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Il proemio del purgatorio anticipa al lettore il senso dell'intera cantica, ossia la resurrezione e la purificazione dell'anima che, pentendosi, sale a Dio attraverso il percorso del ''terzo regno''. Infatti, tutto il proemio ruota attorno a verbi di ascesa che richiamano la resurrezione: il verbo resurga (v.7) enfatizzato dalla sua posizione a fine verso e rinvigorito dalla ripetizione di surga (v.9) e dal parallelismo di significato con il termine purga (v.5), appunto sinonimo di purificazione. A sottolineare l'aspetto allegorico della cantica contribuiscono la consueta descrizione cronologica e astronomica, topos medievale, che si arricchisce di particolari: il canto è infatti ambientato poco prima dell'alba che 'vinceva l'ora mattutina' (v.115), durante la stagione primaverile, ed in particolare nella domenica di Pasqua. Anche i colori del paesaggio purgatoriale (il colore del cielo è dolce v13) e l'aspetto dell'aria sereno e puro v.14-15)alludono alla luce della grazia e alla purificazione dopo il buio infernale. Il proemio del Purgatorio è strutturato secondo la bipartizione dei poemi classici: protasi o argomento (vv.1-6) e invocazione (vv 7-12). L'invocazione alle Muse, ed in particolare a Calliope (protettrice della poesia epica) colloca la cantica su un registro ed uno stile più elevati rispetto all'inferno (vv.7 ma qui la morta poesì resurga). Questo innalzamento è reso necessario dalla rilevanza della materia come richiesto dalla poetica medievale. Attraverso Calliope, Dante rievoca il mito delle Piche, le figlie di Pierio, trasformate in gazze dalle Muse come punizione per la superbia di essersi paragonate a loro. Il mito acquisisce nel Canto una connotazione allegorica, avanzando il tema della superbia punita. Il poeta richiama l'umiltà dell'uomo e la consapevolezza della sua subordinazione a Dio: senza esse la salvezza è vana poiché solo la coscienza dei propri limiti consente all'uomo la contemplazione delle quattro stelle luminose che Dante vede in cielo (vv.22-24), le quali coincidono con le quattro virtù cardinali che rendono l'uomo pronto ad accogliere la Grazia divina. Esse, reggitrici del nostro comportamento, rendono l'uomo libero, nel senso cristiano del termine: egli è autonomo nell'esercizio della volontà e completamente disponibile all'azione divina. Solo la libertà dell'animo, congiunta all'umiltà, permettono l'ingresso al Purgatorio che segna dunque un ritorno sulla 'perduta strada' (v.119)

Catone, custode del purgatorio, chiede a Virgilio e Dante chi essi siano, scambiandoli per due dannati che sono fuggiti dall'Inferno. Chiede chi li abbia guidati fin lì, facendoli uscire dalle profondità della Terra, domandandosi se le leggi infernali siano prive di valore o se in Cielo sia stato deciso che i dannati possono accedere al Purgatorio. A ciò Virgilio, inducendo Dante a chinarsi in segno di rispetto di fronte a Catone, risponde di non essere venuto lì di sua iniziativa, ma di essere stato incaricato da una beata (ossia Beatrice) che gli aveva chiesto di soccorrere Dante, non ancora morto anche se con i suoi peccati ha rischiato la dannazione, e fargli da guida per salvarlo.

Ciò che colpisce subito l'attenzione del lettore è la scelta da parte di Dante di utilizzare Catone, figura politica repubblicana dell'Antica Roma, come custode del Purgatorio. Questo personaggio, infatti, essendo pagano e suicida, dovrebbe stare nel Limbo o fra i suicidi nel VII cerchio (quindi nell’inferno). Questa scelta può essere spiegata conoscendo il motivo della morte di Catone: egli, infatti, scelse il suicidio piuttosto che rinunciare alla libertà politica che ormai Cesare aveva di fatto sottratto a chi, come lui, era un pompeiano. Ed è proprio per questa“libertà” che Catone si trova nel purgatorio, dove le anime si purificano e trovano la libertà dal peccato, diventando esempio per tutte le anime che seguono il cammino della purificazione.

Nei versi 121-136 Dante presenta il rito di purificazione indicato da Catone cui il poeta deve sottoporsi prima di poter proseguire nel suo percorso. Virgilio, officiante del rito, purifica con la rugiada (elemento recuperato dall'Eneide) il volto del discepolo dalle impurità dell'inferno e gli cinge i fianchi con un giunco, simbolo di umiltà. L’alba del momento ha il significato allegorico di speranza nel recuperare il bene, contrapposta all'oscurità infernale che raffigura il peccato, secondo il rapporto Dio-luce, peccato-buio. Il rito è officiato nelLa solitudine della spiaggia, che richiama la caduta nel peccato, in cui si è soli, poiché Dio abbandona i peccatori agli abissi infernali. Nel contempo, Dante non pronuncia in tutto il canto una sola parola, poiché in quanto discepolo avviato a un percoso di salvezza, ha il compito di apprendere e ascoltare. Da ciò il silenzio, lontano dai caotici rumori dell'Inferno, tipico delle cerimonie sacre, rappresenta umiltà, ascesi morale, attesa della Grazia e pentimento. Inoltre, nel verso 132, c’è un chiaro riferimento ad Ulisse, unico in vita a giungere in vista del monte del Purgatorio, che senza l’intercessione divina non riuscì a tornare nel regno dei vivi; la differenza con il viaggio di Dante è che il poeta si trova sotto la guida di una donna celeste (Beatrice), contrapponendo l’orgoglio di Ulisse (o virtù pagana) con la virtù cristiana. Infine, l'episodio che desta meraviglia al poeta nella conclusione del canto (la ricrescita immediata del giunco appena strappato da Virgilio vv.133-135) riprende riferimenti biblici (giobbe 14, 7) e dall'Eneide, dove Enea per accedere agli inferi, coglie un ramoscello d'oro che subito ricresce: esso connota la rinascita dell'anima alla vita eterna, dopo la morte spirituale, grazie all'umiltà e al pentimento.

Anna Pastone IVAL

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