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Inferno: canto XIII: Pier delle Vigne


Nel canto XIII possono essere individuate 4 sequenze:
Dante e Virgilio entrano nel secondo girone del settimo cerchio dove sono condannato coloro che nella vita furono violenti contro se stessi contro se stessi e contro i propri averi: il poeta descrive l’ambiente e le Arpie che si accaniscono contro i dannati.
Successivamente si ha l’incontro con Pier della Vigna in cui ci viene presentata la triste sorte riservata ai sucidi. Quindi si passa fra gli scialacquatori e alla fine, Dante incontra un anonimo suicida fiorentino
I suicidi, violenti contro se stesi, sono trasformati in alberi ed arbusti e le Arpie lacerano i loro corpi vegetali, mangiandone le foglie. Dopo il giudizio universale, i dannati recupereranno i loro corpi, ma solo per impiccarsi all’albero a cui erano stati mutati. Anche qui troviamo la pena del contrappasso: infatti il suicida non ebbe rispetto del proprio corpo ed è condannato a vivere in un corpo inferiore; egli straziò se stesso ed ora le Arpie lo straziano.; per mettere fine alla propria vita, i suicidi commisero un atto innaturale ed ora in una condizione esagerata, eccessiva. Gli scialacquatori sono inseguiti da cagne nere che li sbranano, come essi fecero con i loro patrimoni. Il collegamento fra i due peccati va visto in funzione del sistema morale dantesco. Sopprimere la propria persona è analogo al comportamento volto a dilapidare i propri averi perché alla base dei due peccati esiste un decisione irrazionale radicale. Alla fine troviamo l’episodio dell’ignoto suicida fiorentino. E’ un’occasione per dare un giudizio sulla città di Firenze che, perseguitata dalla vendetta di Marte, anche una semplice casa si può trasformare in patibolo.
Fra tutte le anime spicca Pier delle Vigne, un personaggio molto noto al tempo di Dante, sia per il ruolo politico che ricopriva alla corte di Federico II, sia come poeta della scuola siciliana. Accusato di tradimento, condannato al carcere ed accecato,, secondo alcuni, fra cui Dante stesso, morì innocente e suicida.
Il discorso che Pier delle Vigne rivolge a Dante è molto ricercato dal punto di vista formale: sono presenti metafore, personificazioni, corrispondenze, antitesi ed iterazioni:
• metafore
vv. 58-60
“Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e disserrando, sì soavi”
Le chiavi sono la metafora del volere e del non volere di Federico II, per cui Pier delle Vigne dice di essere stato l’arbitro del cuore dell’Imperatore
L’invidia, rappresentata come meretrice dallo sguardo sfacciato (“occhi putti”), è anche oggetto di personificazione perché è vista come una donna.
• Corrispondenze:
v. 66: “morte comune e de le corti vizio”
Si riferisce all’invidia, un peccato diffuso in tutto il mondo, ma particolarmente nei cortigiani
• antitesi:
v.69: ”che’ lieti onor tornaro in tristi lutti”
che onori che portano gioia si convertirono in tristi dispiaceri
• iterazioni:
vv. 67-68
infiammò contra me li animi tutti;
e li ‘nfiammati infiammar sì Augusto,

Attraverso uno stile così sottile e sofisticato, Dante vuole rappresentare la non naturalità compiuta dal gesto di Pier delle Vigne. La terzima 70-72, rende chiaramente la correzione fra la complessità linguistica e la complessiva psicologica del suicidio:
“L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto”
Il mio animo, spinto da gusto disdegnoso, poiché credeva di poter sfuggire il disprezzo ricorrendo alla morte, mi indusse a commettere un’ingiuria [col suicido] contro me stesso, che, invece, ero innocente.

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