mentre il padre Federico II è nell’inferno. Manfredi di Svevia è nato dalla bellissima Bianca Lancia di Monferrato, di cui Federico II era geloso, così la rinchiuse in un castello accusandola di averlo tradito, ma questa per dimostrare la propria fedeltà si tagliò le mammelle e morì dissanguata. Chiede a Dante di riferire a sua figlia che non sarà dannato. Si diceva infatti che fosse stato disarcionato e che agonizzante avesse pregato che Dio gli fosse propizio. Egli si era spianato la strada al potere compiendo delitti, uccidendo anche il fratello Corrado IV, ma soprattutto era un ateo, quindi non aveva potuto incarnare l’ideale di imperatore, che invece sarà Giustiniano, riordinatore dell’impero con il corpus iuris civilis e capace di passare da un credo eretico e quello cristiano. Papa Clemente IV aveva ordinato che il corpo di Manfredi dovesse rimanere insepolto perché scomunicato, invece i soldati per il suo valore lo avevano sepolto nel ponte sul fiume Calore, nei pressi di Benevento, ricoprendolo ognuno con una pietra, il papa allora aveva mandato il vescovo di Cosenza a diseppellirlo e lo aveva fatto trasportare con i ceri spenti, con le candele a testa in giù, così che si capisse che era il corteo di uno scomunicato, perciò era stato squallido. Alla fine era stato sepolto fuori dai territori dello Stato della Chiesa, lungo il fiume Verde, nome dato al fiume Liri dalle sorgenti all’incrocio con il Rapido, e poi da qui chiamato Garigliano fino alla foce. La scomunica non può togliere la possibilità di salvarsi per colui che si pente, mentre gli uomini di Chiesa non erano stati capaci di capire la misericordia di Dio, trattata nelle Sacre Scritture. Manfredi era stato ostinato e arrogante perché non aveva chiesto perdono al papa, perciò ora solo le preghiere di una persona viva e in grazia di Dio come sua figlia possono abbreviare il tempo dell’espiazione, che per gli scomunicati è trenta volte la durata della scomunica. Si introduce perciò il tema della preghiera come suffragio per diminuire il tempo da passare nell’antipurgatorio. Manfredi è staccato dal destino terreno, gli importa solo al sua benedizione. È un’anima priva di rancore nei confronti dei propri uccisori e di Clemente IV, non pronuncia condanne politiche a differenza della anime infernali, perciò è paragonabile all’Innominato.

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