juck di juck
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Il 9 canto è un canto particolarmente ricco di figure mitologiche (il mito è un intreccio di racconti) ognuna delle quali cela un significato cristiano, quindi sono figure che vanno intese in senso allegorico, al punto che la critica ha parlato di una vera e propria sacra rappresentazione del nono canto.
Dove ci troviamo: Dante, dopo essere svenuto nel quinto canto nel cerchio dei lussuriosi, attraversa tutte le zone abitate dai peccatori di incontinenza (in ordine golosi, avari e prodighi) e quindi nel quinto cerchio una zona sicuramente abitata dagli iracondi – siamo nella palude dello Stige.
Normalmente nei manuale c’è l’indicazione secondo la quale vi sono 4 fiumi nell’inferno, non è proprio così: il fiume è solo uno, che però prende 4 nomi diversi a seconda della zona che attraversa. Ù
Il primo è l’Acheronte, quello che marca l’ingresso agli inferi, segue la zona che appunto Dante deve attraversare – lo Stige – dove stanno immersi gli iracondi, forse anche i superbi, qualcuno sostiene anche gli accidiosi, peccato che il peccato di accidia consiste nella pigrizia del cuore (riconoscere il bene ma non muoversi per ottenerlo, conseguirlo, una forma di inerzia insomma, quindi secondo una parte della critica stanno nello Stige, secondo altri sono invece gli ignavi stessi). Dante si lascia alle spalle tutti i cerchi relativi ai peccati di incontinenza, il secondo dei lussuriosi, il terzo-quarto e quinto. Deve attraversare la palude Stige, lo farà con l’aiuto del nocchiere Flegaste – come lo chiama Dante - che è una figura mitologica pagana, dopo di che oltrepassata la palude fetida sbarca di fronte alle mura della città di Dite.

Dite è il nome latino della divinità greca Plutone – il dio degli inferni – quando trovate Dite è un richiamo a Plutone/Lucifero, così come anche Dio non viene mai indicato con il suo nome.
Questa è la zona più profonda dell’inferno, vi sono i peccati più gravi: gli eretici, i violenti, i traditori, i peccati dettati dalla matta bestialità, sono i peccati più gravi rispetto a quelli precedenti in quanto la ragione sceglie con consapevolezza di darsi al male, compiere il male, per questo sono più gravi dei peccati di incontinenza. Tutti questi peccati dal sesto al nono vengono anche a livello topografico marcati da una presenza di questo luogo particolare dove si trovano ora Dante e Virgilio tra l’8 e il 9 canto davanti alle mura della città di Dite. Due indicazioni fondamentali: intanto anche in questo caso Dante non rinuncia al realismo nel rappresentare la scena, nel senso che le mura della città di Dite appaiono agli occhi del lettore contemporaneo Dante come una vera e propria mura di una città medievale, con addirittura un intero sistema di segnalazione tra le due sponde della palude stigia: c’è una torre che Dante nota prima di imbarcarsi con Flegaste, una torre che lancia segnali luminosi attraverso dei falò, e a questi segnali luminosi risponde la cittadella a distanza da sopra una torre con dei fuochi accesi – esattamente come il sistema delle torri aragonesi, che comunicavano l’arrivo del nemico accendendo fuochi sulla cima delle torri, un sistema cdi segnalazioni luminose che è tipico dell’epoca in cui vive Dante, quindi ancora una volta un elemento di realismo. I segnali luminosi che si scambiano le due torri servono ad informare i diavoli che coprono la città di Dite dell’arrivo di un mortale, un corpo vivo in carne e ossa il cui approdo nella città di Dite non è gradito dai Demoni. Tanto che per la prima volta Dante e Virgilio si imbattono in un ostacolo del tutto imprevisto: i diavoli che stanno alla guardia della città di Dite impediscono ai due di entrare. Virgilio si separa da Dante, per parlare con i diavoli convinto di poter vincere la solita resistenza con una delle solite formule così come aveva fatto per Caronte e per Minosse, ma inutilmente parla, i diavoli gli impediscono l’ingresso, sprangando la porta davanti a lui e impedendo di fatto l’accesso. Virgilio e Dante restano fuori dalla città di Dite, circostanza che fa infuriare Virgilio e preoccupa Dante, che vede tornare indietro Virgilio acceso d’ira, rosso in viso (primi versi: quel color…)
Dante nei primi versi descrive il pallore del suo viso, primo segnale di paura, nel vedere Virgilio tornare indietro sconfitto: il suo pallore produce in Virgilio l’effetto immediato di nascondere la sua rabbia per non preoccupare ulteriormente Dante. È fondamentale per seguire questo canto tener conto del fatto che Virgilio che la guida, il poeta, ma è soprattutto colui che rappresenta la ragione. Ciò significa che se fino a quel momento Virgilio, cioè la ragione aveva consentito a Dante di superare tutti gli ostacoli, in questo caso la ragione da sola non basta a risolvere la faccenda.
Vv 4 si fermò attento come un occhio che ascolta, poiché non poteva allungare troppo lo sguardo – qui fa intendere che si trova in prossimità della palude stige, che emana vapori maleodoranti che annebbiano la fetida oscura aria nera, rendendo la vista più difficile – perché è in ascolto Virgilio? Sta aspettando l’arrivo di qualcuno, ha già capito che da soli, senza un soccorso, non potranno continuare il viaggio. E dato che la ragione da sola non basta, sarà la Grazia ad aiutarli, la grazia che soccorre la ragione, un aiuto da cielo.
Questi versi sono molto interessanti, e sono un unico in tutto il cammino infernale: pure a noi sarà necessario vincere questo scontro, sarà necessario perché? Perché gli è stato promesso da Beatrice, che avrebbero percorso il viaggio fino in fondo. Seguita dalla mezza frase inquietante ‘’se non…’’ che non sono puntini di sospensione che ha messo Dante ma servono per rendere il fatto che a Virgilio scappa qualcosa che non avrebbe voluto dire e si ferma subito conscio del fatto che sarebbe potuto essere nefasto per Dante. ‘’Se non’’ è l’equivalente di un ‘’a meno che’’, noi dovremmo vincere questa battaglia a meno che (spalanca una quantità di possibili significati negativi)
Subito Virgilio dice ‘’ci è stato garantito il passaggio – da Beatrice, mediatrice della Madonna, quindi di una entità divina’’ il problema è che Dante si è accorto della sua mezza frase interrotta, poi ripresa con parole rassicuranti, che per quanto fossero rassicuranti Dante era stato messo in allerta, anche perché le parole che Virgilio disse poi erano molto diverse dalla frase che aveva cominciato. La paura gli venne nonostante la sua correzione, perché vedeva nella frase interrotta la peggior sentenza possibile, forse anche peggiore di quanto lo fosse nelle parole che Virgilio intendeva dire. Dante ha il vizio della regressione fin dal primo canto, fin da quanto crede di poter passare per il dilettoso monte e viene rimandato indietro dalle selve, anche qui il rischio per Dante è di essere respinto indietro, è un rischio che deriva dalla sua paura, quella che Virgilio gli ha tanto rimproverato nei primi canti. Per cui, cosa fa Dante per essere rassicurato? Gli fa una domanda che apparentemente sembra non c’entrare nulla: in questo fondo della triste conca (conca è metafora che sta per la parte bassa dell’inferno) è mai sceso qualcuno dal primo cerchio (il limbo, che è il cerchio delle anime che non soffrono pene ma la cui pena è l’assenza di speranza di poter vedere Dio) fin quaggiù? Cosa sta chiedendo realmente a Virgilio? (L’inferno non è certo un posto turistico, infatti Virgilio risponde in tono lievemente beffardo) Dante vuole sapere se Virgilio è mai stato da quelle parti. La paura e il dubbio lo portano a dubitare della guida: in pratica Dante chiede a Virgilio se conosce davvero la strada.
Virgilio risponde che accade di rado che qualcuna delle anime del limbo faccia il cammino per il quale lui sta conducendo Dante. Solo un’altra volta io sono venuto fin quaggiù, evocato con scongiuri dalla maga Eritone (la cui rappresentazione affido a Benigni nella seconda ora) maga capace di richiamare le ombre dei morti nel mondo di sopra: Virgilio racconta che era appena morto quando la maga Eritone l’aveva richiamato nella superficie della terra, ero morto da poco, l’anima si era appena staccata dal corpo  Eritone mi chiese di superare le mura della città di Dite per tirar fuori uno spirito dal cerchio di Giuda (nono cerchio, ultima parte dell’inferno, con i traditori dei benefattori) con questo Virgilio dice a Dante di stare tranquillo che lui l’inferno l’ha percorso tutto al punto da arrivare fino al cerchio di Giuda a ‘’pescare’’ un’anima che serviva alla maga per una delle sue pratiche, cioè dal cerchio più profondo, più lontano dal cielo ‘’che tutto gira’’, dal cielo che circoscrive tutto l’universo cioè l’ultimo nei nove cieli. Il primo mobile, il primo mobile da cui dipende anche il movimento di tutti gli altri cieli. Quindi Virgilio ha capito a cosa mirava Dante con la sua domanda, tanto che gli risponde in maniera non proprio velata “io so bene il cammino quindi stattene tranquillo”, non dubitare di me.
“questa palude…sanz’ira” la città dolente è ovviamente la città di Dite, dove non potremmo entrare ormai senza scontrarci con i diavoli. Altro disse ma Dante stranamente neanche se le ricorda. Perché non se le ricorda? Perché la sua attenzione è attratta da uno spettacolo che avviene dinnanzi ai suoi occhi sopra le mura della città di Dite. L’occhio era stato attratto di colpo verso l’alta torre della città rovente (infuocata, questo perché a ridosso della città stanno le tombe infuocate degli eretici, puniti stando infilati dentro tombe di pietra arroventata – per quale ragione sono puniti così? Gli eretici venivano puniti al rogo, quindi la pena conferma quella che era la loro condizione in vita. Giordano Bruno per esempio! Ovviamente professando idee non ortodosse, eretiche appunto, vengono considerati morti alla fede, ed essendo morti alla fede vengono sistemati dentro tombe. Questo è il senso del contrappasso).
Sulle mura arroventate appaiono ad un tratto creature spaventose: qui siamo nella sacra rappresentazione, quella che pone qui Dante è di fatto uno spettacolo assimilabile a quello che veniva messo in scena nelle piazze nel corso del medioevo. Una sacra rappresentazione in cui una serie di figure assumono valori e significati assolutamente cristiani. Verso l’alta torre da cui partivano segnali luminosi tre furie infernali tinte di sangue – con membra e comportamento di donna, cinte di serpenti d’acqua verdissimi e altri serpenti come capelli – LE FURIE, cioè quelle che per i greci erano LE ERINNI, divinità pre-olimpiche cioè più antiche degli dei dell’olimpo, infatti tendenzialmente le erinni tendono a non sottomettersi agli dei dell’olimpo, sono per il mondo antico le figure della vendetta, divinità che abitano gli inferi e che presiedono alla difesa dell’ordine sociale: tutte le volte che quell’ordine sociale viene minacciato le erinni intervengono portando vendetta. Nel mondo antico sono coloro che puniscono gli omicidi, e sono rappresentate tendenzialmente in maniera mostruosa, che ovviamente Dante riprende. Dante prende la fisicità delle erinni dal sesto canto dell’Eneide di Virgilio, nella discesa di Enea negli inferi troviamo anche le erinni che puniscono e torturano le anime. Quindi in qualche modo Dante mantiene attiva la funzione che già avevano nei testi classici.
Vv 43 Virgilio riconobbe (perché lui stesso le aveva descritte nell’Eneide) le meschine, utilizzato come termine arabo dal significato ‘’le serve’’ della regina dell’eterno pianto, cioè Persefone, la sposa di Plutone, la regina degli inferi. Le erinni sono ed erano rappresentate come le serve di Persefone, figura straordinaria a cui è associato uno straordinario mito secondo cui lei, figlia di Zeus e Demetra, si sarebbe invaghita di Plutone (lo Zio, essendo il fratello di Zeus) che la rapisce e la porta con sé negli inferi. La madre di Persefone non resta certo indifferente, pretende la restituzione della figlia, minacciando anche di lasciare la terra senza raccolti, di renderla sterile (Demetra è la dea dei raccolti, dell’agricoltura, della fertilità della terra). A questo punto Zeus dovrebbe mediare tra la sorella Demetra e il fratello Plutone, e si riesce a trovare un accordo: Persefone deve restare 6 mesi nel mondo di sotto e stare con il suo sposo Plutone, e i successivi 6 mesi nel mondo superiore con la madre, nella superficie della terra. Ovviamente vi ho sempre detto che i miti raccontano quelli che sono i riti sociali dei popoli che i miti li hanno creati, il ciclo di Persefone corrisponde ovviamente al ciclo delle stagioni, la semina (autunno e inverno, quando il mese va piantato sotto terra, quindi quando Persefone sta negli inferi quando la terra sembra morta) e i sei mesi successivi corrispondono ai mesi in cui la terra rifiorisce, rinasce la vita, e Persefone appunto sta nel mondo di sopra. Il mito di Persefone racconta proprio della ciclicità della morte e la vita che poi è l’alternarsi tra la semina e il raccolto.
Vv 45 ‘’guarda le feroci erinni’’: con ‘’sinistro canto’’ indica non che ha un canto particolarmente sinistro ma che sta dalla parte sinistra, sul lato sinistro. Megea, Aletto e Tisifone sono i nomi delle tre furie, e dopo aver esplicitato la posizione destra/sinistra di queste (aletto è quella che piange) tace. Nel mondo antico le furie rappresentavano fondamentalmente il rimorso. All’epoca di Dante la critica si è sbizzarrita per trovare interpretazioni per queste figure. Quella che a mio parere è la più convincente è l’interpretazione secondo cui le furie rappresentano il male, o meglio le tre forme del male: il mal pensiero, la mal parola e la mal azione, le tre specie di male che è possibile per l’uomo compiere. Ma le furie sono ancora nulla, perché tra poco comparirà quella che è la vera protagonista. Intanto con le unghie queste si fendevano il petto e gridavano con voce così alta che io per paura (per sospetto) mi strinsi al poeta. Si graffiano il petto che scena è? A me personalmente ricordano le prefiche, cioè il modo in cui le donne piangevano i defunti, lanciando alte strida e battendosi il petto. È una sorta di cerimonia funebre quella che viene messa in scena e evidentemente Dante ha paura perché teme che il ruolo del morto lo debba interpretare lui in questo caso, cioè che quella cerimonia fosse stata messa in scena apposta per lui. Il problema è che poi le furie invocano un nome che da solo atterrisce più di qualunque altro: MEDUSA. Chi era? Una Gorgone, una delle tre sorelle gorgoni nonché l’unica mortale. Secondo il mito erano 3 mostri così brutti che pietrificavano da quanto erano brutti. Secondo altre versioni del mito invece medusa era una fanciulla tanto bella (e se ne vantava un po’ troppo, soprattutto della sua splendida capigliatura) da provocare la gelosia di Atena, che la trasformò in un orrendo mostro con una capigliatura costituita da serpenti. Medusa aveva la straordinaria facoltà di pietrificare con lo sguardo. Chi uccide Medusa? È Teseo, che la uccide con tutta una serie di precauzioni – faccenda abbastanza delicata – approfitta del fatto che Medusa stesse dormendo, utilizza uno scudo speciale che gli era stato donato, uno scudo che rifletteva l’immagine di Medusa in modo da non guardarla direttamente e quindi non finire pietrificato. Le recide la testa, sollevandosi un po’ perché tra l’altro aveva anche i calzari con le ali prestatigli da Mercurio. La testa di Medusa (Dante la chiama al maschile ‘’il gorgone’’ perché indica il capo pietrificato) la testa continua ad essere un arma anche dopo che Medusa è morta. Nel senso che Perseo la avvolge in un fazzoletto, ma resta comunque un arma per pietrificare chiunque guardasse negli occhi quel capo, pietrifica così i suoi nemici. Dona la testa alla dea Atena che anche lei utilizza il capo per pietrificare i nemici. Chi è Medusa? Sono tante le interpretazioni. Cosa rappresenta? Secondo alcuni la sensualità, secondo altri l’eresia. L’ipotesi più plausibile è quella che Medusa rappresenti il terrore che fa disperare, la disperazione più nera – vi ho già detto che per il mondo cattolico anche chi compie il peccato maggiore si può salvare, se si pente prima di morire – chi si dispera invece è perduto, chi dispera per la salvezza ha perduto la fede e non avrà più la possibilità di recuperarla, nessuna possibilità di salvezza. Quindi occhio alla scena che ora prepara Dante perché se Medusa è la disperazione, contro la disperazione si deve attivare la ragione, che però da sola – Virgilio – non basta.
Le furie invocano Medusa (altra abitante degli inferi per tradizione classica) tutte guardavano in basso. Il verso più significativo per noi è il verso 54: ‘’abbiam fatto male a non vendicare l’assalto di Teseo’’ c’è un altro mito che ha come protagonista Teseo, quello secondo cui questo scende con un amico negli inferi per rapire Persefone, ma i due non riescono nell’impresa e restano imprigionati dal sovrano degli inferi Ade – dovrà essere poi Ercole a liberare Teseo. Quindi con quella frase significativa delle furie probabilmente si riferiscono a questo mito riguardante Teseo, finalizzato al rapimento di Persefone. Oppure anche potrebbe indicare (ricordatevi l’affresco di Alatri con il labirinto dove al centro c’era non Teseo ma Cristo) ‘’abbiamo fatto male a non vendicare la discesa negli inferi di Cristo’’ nel senso che dopo la morte, nel sabato, Cristo scende negli inferi strappando le anime dei giusti dalle grinfie di Lucifero, liberandole. In quest’occasione tra l’altro – lo scriverà Dante altrove, in un altro pezzo dell’inferno – Cristo manda in pezzi la porta di accesso degli inferi, che quindi non potrà più essere sbarrata. ‘’abbiamo fatto male a non vendicare l’assalto di Teseo/Cristo’’ perché è Cristo ad indicare la via di accesso agli inferi, cioè la via che conduce attraverso l’espiazione del male, alla salvezza. È il fatto che Cristo sia primo morto in croce e poi disceso negli inferi che rende possibile al pellegrino Dante di replicare lo stesso percorso, e quindi di scendere negli inferi. ‘’se noi avessimo impedito a Teseo di scendere negli inferi a suo tempo e se avessi impedito lo stesso a Cristo, adesso non ci troveremmo quest’omuncolo da quattro soldi che cerca di entrare nella città di Dite.
A questo punto nel verso successivo al 54 c’è Virgilio che parla, Virgilio che è la ragione: volgi lo sguardo indietro, non guardare davanti a te, tieni gli occhi chiusi (lo viso sta per gli occhi  è una Metonimia?) perché se ti si mostrasse Medusa e tu la vedessi ti pietrificherebbe e saresti morto, morto in eterno. Perché appunto con la disperazione che è appunto rappresentata da Medusa non avresti alcuna possibilità di salvezza. Così disse il maestro, ed egli, lui stesso, mi volse, ma non gli basto che io mi chiudessi da solo gli occhi….Virgilio prende tutte le precauzioni, aggiunge le sue mani per assicurarsi che Dante non la veda: è da interpretare come la ragione che si pone a sicurezza del fedele per evitare che la disperazione lo colpisca.
E infatti ‘’o voi che avete gli intelletti puri – non contaminati dal peccato – osservate la dottrina che viene nascosta sotto i veli incomprensibili ad una prima lettura’’ Dante invita il lettore a non fermarsi al significato superficiale ma anzi, cercare di cogliere il senso delle sue parole, cioè tutti i significati allegorici di cui io ho cercato di darvi il senso. A questo punto, ovviamente, deve intervenire qualcun altro poiché la ragione da sola non basta per permettere a Dante di superare l’ostacolo: Il Messo celeste, che sia l’arcangelo Gabriele o Enea o Cristo, o addirittura c’è chi parla del Mercurio del mito latino. Ad intervenire è La Grazia.
Dante dicendoci di stare attenti alla dottrina nascosta nei suoi versi ci invita a cogliere e riflettere sulla complessità del racconto mitico: Medusa qui rappresenta la disperazione, ma è anche un intrico di racconti che non ci propongono una vicenda che si chiude con la decapitazione del mostro, poiché dal collo reciso nasce il cavallo PEGASO – Medusa era stata messa incinta da Poseidone, violentata da Dio del mare secondo alcune versioni del mito. Pegaso è una figura positiva del mito, ma sempre secondo altre versioni del mito dopo la recisione del collo, da questo le due vene avrebbero sprizzato sangue, dalla vena sinistra era possibile ricavare veleno tanto potente da uccidere gli immortali, dalla vena destra invece una pozione magica così formidabile da riuscire a resuscitare i morti. Medusa è una figura strettamente collegata alla morte in ogni suo aspetto, ma è anche colei che dà la vita, poiché dalla sua morte si genera la vita, dalla vena destra si genera la vita. Medusa è sotto questo aspetto come la regina degli inferi invocata prima da Dante, Persefone – come lei racconta una vicenda che è il trionfo dell’alternarsi della vita e della morte mediante la ciclicità dei sei mesi, Medusa è un mito che richiama potentemente la morte e la vita che si genera dopo la morte. Il che significa che Dante ci presenta una figura spaventosa che vuole terrorizzare e rappresentare la disperazione, ma ci racconta anche, utilizzando una delle possibili interpretazioni di quel mito, di cui Dante sapeva principalmente dall’Ovidio delle Metamorfosi – Dante vuole che il suo lettore colto colga la dottrina nascosta nei suoi versi strani: c’è la disperazione della morte ma anche la speranza della vita che rinasce dopo la morte. Forse è proprio questo il senso profondo che intende esprimere Dante.

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