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Divina Commedia - La figura di Caronte

Il primo essere mostruoso che Dante e Virgilio incontrano nell’inferno è Caronte, nocchier de la lividia palude infernale che il compito di traghettare sull’Acheronte le anime dei dannati. Nella mitologia greca Caronte, figlio dell’Erebo e della Notte, è una divinità minore, un ministro del dio infernale Ade. Proprio per la sua funzione di traghettatore delle anime dei morti, la superstizione popolare del mondo antico greco, etrusco e romano imponeva che, dopo le esequie, fosse collocato nelle tombe un obolo a lui destinato. Il nome di Caronte sembra essere collegato all’aggettivo greco charopos, che è infatti il suo epiteto più comune; ma veniva da alcuni correlato allo stesso fiume Acheronte, che in greco può voler dire “ senza tempo”. Anche nella descrizione che ne fa Dante i tratti dominanti sono la vecchiaia e gli occhi infuocati. La fonte diretta del Caronte dantesco è il canto VI dell’Eneide, per quanto riguarda sia la descrizione fisica, sia l’intero schema narrativo e dialogico in cui è inserito. Dante non fa di Caronte un ritratto a tutto tondo, ma dissemina invece i particolari fisionomici lungo l’intero svolgimento della scena, valorizzandone così l’aspetto drammatico. L’ingresso improvviso del traghettatore infernale è preparato dall’atmosfera di sospensione e di attesa in cui è immerso Dante al principio dell’episodio. Una volta entrato in scena , Caronte viene descritto dapprima in maniera sommaria, poi via via sempre più espressiva, culminante nella caratterizzazione degli occhi di bragia. La descrizione si intreccia con le parole pronunciate dal demone in tono di minaccia e di condanna, anche nei confronti di Dante, e con la sua azione repressiva verso i dannati.

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