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Paradiso Canto VI-versi 1-36


Lo spirito apparso a Dante dichiara di essere Giustiniano, che ebbe nelle sue mani l'aquila imperiale più di duecento anni dopo che Costantino ne aveva trasferito in Oriente la sede. Dopo essere stato convertito alla vera fede da papa Agapito, avviò una poderosa opera di riordinamento legislativo affidando l'attività militare al proprio generale Belisario. Egli afferma poi che sia i Guelfi che i Ghibellini agiscono erroneamente contro il sacrosanto segno, i primi combattendolo, i secondi appropriandoselo; per questo egli intende ora mostrare la lunga storia dell'Impero, ovvero la virtù dell'aquila romana.
In questi versi Giustiniano racconta la storia dell'aquila imperiale; egli afferma che dopo aver dimorato in Alba per più di trecento anni, l'aquila passo nelle mani di Roma in seguito allo scontro tra Orazi e Curiazi; all'epoca dei sette re assoggettò i popoli vicini e poi, in età repubblicana, sconfisse Brenno e Pirro e numerose repubbliche e monarchi; debellò infine l'orgoglio dei Cartaginesi, che si erano spinti in Italia con Annibale. Sotto il sacrosanto segno trionfarono ancor giovani Scipione e Pompeo; l'aquila fu inoltre fatale al colle di Fiesole (poiché la città fu distrutta dai Romani), sotto il quale nacque Dante.
Nel momento in cui Dio volle che il mondo fosse pacificato per la venuta di Cristo, l'aquila passò nelle mani di Cesare, che conquistò la Gallia, attraversò il Rubicone e compì numerose altre imprese. Venne poi la volta di Ottaviano, il quale punì duramente Bruto e Cassio, Marco Antonio e Cleopatra. Sotto l'imperatore Tiberio avvenne poi il sacrificio della crocifissione, e con Tito l'aquila vendicò la morte di Cristo, placando in tal modo l'ira divina. Con Carlo Magno, infine, l'aquila sconfisse i Longobardi, persecutori della Chiesa. Il discorso di Giustiniano si conclude con una rinnovata invettiva contro i Guelfi, che oppongono al segno imperiale i gigli di Francia, e contro i Ghibellni, che se ne appropriano per interessi di parte. Giustiniano risponde alla seconda domanda di Dante: nel cielo di Mercurio sono apparsi a Dante gli spiriti che in vita furono attivi, ma per conseguire onore e fama. Ciò diminuisce il loro grado di beatitudine, ma essi non se ne rammaricano, perché questo risulta perfettamente adeguato ai loro meriti.

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