Dante entra nel terzo girone, dove gli iracondi fanno penitenza avvolti in un aspro fumo, e Dante ricorda che né nell'inferno né in una notte senza luna e nuvolosa non vide mai un buio uguale a quello che produsse il fumo del terzo girone.
Poiché gli occhi di Dante non riuscivano a scorgere alcun oggetto egli si fa guidare da Virgilio come un cieco va dietro alla sua guida per non imbattersi in qualche ostacolo. Sentiva delle voci che pregavano l'angelo di Dio per la pace e la misericordia.
Le anime cantavano tutte insieme al contrario di ciò. Un'anima si rivolge a Dante chiedendogli se fa parte ancora dei vivi. Dante narra che è stato per volere di Dio che si trova da vivo nel purgatorio. L'anima è Marco Lombardo, cortigiano uomo di molte valore. Egli gli indica la strada per procedere e gli chiede che quando sarà arrivato pregherà per lui. Dante gli promette che lo farà. Parla poi della corruzione del mondo. Dante vuole sapere la ragione per cui il mondo realmente è privo di virtù, come gli dice Marco, ed è pieno di malizia, poiché c'è chi l'attribuisce al cielo, cioè ai cattivi influssi del cielo e chi alla malvagità degli uomini. Marco Lombardo gli risponde che gli uomini sulla terra attribuiscono al cielo le cause di ogni cosa, come se tutto dovesse necessariamente derivare da lì. Nel medioevo si credeva che tutto il mondo fosse sotto l'influenza degli astri. Se fosse così non esisterebbe libertà e non sarebbe giusto che i buoni vengano premiati e cattivi puniti. Ammette che il cielo con i suoi influssi accende negli uomini i primi desideri, ma non tutti e anche se così fosse, gli uomini hanno la ragione per distinguere il bene dal male, e la libera volontà, la quale, se dapprima deve lottare contro le male influenze dei cieli, poi finisce col vincere se si educa bene. Gli uomini sono sottoposti ad una forza maggiore di quella dei cieli. Dunque, se il mondo è corrotto, la causa è degli uomini.

Dalla mano di Dio, che già prima di crearla l'ha pensata, esce l'anima dell'uomo, che è innocente. All'inizio l'anima gusta i beni terreni, e ingannandosi, rincorre essi come fossero veri beni. Per questo motivo era necessario creare le leggi che impedissero di peccare, e un reggitore (re) che potesse mostrare se non tutta la città, almeno ciò che ad esso condanna, cioè la giustizia. Il papa, che dovrebbe far rispettare queste leggi, possiede la sapienza ma non la giustizia, cioè la distinzione tra il bene e il male, perché la gente vede il papa aspirare ai beni terreni di cui anch'essa è ghiotta. Delle cose terrene, secondo Dante, dovrebbe occuparsi soltanto l'imperatore.
Roma diede al mondo prima la civiltà e poi la monarchia, preparandolo così al cristianesimo. C'erano solo l'imperatore e il papa, che mostravano l'uno la via del benessere temporale, l'altro quella di Dio. Ma il Papa ha preso anche il posto dell'Imperatore congiungendo l'insegna del potere temporale con quella del potere spirituale. A questo punto Marco Lombardo fa notare come questa cosa abbia portato solo del male perché prima che Federico II si mettesse in lotta coi pontefici le persone di malaffare (i malfattori) evitavano d'andare in Lombardia perché non c'erano che persone dabbene, ora possono andarci tranquillamente, certi di trovarci uomini della loro risma. Dante elogia il Lombardo per avergli chiarito finalmente i suoi dubbi.

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